Restoring Land. Restoring Hope. Al via in Mongolia la COP17 contro la desertificazione
Deserto, immagine di Dmitry Kislitsin, via Flickr, licenza CC BY 2.0
Quando pensiamo al deserto, immaginiamo dune, il Sahara o il Gobi, distanze incolmabili. Non un frutteto siciliano che muore un albero alla volta, non un rubinetto che si chiude per settimane nelle campagne di Agrigento.
Due anni fa, nell’estate del 2024, gli agricoltori siciliani si sono sollevati in protesta. Mancava l’acqua, e i loro campi e frutteti stavano diventando tutti secchi. Per esempio, a Partinico, in provincia di Palermo, raccontava un servizio sul campo di SkyTG24, l’azienda agricola di Raffaele Casarubbia aveva dodici ettari di alberi da frutta. Undici erano completamente seccati, restava produttivo solo un ettaro di terra, riconvertito a ortaggi e irrigato con acqua comprata da privati, con le autobotti. La storia di Casarubbia era quella di centinaia di altri agricoltori che vedevano i propri campi e frutteti seccare senza poter fare nulla. Il Consorzio di bonifica, commissariato per dissesto, non riusciva più a garantire la fornitura anche a causa di infrastrutture vecchie e mai sostituite. Storie come questa ce n’erano a decine sui giornali, nel 2024. Ma c’erano anche nel 2025, quando fu dichiarato un vero e proprio stato di emergenza idrica. Poi, a primavera di quest’anno, grazie alle intense piogge dei mesi invernali, l’Autorità di bacino della Regione Sicilia ha dichiarato la cessata emergenza e ha comunicato che, a pianificazione completata, le risorse idriche erano più che sufficienti per il resto dell'anno. Eppure, in queste settimane estive gli agricoltori sono nuovamente protagonisti di proteste e richieste perché l’acqua ai loro campi non arriva. Complici sistemi di distribuzione mai rinnovati, con gravi sprechi, e le altissime temperature che aumentano drasticamente l’evaporazione anche dei bacini idrici di accumulo, con perdite di milioni di metri cubi d’acqua. Una situazione talmente critica che, per esempio, nell’agrigentino è dovuta intervenire la Protezione Civile con autobotti per garantire l’abbeveramento degli animali da allevamento.
Capra girgentana, azienda agricola biologica, Caltanissetta, Italy, Agosto 2024. REUTERS/Louiza Vradi
La desertificazione, quella reale, misurata dai ricercatori, assomiglia più a questo. Un suolo e un territorio che perdono acqua un po' alla volta, che rimangono verdi sulle mappe ma che in realtà smettono di rigenerarsi. La storia siciliana è drammatica, e forse in Italia rappresenta il caso più critico. Ma non è isolata. Secondo i dati ISPRA e diversi studi recenti, il territorio italiano è ad alto rischio di desertificazione per una parte molto consistente: circa un terzo della superficie del nostro paese è classificata come terra degradata e le proiezioni da qui a fine secolo sono tutte peggiorative, per il combinato effetto di crisi climatica, pressione antropica, urbanizzazione, agricoltura intensiva, eventi estremi. Urgono interventi, e non solo interventi puntuali certo necessari, come la rimessa in sesto dei sistemi di gestione dell’acqua, ma interventi complessivi e più sistemici, soprattutto alla luce dell’obiettivo di ripristino delle condizioni ambientali che non solo è il cardine della Nature Restoration Law europea ma in generale è anche l’ambizione della UN Decade on Ecosystem Restoration, che si conclude nel 2030.
I dati sullo stato della terra
Secondo il Global Land Outlook 2 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD), pubblicato nel 2022, l’umanità ha già trasformato più del 70% della terra alterando il suo stato naturale, e causando un degrado ambientale senza precedenti sul 40% delle terre emerse, un fenomeno in accelerazione. Il degrado colpisce soprattutto i terreni agricoli che rappresentano oltre il 60% di questa quota di terra in cattiva condizione, secondo la FAO, che stima dunque in 1.660 milioni di ettari il totale già compromesso dall'attività umana. Oltre tre miliardi di persone vivono già in terre aride e semi-aride. In Italia, la quota di terreno degradato secondo i dati ISPRA è di poco meno del 20%, quasi un quinto della superficie.
