SOCIETÀ

Un secolo fa nel Sud degli Stati Uniti. Gli italiani, la "bianchezza", i giornali come scuole di carta

Comprendere le esperienze storiche degli immigrati italiani nel Sud degli Stati Uniti offre preziose prospettive sulle questioni contemporanee legate ai concetti di migrazione e identità. Il progetto DaShoW - A Darker Shade of Whiteness: The Italian Ethnic Press in Louisiana and the Making of Racial Awareness in The Gulf South (1877-1945) indaga le modalità con cui gli immigrati italiani, oltre un secolo fa, hanno negoziato la propria identità per riposizionarsi culturalmente nel complesso panorama razziale che caratterizzava il Sud degli Stati Uniti nell’era Jim Crow: un periodo segnato da profondi cambiamenti sociali e politici, dopo la Ricostruzione e prima dei movimenti per i diritti civili. 

Un focus è dedicato a New Orleans, in Louisiana, ai giornali in lingua italiana pubblicati nella Crescent City, nelle circoscrizioni limitrofe, ma anche negli Stati vicini, Alabama e Tennessee. Portando alla luce le narrazioni relative al concetto di whiteness, la “bianchezza” - nel quadro di un sistema discriminatorio di privilegi sociali, politici ed economici acquisiti senza meriti e a discapito di altri esseri umani -, DaShoW contribuisce ad approfondire il dibattito su razzismo, conservazione culturale e complessità delle comunità diasporiche. 

Ne abbiamo parlato con l'ideatore del progetto Matteo Brera, storico della cultura, studioso di letteratura e criminologo di formazione. Avvalendosi della supervisione del professor Stefano Luconi, per il dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell'Antichità (DiSSGeA) dell’Università di Padova, la ricerca di Brera è stata avviata nell'ambito del programma di borse di studio globali Marie Skłodowska-Curie della Commissione Europea, legandosi strettamente al progetto Sicilians dreAmIng Louisiana: Agents of Migration and Labour Recruiters on the Palermo-New Orleans Route (1865-1901) di Alice Gussoni, dedicato alla migrazione di migliaia di siciliani nelle piantagioni di canna da zucchero della Louisiana, con un focus su Palermo come hub migratorio mediterraneo.

Quale la genesi del progetto? 

“Il progetto nasce durante il periodo di Covid, quando c'era molto più tempo per pensare. Era appena uscito un volume, Dixie’s Italians di Jessica Barbata Jackson un libro che mi aveva inizialmente colto di sorpresa, perché toccava un terreno molto vicino a quello su cui stavo riflettendo: il rapporto tra immigrazione italiana, razza e cittadinanza nel Sud degli Stati Uniti e, soprattutto, le modalità con le quali gli italiani, in contesti complessi come gli Stati del Sud degli Stati Uniti, avessero iniziato a prendere coscienza del loro ‘essere bianchi’. L'uscita di quel libro mi aveva fatto pensare che, sul tema, qualcuno fosse arrivato prima di me, invece mi sono reso conto che l'idea restava buona: nel volume, infatti, mancava tutta l’esperienza diretta degli italiani nel Sud degli Stati Uniti che invece ben emerge dai giornali, fonti fondamentali che abbiamo per leggerne la voce e l'auto-rappresentazione - etnica, ma non solo - tra fine Ottocento e Novecento, perché il giornale è un grande contenitore di informazioni a più livelli. Così è nato A Darker Shade of Whiteness”. 

Concentriamoci sul focus di ricerca e l'arco temporale. 

“Ho pensato alla fine della Ricostruzione, il 1877, fino al 1945. Il 1877 è una data cruciale perché segna l’avvio della costruzione del regime segregazionista di Jim Crow nel Sud degli Stati Uniti. Il 1945, invece, chiude la fase del fascismo e della guerra e apre un quadro nuovo, anche rispetto alle trasformazioni che porteranno poi alla stagione dei diritti civili. Avendo fatto molta ricerca sul periodo fascista, so bene che il fascismo insiste sulla determinazione razziale, specialmente per gli italiani all'estero. Focalizzarsi inizialmente su questo periodo, all'interno di un intervallo temporale più ampio, si è rivelato fondamentale. Dal punto di vista cronologico, poi, l’arco temporale del Progetto si è allungato quando sono riuscito a rintracciare e studiare un foglio in lingua italiana del 1849, Il Monitore del Sud, pubblicato a New Orleans da Augusto Natili, un esule mazziniano e medico pisano. In quella zona di New Orleans, The Exchange Place, che ancora esiste, c’era infatti una tipografia multiculturale e cabinets de lecture in cui si pubblicavano e circolavano giornali in francese, italiano e spagnolo. Non emergono, nel periodo antebellico, dinamiche puramente razziali da questo antesignano della stampa migrante del Sud, anche se l’animatore di questo foglio resta in qualche modo coinvolto, poiché allineato con i WASP locali, in un primo caso di violenza urbana che contrappone, nel 1857, la comunità bianca locale, anche europea, a quella siciliana e tutto questo precede il più noto linciaggio del 1891”. 

