La siccità aumenta il costo psicologico delle guerre
Un campo profughi nel Kurdistan iracheno. Foto: Enno Lenze/Wikimedia Commons
41,6 milioni di persone: questo, secondo le stime dell’UNHCR, l’Agenzia ONU Rifugiati, era il numero di rifugiati nel mondo nel 2025. Persone che hanno dovuto lasciare il proprio Paese d’origine per sfuggire a guerre, persecuzioni o situazioni di violenza, e che hanno cercato rifugio altrove nel mondo.
In anni recenti, però, non sono soltanto le guerre – il cui numero è in aumento – a contribuire a “creare” nuovi rifugiati. È in corso, infatti, anche un’altra crisi, forse meno visibile ma altrettanto impattante, soprattutto per le persone più vulnerabili: il cambiamento climatico. La conseguente imprevedibilità ambientale esacerba condizioni di vita già difficili, piagate da difficoltà economiche e da instabilità sociale. Non è raro, infatti, che le due crisi – ambientale e umanitaria – si rafforzino a vicenda, generando circoli viziosi che gli scienziati stanno solo ora iniziando a comprendere.
La sempre più diffusa sovrapposizione tra gli effetti della crisi climatica e l’insorgere di conflitti mette gravemente a rischio la sicurezza umana e ostacola la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, rendendo impossibile garantire salute e benessere. Per le persone esposte a questa combinazione di rischi, a venir meno non sono solo i beni essenziali – un tetto, del cibo, acqua pulita e cure sanitarie – ma anche la salute mentale. Eppure, la ricerca ha finora studiato le conseguenze psicologiche della guerra e delle manifestazioni della crisi climatica in modo isolato, mentre gli effetti congiunti di queste crisi sulla salute mentale hanno sollevato poco interesse nel mondo accademico.
Crisi climatica e crisi umanitaria
Un gruppo di esperti di pace e conflitti ha invece provato a fare luce su questo aspetto: in un articolo pubblicato sulla rivista Nature Sustainability i ricercatori, guidati da Stefan Döring, ricercatore all’Università di Uppsala (Svezia), hanno analizzato il livello di diffusione del disturbo da stress post-traumatico in un campione di oltre 3.000 persone rifugiate in Turchia dalla Siria e dall’Iraq tra il 2010 e il 2017.
Mentre è risaputo che aver vissuto situazioni di violenza o conflitto aumenti molto la probabilità di soffrire di disturbo da stress post-traumatico, gli autori notano che si sa meno di come i fattori di stress politici e ambientali influiscano sul benessere psicologico nelle popolazioni che sono esposte a entrambi.
I ricercatori si sono concentrati su uno specifico effetto della crisi climatica: la siccità. A differenza degli eventi meteorologici estremi, come ad esempio un’alluvione, la siccità è un fattore di stress che si manifesta lentamente e agisce in modo cronico, esaurendo progressivamente le risorse economiche, sociali e psicologiche della popolazione colpita.
Intervistando le persone siriane e irachene rifugiate in un campo profughi gestito dall’UNHCR e in altre comunità in Turchia, i ricercatori hanno incrociato le risposte ai questionari che valutano il benessere psicologico con dati georeferenziati che valutavano il livello di siccità presente nell’area di provenienza delle persone prima della fuga. I risultati offrono un supporto quantitativo all’ipotesi, non ancora dimostrata in base a dati raccolti in una popolazione reale di rifugiati, che la crisi ambientale e quella umanitaria si rafforzino a vicenda. I ricercatori hanno infatti registrato che l’interazione della siccità con la guerra aumenta il peso psicologico di quest’ultima: le persone fuggite da un conflitto che, prima di lasciare la propria terra, vivevano già in condizioni di siccità, mostrano livelli più alti di disturbo da stress post-traumatico.
La corrosione della resilienza
Sebbene sia vero che la salute mentale si deteriora di più tra le persone che hanno vissuto una siccità, i ricercatori notano che questo fattore diventa significativo solo quando i livelli di esposizione alla violenza sono molto alti: in queste condizioni, l’aumento del disturbo da stress post-traumatico legato alla guerra risulta più che doppio rispetto a chi proviene da zone con condizioni climatiche nella norma. In questo caso, la siccità non è soltanto un fattore di rischio in più, ma agisce come un vero amplificatore dei rischi già esistenti.
In questo studio, gli autori suggeriscono anche alcune possibili ragioni per questo processo, che definiscono “corrosione della resilienza” – anche se, come essi stessi ammettono, si tratta solo di ipotesi, che dovranno essere confermate da ulteriori indagini. L’ipotesi è che la siccità mini alle fondamenta la capacità di resilienza di individui e comunità: le difficili condizioni ambientali prosciugano – letteralmente – le risorse economiche, consumando le riserve necessarie per affrontare ulteriori momenti di crisi; deteriorano la salute mentale, favorendo un approccio pessimistico alla percezione del rischio, aumentando così la vulnerabilità dei singoli; ed erodono i legami sociali, che sono meccanismi di difesa essenziali contro i traumi. Quando guerra e violenza si innestano su una situazione già compromessa, le persone più vulnerabili hanno più probabilità di trovarsi senza strumenti economici, psicologici e sociali per affrontare la situazione.
Essere consapevoli di questa interazione e dei suoi effetti è essenziale, secondo i ricercatori, non solo per comprendere meglio la portata delle crisi umanitarie oggi in corso, ma anche per approntare interventi che non si limitino a garantire il sostentamento dei rifugiati, ma riservino attenzione anche alla loro salute mentale, spesso compromessa, ad esempio approntando, dove possibile, servizi di supporto psicologico.