Un dato che spesso non si considera è quello prettamente economico. Sempre i dati UNCCD e FAO ci dicono che circa la metà del PIL mondiale è moderatamente o altamente associato all’utilizzo del capitale naturale. E gli investimenti in ripristino delle terre hanno un impatto anche economico, che secondo le organizzazioni internazionali supera i costi dell’intervento: per ogni dollaro investito ci sarebbe un ritorno di benefici economici stimati tra i sette e i 30 dollari.
Degrado dei terreni e desertificazione non sono sinonimi, certo. Di fatto, la desertificazione è un livello estremo di degrado le cui cause sono molteplici, come abbiamo già detto. Gli effetti sono la diminuzione e la scomparsa della biodiversità, e di conseguenza anche una ridotta capacità produttiva agricola e forestale nelle zone coltivabili e negli ecosistemi come praterie, pascoli, boschi e foreste. In larga parte la desertificazione è dovuta alla pressione antropica: sovrasfruttamento del suolo, ipersfruttamento delle già precarie risorse idriche, deforestazione massiccia, il tutto peggiorato dall’aumento delle temperature e dalla frequenza e intensità dei periodi di siccità. Il suolo è così soggetto a erosione, perdita di sostanza organica, assottigliamento dei suoi strati più fertili e, alla fine, a deterioramento delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche.
Il dato più utile per misurare la velocità del fenomeno riguarda proprio la frequenza della siccità. Il World Drought Atlas, pubblicato a dicembre 2024 dall’UNCCD con il Joint Research Centre della Commissione europea, indica un aumento del 29% del numero e della durata degli episodi di siccità nel mondo dal 2000, rispetto ai due decenni precedenti. Sono dati reali, non sono stime. E senza andare troppo lontano, anche la siccità nostrana ha avuto un’accelerazione molto netta, come abbiamo raccontato nella serie “Under the surface” su questo giornale.
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Anche i dati del Global Land Outlook già citato raccontano la stessa accelerazione. La prima edizione, presentata nel 2017, stimava il degrado globale attorno al 20-25% delle terre emerse. Cinque anni dopo, la seconda edizione lo porta appunto al 40%. Parte del salto è senz’altro dovuta a una maggiore capacità di raccolta e analisi dei dati più ampia, ma la tendenza evidenziata, più territorio compromesso, più in fretta, è la stessa in tutte le fonti disponibili.
I costi seguono lo stesso andamento. L'ONU e le altre organizzazioni internazionali fin qui menzionate indicano nei propri rapporti poco meno di 500 miliardi di dollari l’anno le perdite economiche attuali dovute alla desertificazione. Il ripristino di un miliardo di ettari degradati entro il 2030, l'impegno lanciato dalle Nazioni Unite nel 2021 all’inizio della decade sul ripristino degli ecosistemi, era stimato in 1.600 miliardi di dollari in un decennio. Una cifra consistente ma ben al di sotto dei 700 miliardi annui che il mondo continua a destinare a sussidi per combustibili fossili e agricoltura intensiva, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale.
L'Europa non fa eccezione, lo dice la Corte dei conti europea
In una relazione speciale del 2018, (n. 33/2018, Combating desertification in the EU: a growing threat in need of more action) la Corte dei conti europea sostiene che la desertificazione è senz’altro un fenomeno preoccupante e in aumento anche in Europa. Soprattutto, la preoccupazione della corte è l’assenza di un piano strutturato e di una strategia complessiva per fronteggiare il problema, nonostante i dati a quel momento indicassero già un aumento netto dell’area a rischio dal 14% al 25% tra il 2008 e il 2017. Un incremento pari a 177 mila km², più o meno l’estensione di Grecia e Slovacchia messe insieme. I paesi indicati come più esposti nel rapporto corrispondono con quelli degli studi scientifici, naturalmente: Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, Cipro, Bulgaria e Romania.
Foto deserto Namibia, via Flickr, licenza CCBY 2.0
Cosa succede a Ulaanbaatar, sede della COP17 dell’UNCCD
È per mettere in campo politiche che possano controllare il fenomeno della desertificazione che si apre oggi a Ulaanbaatar in Mongolia, la COP17 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione. Due settimane di lavori, fino al 28 agosto, con un titolo che è di per sé un programma: "Restoring Land, Restoring Hope". Sarà possibile seguire i lavori della conferenza anche attraverso la TV online dal sito ONU.