Come sono stati individuati e definiti i confini territoriali di indagine? 

“Ho scelto di attraversare più aree, non mi sono fermato alla Louisiana: ho esteso la ricerca al Tennessee e all'Alabama, dove per esempio usciva Il Gladiatore. Come sostenuto anche da Stefano Luconi, in un articolo del 2021, la storia degli italoamericani va analizzata con un'impostazione regionalistica e non semplicemente comunitaria. I giornali mostrano l'osmosi e il passaggio di uomini, idee e notizie tra uno Stato e l'altro, per esempio tra Alabama e Louisiana”. 

Cosa emerge? 

“La scoperta, per me, risiede nella funzione pedagogica di queste testate. La Voce Coloniale, L'Italo-Americano, Il Monitore del Sud, Il Gladiatore e il Columbus-Balbo Review di Birmingham, fungevano da 'scuola di carta', tema a cui ho dedicato anche un articolo recente pubblicato sulla Rivista di Storia dell'Educazione. Non solo articoli sull’insegnamento dell’italiano, ma anche attraverso la letteratura d’appendice, articoli di costume, consigli per l'igiene e contenuti sul welfare, agli italiani venivano insegnati ‘i trucchi per diventare bianchi’ ”. 

Tra gli articoli inseriti nella ricerca vi sono particolari casi di cronaca che possono aiutare a capire il contesto e le tensioni del tempo?

“Sicuramente il caso Baragona del 1931. Sulla prima pagina de La Voce Coloniale, in pieno fascismo, viene elogiata una ragazza italoamericana, la signorina Baragona, per aver ucciso un afroamericano che aveva tentato di rubare in casa sua. L'editorialista scrive esplicitamente che il fatto deve essere, e cito testualmente l’articolo del 1 agosto 1931, ‘un monito a noi di Razza Bianca di tenere a dovuta distanza i negri poiché ciò che da parte nostra è stata considerata come umanità da questi è stata interpretata come uguaglianza’. È razzismo, ed è un aspetto spesso ignorato dalla storiografia italoamericana tradizionale, che ha preferito focalizzarsi solo sulle sofferenze degli immigrati. Prima ancora, la ricerca ha riportato alla luce il caso Castelli, che mostra bene come questi giornali mettessero in relazione storie, luoghi e comunità anche molto distanti tra loro. Nel 1894, L’Italo-Americano di New Orleans pubblica la notizia del crollo di una miniera a West Blocton, in Alabama, in cui muore Pietro Castelli. Anni prima, proprio in Alabama, avevo trovato la tomba di sua moglie, Francesca Castelli, uccisa da un afroamericano: l’iscrizione sulla lapide faceva riferimento in modo esplicito alla 'razza' dell’aggressore. Il caso è importante perché lega una notizia apparsa sulla stampa italiana della Louisiana a una vicenda di cronaca memorializzata materialmente, a centinaia di chilometri di distanza, in un cimitero dell’Alabama. La morte di Pietro Castelli viene così usata dal giornale di New Orleans per mettere in guardia gli italiani: non andate nelle miniere dell’Alabama, non lasciatevi attrarre dall’industrializzazione. Dietro la cronaca emerge quindi un discorso più ampio sulla mobilità, sulla coesione della comunità italiana e sul tentativo di consolidarne lo status sociale nello spazio urbano di New Orleans". 

Questa ricerca è collegata ad altri progetti di storia pubblica. 

"Il progetto ha una forte dimensione di storia pubblica. A Nashville abbiamo collocato un marker storico dedicato a Primo Bartolini, figura poliedrica dell’emigrazione italiana nel Sud degli Stati Uniti: musicista, insegnante, patriota italoamericano e mediatore culturale. L’iniziativa è nata nell’ambito della collaborazione tra Università di Padova, DiSSGeA e Seton Hall University, con il coinvolgimento delle autorità consolari e pubbliche locali, tra cui la vice sindaca di Nashville, il console onorario d’Italia, una rappresentanza del Consolato generale d’Italia a Detroit, il sindaco di Fanano e rappresentanti dell’amministrazione comunale e della promozione turistica del territorio. A New Orleans, invece, anche grazie a un lavoro sulle testimonianze orali riorganizzato da Elena Daniele con alcuni studenti della Tulane University, in collaborazione con l’American Italian Research Center di Metairie, abbiamo avviato un nuovo percorso di ricerca e public history. L’obiettivo è arrivare a un secondo marker, su Decatur Street, nell’area in cui emerge un importante nucleo della comunità siciliana proprio negli anni in cui La Voce Coloniale diventa il grande giornale italiano del Sud. Questo marker sarebbe anche un punto di contatto tra DaShoW e il progetto di Alice Gussoni, perché permetterebbe di memorializzare insieme la stampa migrante italiana e la presenza siciliana a New Orleans. Per quanto riguarda invece gli output più tradizionali della ricerca, al di là di numerosi articoli in uscita, tutto il materiale sulla funzione pedagogica informale dei giornali confluirà in una monografia conclusiva e costituirà la base per una futura proposta di ricerca oltre il Marie Curie".

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