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Seveso 50 anni dopo: la cronaca, il bilancio scientifico e le sfide future

La data del 10 luglio 1976 segna uno spartiacque storico per l'analisi e la gestione dei rischi industriali, definendo le linee future di intervento in questo delicato settore e trasformando radicalmente la nostra percezione del rischio industriale nei confronti del territorio. Per questo, il 50º anniversario dell'incidente di Seveso non può essere ridotto a una semplice celebrazione di una ricorrenza storica. La successiva introduzione delle Direttive UE denominate Seveso ha segnato la nascita della cultura della prevenzione del pericolo di incidente rilevante in Europa.

Ricordare Seveso, rappresenta per chi si occupa di previsione e prevenzione del rischio e di sicurezza industriale un momento di riflessione profonda per tracciare sia un bilancio scientifico e culturale di ciò che è stato realizzato, ma anche per analizzare le sfide che ci attendono nel prossimo futuro. Oggi le aziende a rischio di incidente rilevante devono confrontarsi con scenari profondamente mutati e nuove complessità rispetto a cinquant’anni fa.

La cronaca, cos’è successo il 10 luglio 1976

Nello stabilimento ICMESA di Meda venivano prodotti numerosi composti chimici. In particolare, dal 1969 veniva sintetizzato il 2,4,5-triclorofenolo, impiegato principalmente per la produzione di alcuni tipi di erbicidi e altri prodotti disinfettanti e defoglianti come i sali dell’acido triclorofenossiacetico, utilizzato nella guerra del Vietnam). L’incidente ha riguardato la produzione del triclorofenolo che, all’epoca del fatto, si otteneva  dall'idrolisi alcalina dell'1,2,4,5-tetraclorobenzene a 150-200°C e pressione atmosferica in presenza di glicol etilenico.

L'incidente si è verificato dopo che la reazione d'idrolisi era stata ultimata e dopo che erano stati distillati lo xilene e circa il 15 % di glicol inizialmente caricato. Al termine di queste operazioni - alle ore 4,45 del 10 luglio - il riscaldamento era stato sospeso e l'agitazione fermata dopo 15 minuti. L'ultima temperatura misurata nel reattore era di 158 °C.  Dopo circa 7 ore e mezza, alle 12,37, è avvenuto l’intervento del disco di rottura e il rilascio in atmosfera della nube tossica. In questo intervallo di tempo l'impianto era rimasto senza sorveglianza. 

Ciò che avvenne fu una reazione fuggitiva, runaway reaction, ossia il reattore subì la perdita del controllo termico che portò a un progressivo aumento della temperatura all'interno del reattore. Le alte temperature raggiunte durante il funzionamento critico dell'impianto portarono alla ricombinazione indesiderata di due molecole di triclorofenato di sodio, formando appunto la diossina. L’aumento di pressione interna produsse una forte  sovrappressione che portò all’intervento del disco di rottura e la diffusione della nube di diossina nell'ambiente esterno. 

Il rilascio della nube di diossina, pur non causando delle vittime immediate, provocò una contaminazione massiccia del suolo e l'evacuazione di una grande parte del comune di Seveso e di aree limitrofe, circa 600 persone, e anche l'intervento medico su 2000 abitanti, in buona parte bambini, per le conseguenze della cloracne. 

L'incidente fu studiato e furono prodotti dei rapporti tecnici che evidenziavano le seguenti circostanze, l'impianto era ormai obsoleto, la manutenzione assolutamente inadeguata e soprattutto mancava totalmente una conoscenza scientifica su cosa poteva accadere durante il processo in condizioni di funzionamento anomalo. Quindi sostanzialmente non c'era contezza di quelli che potevano essere gli scenari dovuti a un malfunzionamento dell'impianto. Le conclusioni di uno dei più importanti report tecnici del periodo dissero che la sola conclusione logica sarebbe stata la chiusura della fabbrica, ma ciò non avvenne.

Ovviamente l'incidente di Seveso non fu un episodio isolato, alcuni incidenti importanti precedenti e successivi all'incidente di Seveso mostrarono alcune lacune, dall'inconsapevolezza della instabilità chimica del nitrato di ammonio chimica di Oppau (1921) la cui esplosione produsse circa 500 vittime,  alla vulnerabilità logistica del area portuale di Texas City in cui l’esplosione di una nave provocò 600 vittime, fino all’incidente di Flixborough nel 1974, solo due anni prima di quello di Seveso, in cui un'esplosione di una nube di cicloesano provocò 28 morti. Questo incidente fu piuttosto importante perché segnò una svolta radicale nell'approccio alla sicurezza degli impianti chimici nel Regno Unito e furono in qualche modo gettati i semi che poi portarono all'emanazione della Direttiva Seveso. Infine, l’incidente di Bhopal (1984), il più grande incidente chimico della storia, causò 2800 vittime immediate e decine di migliaia negli anni successivi. 