La sede non è casuale: la Mongolia ha quasi il 77% del proprio territorio già degradato, secondo i dati FAO. Un territorio in larga parte composto da pascoli, tra steppa e prateria. Questo è anche l'Anno internazionale dei pascoli e dei pastori, e dunque al centro della conferenza sarà proprio questo ecosistema a giocare un ruolo centrale.
L’Italia, Stato membro dell’UNCCD, partecipa alla COP con diverse iniziative, tra cui un programma di cooperazione con l’International Union for Conservation of Nature (IUCN) da 17 milioni di euro, avviato nel Sahel nel 2020 per il recupero di territori degradati in Burkina Faso, Ghana e Niger, con allargamento previsto al Benin e al Senegal. Un secondo programma è l’iniziativa Nature-based Solutions Innovation Accelerator (NBS-IA) lanciata quest’anno in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) e con l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), per sostenere l’adozione di soluzioni basate sulla natura nella progettazione e nell’implementazione di infrastrutture più resilienti ai cambiamenti climatici. Ci sono poi incontri su aspetti più tecnici, come il monitoraggio del degrado del suolo e l’uso di telerilevamento satellitare, AI e lavoro sul campo per raccogliere dati aggiornati.
Due anni fa, a dicembre 2024, come spiegava allora Emanuele Bompan, direttore di Materia Rinnovabile, la COP16 sulla desertificazione si era tenuta a Riyadh. Il negoziato era già incentrato sulla priorità al ripristino dei terreni e alla resilienza alla siccità nelle politiche nazionali e nella cooperazione internazionale. Non c’era però stata alla fine intesa su un possibile protocollo vincolante sulla siccità, per via dello scontro tra i paesi industrializzati, pronti a firmare uno strumento ampio ma non vincolante, e quelli africani, che chiedevano, invece, una serie di impegni economici e determinati. Un esito che è sempre più comune nelle COP, dove i paesi che più risentono degli effetti negativi delle crisi ambientali spingono per decisioni pragmatiche e vincolanti con relativi impegni di spesa. La conferenza di Riyadh si era chiusa con la promessa della creazione di un fondo di dodici miliardi di dollari da utilizzare per affrontare la desertificazione, il degrado del territorio e la siccità in tutto il mondo, soprattutto nei paesi più vulnerabili, attraverso progetti di cooperazione e sviluppo.
Nel giugno successivo, c’è stata la Conferenza inaugurale della Riyadh Global Drought Resilience Partnership (RGDRP), un partenariato globale per la resilienza alla siccità sostenuto da Arabia Saudita e UNCCD, guidato da un Comitato direttivo di dodici membri, con paesi donatori e beneficiari, agenzie ONU, organizzazioni tecniche, società civile e settore privato. RGDRP si propone oggi, anche in apertura della COP17, come soggetto chiave per rafforzare la preparazione alla siccità. Rimane sul piatto la contraddizione di vedere l’Arabia Saudita sponsor strategico della RGDRP e, al tempo stesso, di essere tra i governi che più si oppongono, ai tavoli negoziali sul clima, a qualsiasi impegno vincolante sull'uscita dai combustibili fossili. Ricordiamo che alla COP30 di Belém sui cambiamenti climatici, nel novembre 2025, i paesi ricchi di petrolio con l’Arabia Saudita in testa hanno bloccato l'impegno sulla roadmap per l'eliminazione dei combustibili fossili.
La COP17 ha dunque davanti a sé, come spesso accade in questi contesti internazionali, spazi di negoziazione pieni di interessi non sempre tutti allineati. Eppure rimane un’opportunità piuttosto unica per ragionare su una strategia complessiva e globale di gestione del problema. E forse, per la prima volta, è anche chiaro che le conclusioni di questa COP non faranno storia a sé, ma contribuiranno a impostare l'agenda delle due conferenze ONU successive, quelle su biodiversità e clima, che si terranno entro fine anno, rispettivamente in Armenia e in Turchia. Per la prima volta, dunque, il ripristino del suolo viene trattato non come tema settoriale ma come base comune alle altre due crisi ambientali globali.