Per la Russia è l'ora delle scelte
La Torre del Salvatore (Spasskaja), principale ingresso del Cremlino di Mosca, con il celebre orologio che domina la Piazza Rossa. Foto: A.Savin (Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0)
Perché, a oltre trent'anni dalla fine dell'Urss, per Mosca il richiamo del passato imperiale è ancora così potente? Può esistere una Russia democratica? Sono le domande che attraversano Russia. L'impero che non sa morire. Il passato di Mosca, il futuro di Kyiv (Rizzoli), l'ultimo libro della giornalista e scrittrice Anna Zafesova, tra le più autorevoli conoscitrici del mondo russo nello spazio culturale italiano. Domande tornate al centro della conferenza dedicata al volume nell’ambito degli incontri sulla cultura ucraina meritoriamente organizzati da Liudmila Vladova Olenovych, occasione per riflettere non soltanto sulla guerra ma sulle radici profonde della Russia contemporanea.
Proprio l'invasione dell'Ucraina rappresenta, secondo Zafesova, il punto di approdo di una lunga storia irrisolta. Nel corso del Novecento diverse potenze europee si sono trovate davanti alla scelta tra la dimensione imperiale e quella democratica. Il Regno Unito trasformò progressivamente il proprio dominio in una rete di relazioni politiche, economiche e culturali raccolte nel Commonwealth; la Francia di Charles de Gaulle accettò, non senza traumi, l'indipendenza dell'Algeria, mentre in Portogallo furono proprio i costi umani, economici e politici delle guerre coloniali ad accelerare la fine della dittatura e ad aprire la strada alla Rivoluzione dei Garofani.
La Russia non ha mai completato questo passaggio. La dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1991 fu vissuta da molti più come una perdita che come una liberazione, mentre il tentativo di costruire una democrazia liberale si arrestò molto presto. Per comprendere la Russia di oggi, Zafesova invita a guardare alle sue strutture profonde, a partire dal vlast', termine che indica insieme il potere, l'autorità e chi li incarna. Nella cultura politica russa, suggerisce l'autrice, il potere non è qualcosa che si condivide, si limita o si controlla: si detiene. Ne emerge una visione piramidale della società, nella quale l'autorità discende dall'alto attraverso una catena di relazioni gerarchiche che sopravvive alle trasformazioni storiche: zar, segretario del partito e presidente sono nomi diversi per la stessa realtà, una struttura mentale che organizza il rapporto tra governanti e governati sulla base della fedeltà personale.
In questo quadro assume particolare rilievo la figura dell'Homo Sovieticus, plasmato ed educato attraverso i decenni a un mondo regolato e prevedibile, povero ma rassicurante, nel quale lo Stato organizzava ogni passaggio dell'esistenza: “Era tutto pianificato, non solo l'economia. Un'esistenza povera ma regolamentata – scrive Zafesova (p. 20) –. Recitando meccanicamente le formule quasi religiose della propaganda, senza mettere troppo in discussione il mondo intorno, si poteva vivere una vita incasellata e tranquilla”. Asilo, scuola, servizio militare, lavoro assegnato, appartamento ottenuto dopo anni di attesa, vacanze sul Mar Nero, pensione e orto: un'esperienza condivisa da milioni di persone e capace di produrre una nostalgia che ancora oggi influenza la percezione del presente.
L'alternativa ucraina
Il libro evita però ogni determinismo: la storia non è un destino, ci dice Zafesova, e la prova è proprio l'Ucraina. Kyiv condivide con Mosca una parte importante del proprio percorso, della propria cultura e della memoria collettiva: eppure, come sottolinea anche lo storico Yaroslav Hrytsak, a un certo punto ha imboccato una strada diversa. Mentre nella Russia post-sovietica il conflitto tra istituzioni culminava nel bombardamento del Parlamento ordinato da Boris Eltsin nel 1993, l'Ucraina ha progressivamente sviluppato una cultura politica più contendibile, nella quale la società civile ha imparato a esercitare pressione sul potere. In questo senso le rivoluzioni del 2004 e del 2014, liquidate dalla propaganda del Cremlino come golpe orchestrati dall'Occidente, vengono lette da Zafesova come momenti in cui partecipazione popolare ha dato un contributo determinante nella costruzione di una società più aperta e plurale.
Un sistema certamente imperfetto, segnato dalla corruzione e profonde tensioni interne, ma capace di alternanza politica. Da questo punto di vista il libro dialoga idealmente con le riflessioni di Anne Applebaum sulla fragilità delle democrazie: se la democrazia non è mai una conquista definitiva, è però anche vero che nessuno – nemmeno la Russia – è condannato in eterno all'autoritarismo. La possibilità di un'alternativa resta aperta, anche nelle condizioni più difficili.
Durante la conferenza a Padova, Zafesova ha ribadito che la guerra in Ucraina va interpretata innanzitutto come una guerra post-imperiale, “che nasce sulle ceneri di un impero che non è ancora morto, oppure forse è morto ma non lo sa ancora”. Una lettura che porta l'autrice a contestare molte delle spiegazioni diventate popolari negli ultimi anni. Tra queste, l'idea che l'invasione sia stata provocata principalmente dal cosiddetto allargamento della Nato: “L'Ucraina non era nell’alleanza e un ingresso non era minimamente all'orizzonte. Il problema non era la Nato: quello che molti russi percepivano come un torto era che l'Ucraina diventasse parte dell'Occidente e dell'Europa”.
Il dilemma dell'impero
Secondo Zafesova, la sfida rappresentata da Kyiv era e rimane prima di tutto politica e simbolica: l'esistenza di una società culturalmente vicina alla Russia ma capace di sviluppare istituzioni democratiche, alternanza politica e partecipazione dal basso, mette tutt’ora in discussione la convinzione che autoritarismo e centralizzazione siano l'unico destino possibile per lo spazio post-sovietico. Da qui anche la sua riflessione sulla diplomazia: contro la convinzione diffusa che la guerra continui per mancanza di negoziati, l'autrice ricorda i numerosi tentativi di mediazione: “La diplomazia non è il leader che arriva e convince tutti, funziona quando i contendenti sono almeno d'accordo sul problema da risolvere. Se una delle parti nega i presupposti della discussione, la legittimità o persino l’esistenza dell’avversario, allora il negoziato diventa impossibile”.
Sullo sfondo resta una questione fondamentale: se il vlast' – il potere concepito come dominio personale e verticale – continua a rappresentare il paradigma dominante, ogni compromesso rischia di essere interpretato come una prova di debolezza. In questa logica Putin appare prigioniero dello stesso sistema che ha contribuito a consolidare: arretrare significherebbe mettere in discussione non solo una strategia militare, ma la propria stessa legittimità. Il tempo però non lavora necessariamente a favore della Russia: a est una Cina sempre più forte è diventata il partner indispensabile di Mosca, mentre all'interno persistono tensioni e fragilità che la guerra ha soltanto congelato.
Oggi bombardamenti, distruzioni e perdite umane che per anni hanno segnato la vita quotidiana degli ucraini stanno entrando sempre più nell'esperienza diretta dei cittadini russi, ed è qui che il libro di Anna Zafesova trova il suo significato più profondo. A 35 anni dalla fine dell'Unione Sovietica i russi si trovano di nuovo davanti a una scelta storica: continuare a inseguire il mito dell'impero, accettandone i costi economici, politici e umani, oppure immaginare una diversa idea di grandezza, fondata non sull'espansione del potere ma sulla costruzione di una società più libera e inclusiva. Una scelta che nessun altro può compiere al posto loro, ma che difficilmente potrà essere rinviata a lungo.