Quest'ultimo incidente ha una qualche analogia con Seveso perché anche in questo caso la reazione andò fuori controllo provocando una runaway reaction inoltre l'impianto era molto datato e la manutenzione era molto scarsa. Ad aggravare il tragico bilancio dell’incidente fu l'altissima densità di popolazione nelle zone limitrofe.


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Il bilancio scientifico: riscrivere la sicurezza industriale 

Tutto ciò ci impone un bilancio, sia tecnico sia culturale, di come mutò il rapporto tra l’industria chimica e il territorio.

Fu immediatamente evidente che l'incidente richiedeva la riscrittura di un altro capitolo del tema più generale delle interazioni tra il sistema produttivo chimico, l'ambiente e le persone: il capitolo sulla sicurezza. In quel periodo, ero laureando in Ingegneria Chimica all’Università di Pisa, non esistevano allora nel percorso universitario corsi specifici sulla sicurezza industriale,

La sicurezza era confinata alla "Scienza delle costruzioni", limitandosi alla resistenza dei materiali e alla statica delle strutture civili, si affidava quasi esclusivamente ai coefficienti di sicurezza. Anche nei corsi di Impianti chimici e Costruzioni di apparecchiature chimiche il problema era affrontato solo dal punto di vista della resistenza  delle apparecchiature, e in particolar modo delle apparecchiature in pressione.

Quanto accaduto a Seveso ha rivelato che le deviazioni di processo e le reazioni anomale richiedono un approccio sistemico e probabilistico, non solo statico.

A fine anni Settanta alcuni settori produttivi come l’industria aereonautica e quella nucleare avevano già sviluppato tecniche affidabilistiche (insieme di metodologie matematiche, statistiche e ingegneristiche, ndr.) per la valutazione dei rischi. Tuttavia queste metodologie di analisi di sistemi complessi non potevano essere mutuate direttamente per valutare i grandi rischi potenziali in un impianto chimico, né dal settore aeronautico, dove sono assenti i rischi connessi sia con le reazioni chimiche sia con la presenza di numerose sostanze tossiche e nocive, né dal settore nucleare, dove i processi di produzione erano pochi e ben definiti ed il rischio derivante dalle sostanze è prevalentemente dovuto alla radioattività.   

Il rischio nell’industria chimica, definito dall’equazione: R = f x M, poteva essere calcolato solo attraverso un'analisi approfondita del sistema utilizzando le tecniche HazOp, per l'analisi di operabilità, le tecniche degli alberi dei guasti per determinare la frequenza di accadimento dell'evento f e lo sviluppo di una modellistica per simulare le conseguenze di incendi, esplosioni e rilasci di sostanze con tossicità acuta o contaminazione permanente del terreno, i quali consentissero una valutazione della “magnitudo” del danno M. Tutto questo sviluppò un’intensa attività di ricerca sia negli Atenei che in qualificati enti di ricerca.

Il quadro normativo: l'evoluzione delle tre Direttive

L'evoluzione della normativa Seveso ha segnato il passaggio fondamentale nella gestione dei rischi, l’approccio europeo è passato da una gestione puramente "reattiva" a una strategia fortemente "proattiva" e partecipativa.

Di seguito riportiamo la  sintesi dei contenuti delle tre versioni della direttiva e delle loro ricadute operative:

  • Seveso I Direttiva 82/501/CEE/ D.P.R. 175/1988: è stata la prima risposta europea al disastro dell'ICMESA, stabilisce l’ introduzione dell'obbligo di Notifica e il Rapporto di Sicurezza (RdS) che definisce i rischi connessi agli impianti. 

  • Seveso II Direttiva 96/82/CE/ D.Lgs. 334/1999 (poi mod. da D.Lgs. 238/05): ha spostato il focus dalla semplice conformità tecnica alla gestione complessiva. Le innovazioni principali sono state l'introduzione dei Sistemi di Gestione della Sicurezza (SGS), la valutazione del "Rapporto di Sicurezza", la disciplina dell'effetto domino e l'integrazione della pianificazione territoriale per regolare l'espansione urbana attorno agli impianti.

