Sentieri partigiani: andare alle radici quando la democrazia vacilla
Monte Grappa, monumento al partigiano. Foto: Paolo Bernini, 2024 (PDM)
C'è un ciclista che pedala sul Monte Grappa; tra salite che spezzano le gambe, falsi piani e tornanti, a un certo punto intravede qualcosa: vicino al grande sacrario della Prima guerra mondiale – che domina il massiccio con la sua imponente architettura di epoca fascista – c’è un monumento più discreto, quasi nascosto: una scultura di Augusto Murer, alcune lapidi, parole incise nella pietra. Pochi lo notano, pochi si fermano: è il monumento al partigiano.
Prende avvio da questa asimmetria Sentieri partigiani (Einaudi, 2026), l’ultimo libro di Paolo Malaguti. Non un saggio storico, né un reportage convenzionale: piuttosto il diario di un pellegrinaggio laico attraverso i segni, spesso così esili da essere quasi invisibili, che la Resistenza ha lasciato nel territorio. Da questo punto di vista il confronto tra i due monumenti del Grappa è qualcosa di più di un dettaglio aneddotico: in Italia la memoria della Grande Guerra è diventata nel tempo patrimonio condiviso, celebrato dalle istituzioni e incorporato nel paesaggio; quella della Resistenza, a ottant'anni dalla nascita della Repubblica, appare invece ancora problematica e scomoda, fino a essere talvolta considerata “divisiva”.
Malaguti lo rileva senza furore polemico, con la compostezza riflessiva che caratterizza tutto il libro. Del resto quello di trovare un linguaggio condiviso per raccontare l'antifascismo è un problema antico e ricorrente: è il caso ad esempio dell'installazione realizzata nel 1995 presso Palazzo Bo da Jannis Kounellis, uno dei maestri dell'arte povera, oggetto di discussioni e polemiche fin dalla sua inaugurazione.
Poco distante, di fronte alla grande stele che ricorda i 116 caduti dell'Università di Padova nella guerra di Liberazione – e che riporta la motivazione della medaglia d'oro al valor militare conferita all'ateneo, caso unico in Italia e raro in Europa – la scultura di Arturo Martini commemora il comandante partigiano Mario Visentin, "Masaccio", ucciso il 29 aprile 1945. Anche in questo caso il riferimento è indiretto, quasi allusivo: la figura, accovacciata e slanciata verso il basso, è ufficialmente dedicata a Palinuro, il nocchiero di Enea che muore scorgendo da lontano la terra promessa. Una scelta che sembra riflettere il disagio, o forse la prudenza, con cui a lungo si è cercato di rappresentare la lotta partigiana nello spazio pubblico.
Un riserbo giustificato anche dal carico di dolore e di crudeltà proprio di una guerra civile che ebbe strascichi anche dopo la sua conclusione, come ricordano le vicende ricostruite da Alessandro Naccarato nei suoi studi su processi e violenze successive alla Liberazione. La Resistenza fu inoltre, ricorda Malaguti, fenomeno plurale e composito: solo sul Grappa operavano almeno quattro diverse formazioni partigiane. Una complessità che mal si presta a semplificazioni e mitizzazioni e che forse spiega la difficoltà di trovare un'iconografia condivisa.
“ Tra monumenti poco visibili e memorie scomode, Malaguti riflette sul difficile compito di dare forma pubblica all'eredità della Resistenza
Come raccontare una la lotta di Liberazione
Proprio per questo il libro ragiona anche sul linguaggio e sulle immagini con cui spesso si parla della Resistenza. Malaguti si sofferma sull'iconografia del martirio, sulle rappresentazioni che spesso avvicinano il partigiano alla vittima sacrificale della tradizione cristiana, come ha anche osservato Alessandro Santagata a proposito della Resistenza cattolica. Immagini potenti, ma che rischiano di mettere in secondo piano una caratteristica essenziale dell'esperienza resistenziale: la partecipazione volontaria alla lotta armata, l'uso deliberato della forza per riconquistare la libertà.
Nella maggioranza dei casi i partigiani non furono vittime passive: furono combattenti. Riconoscerlo non significa glorificare la violenza, ma restituire la complessità di una scelta compiuta in circostanze estreme. Una distinzione importante soprattutto oggi, quando la memoria pubblica tende talvolta a privilegiare figure rassicuranti e prive di contraddizioni.
Non a caso Malaguti affronta anche alcuni dei nodi più spinosi della storia resistenziale: la morte dello stesso Visentin, le circostanze ancora discusse di alcuni episodi, persino la fucilazione di Mussolini e l'oltraggio al suo cadavere a Piazzale Loreto. Lo fa senza compiacimento, con la consapevolezza che la storia reale è quasi sempre più ambigua e più complessa delle sue rappresentazioni.
Il viaggio si conclude sulla tomba di Luigi Meneghello a Malo, nel Vicentino. Proprio autori come Meneghello, Beppe Fenoglio e Cesare Pavese hanno contribuito a costruire una memoria della Resistenza capace di tenere insieme eroismo e fragilità, ideali e contraddizioni, esperienza individuale e storia collettiva. A quella tradizione Malaguti si ricollega con rispetto e urgenza, perché il problema non riguarda soltanto il modo in cui ricordiamo la Resistenza, ma anche il modo in cui la trasmettiamo.
“ Il libro si interroga su come trasmettere oggi una storia sempre più lontana eppure decisiva
Insegnare la Resistenza oggi
Le domande che attraversano Sentieri partigiani non riguardano infatti soltanto i monumenti o la memoria pubblica, ma il nostro presente e il rapporto delle nuove generazioni con una storia sempre più lontana nel tempo. “È possibile insegnare la Resistenza? – si chiede a un certo punto Malaguti, a sua volta insegnante di lettere in un liceo –. E se è possibile insegnarla, è giusto farlo?”.
La domanda non è retorica, in un periodo storico in cui la stagione resistenziale viene spesso problematizzata, quando non apertamente ridimensionata, e in cui si diffonde un sentimento di crescente disillusione verso la democrazia rappresentativa. Tornano a esercitare fascino modelli di governo forti, verticali e decisionisti, mentre le piattaforme digitali amplificano la disinformazione e rendono sempre più incerti i confini tra verità e finzione.
In uno scenario simile tornare alle radici rappresenta meno un esercizio di nostalgia che una necessità civile. Ogni comunità in crisi cerca di comprendere le proprie origini, e tra le origini della Repubblica italiana c'è la Resistenza: uomini e donne che, in condizioni di pericolo estremo, decisero di opporsi a una dittatura e a un'occupazione militare. Non eroi senza macchia, ma persone reali che compirono una scelta difficile e ne assunsero le conseguenze.
Malaguti non predica e non impartisce lezioni. Pedala, osserva, si ferma e si interroga. E in questi gesti semplici – andare a vedere, rallentare, non voltarsi dall'altra parte – si trova forse il contributo più interessante del suo libro. Ricordarci che la memoria non si eredita automaticamente: va cercata, percorsa, conquistata. Tornante dopo tornante, sentiero dopo sentiero.
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