  • Seveso III Direttiva 2012/18/UE/ D.Lgs. 105/2015 (attualmente in vigore): ha allineato la normativa al regolamento CLP sulle sostanze chimiche. In essa vengono intensificate le ispezioni ambientali. Ha rafforzato drasticamente la trasparenza e l'informazione al pubblico, rendendo le ispezioni più frequenti e rigide.

Le ricadute principali furono: l’applicazione di uno studio previsionale dei rischi (RdS) prima di ogni autorizzazione e per l’esercizio dell’attività produttiva; la definizione dei metodi di modelli di intervento in caso di incidente (PEE) che stabiliscono zone di allertamento e di danno (es. zona di sicuro impatto, zona di inizio letalità, zona di lesioni irreversibili) entro le quali la Protezione Civile sa esattamente come muoversi; infine  l’Informazione alla popolazione che definisce l'obbligo di informare preventivamente i cittadini residenti nelle aree a rischio sulle norme di comportamento da adottare in caso di incidente.

Sulla base di questi adempimenti si sviluppa la risposta della Protezione Civile, dei Vigili del Fuoco, delle forze dell'ordine e del sistema sanitario in seguito a un incidente.

Le sfide future e lo sviluppo di un approccio multirischio

La direttiva ha creato nuove professionalità e una sinergia istituzionale tra Università, VVF, ISPRA, INAIL e Protezione Civile, trasformando la memoria dell’incidente di Seveso in innovazione per la tutela della collettività,

Nel campo universitario, l'inserimento dei corsi di Analisi del Rischio nei programmi di Ingegneria Chimica si sviluppò in molte sedi già negli anni Ottanta, colmando il vuoto formativo che io stesso vissi da studente. Successivamente il sistema universitario introdusse nuovi corsi universitari sull’analisi del rischio e venne istituita la classe di laurea in Ingegneria della Sicurezza, oggi presente nel nostro Ateneo.

Tutto ciò ha portato a un salto culturale. Si sono affermate nuove professionalità sia all'interno delle funzioni aziendali sia all'interno degli studi professionali dedicati all’analisi del rischio. E inoltre è maturata una sensibilità molto più diffusa a questi problemi degli organi di controllo e del sistema nazionale della Protezione Civile e, in primo luogo, dei Vigili del Fuoco.

Oggi l'ingegneria chimica ha dei buoni strumenti per studiare le variabili interne del processo. Tuttavia, è necessario andare ad analizzare quali conseguenze possono avere le minacce esterne, come i rischi NaTech (dall'inglese Natural Hazard Triggering Technological Disasters) dovuti agli effetti di fenomeni naturali sugli impianti industriali, l'invecchiamento degli impianti, i nuovi rischi connessi ai processi della transizione energetica e anche le problematiche legate alla cyber security. 

La revisione della compatibilità tra siti industriali e centri ad alta densità abitativa è improcrastinabile. Una riflessione riguarda la pianificazione territorialeil decreto ministeriale del 9 maggio 2001 risulta ormai obsoleto, avendo un quarto di secolo e non rispecchia più la mutata interazione tra i siti industriali e il territorio. Quindi occorre rivedere questo dispositivo di legge per integrarlo con dei piani di emergenza esterni che siano più coerenti anche con i nuovi scenari di rischio e soprattutto adatti a gestire emergenze complesse di tipo simultaneo.

Per il prossimo futuro, occorre superare le analisi settoriali a favore di un approccio multirischio.

Ciò richiede lo sviluppo di una metodologia che integri tutti i fattori di rischio dovuti a pericolosità naturali, tecnologiche, infrastrutturali e ambientali, sovrapponga le mappe di vulnerabilità e utilizzi sistemi di modellazione avanzata in grado di determinare l'evoluzione degli scenari conseguenti e di affrontare emergenze multiple. 

La sfida futura consiste nel valutare quanto siamo pronti a fronteggiare questi avvenimenti. Passare all'analisi multirischio non è più dunque un'opzione, ma un pilastro per la sicurezza del nostro paese, dell'ambiente e soprattutto dei cittadini. 

A 50 anni dall'incidente di Seveso, il nostro bilancio quindi non è rivolto a un'analisi del passato, ma la costruzione di una cultura della sicurezza per la difesa delle persone e dell'ambiente nell'immediato futuro.

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