SOCIETÀ

La sovranità tecnologica europea passa anche per le pubbliche amministrazioni

Ad aprile di quest’anno, il governo francese ha annunciato di voler gradualmente diminuire la propria dipendenza da fornitori di servizi informatici non europei. L’intenzione è di smettere di usare Windows (prodotto della statunitense Microsoft) come principale sistema operativo dei computer della sua pubblica amministrazione e passare a Linux, un’alternativa open-source, ovvero distribuita gratuitamente e adattabile, tramite adeguata programmazione, a diversi contesti.

Lo stesso intende fare per le piattaforme di videoconferenze, che dalla pandemia in poi sono diventate uno strumento ormai insostituibile per organizzare riunioni online. Quelle ad oggi più utilizzate sono statunitensi: Zoom, Google Meet o Microsoft Teams. Dal 2027 invece, la Francia imporrà a tutta la sua pubblica amministrazione l’uso di Visio, una piattaforma che è stata sviluppata direttamente dalla sua direzione interministeriale per il digitale (DINUM - Direction interministérielle du numérique).

Iniziative simili sono in corso anche in altri Paesi, come la Germania e la Danimarca. A inizio giugno la Commissione Europea ha presentato un nuovo pacchetto normativo sulla sovranità tecnologica. “Questa iniziativa arriva in un momento in cui l’Europa rimane fortemente dipendente da fornitori esterni all’Unione europea per le tecnologie digitali fondamentali e in cui la domanda di capacità di calcolo sta crescendo rapidamente a causa della diffusione dell’intelligenza artificiale” riporta il comunicato. “L’obiettivo è ridurre le dipendenze strutturali e garantire che l’Europa sia in grado di sviluppare, implementare e proteggere le tecnologie su cui i cittadini europei fanno affidamento”.

Cosa contiene il pacchetto sulla sovranità tecnologica

Il pacchetto è composto da due proposte legislative, il Chips Act 2.0 e il Cloud and AI Development Act, da una Strategia per l’Open Source e da una Roadmap Strategica per la Digitalizzazione e l’uso dell’Intelligenza Artificiale nel settore energetico.

Con il Chips Act 2.0, l’Europa intende assicurarsi una capacità sufficiente per la produzione domestica e la fornitura di semiconduttori. Il Cloud and AI Development Act mira invece, tra le altre cose, a triplicare i data center europei da qui a 7 anni e a supportare ricerca e innovazione nella transizione digitale.

La Strategia Open Source propone un modello di sviluppo alternativo a quello degli Stati Uniti, dove AI e tecnologie digitali sono per lo più proprietà di grandi aziende private e il loro sviluppo è coperto da segreto industriale. L’Europa crede invece che la via per sviluppare un ecosistema fiorente per l’innovazione passi per la condivisione e la trasparenza, specialmente quando si parla di Large Language Models per l’AI. Yann LeCun, ex capo sviluppatore AI di Meta, a novembre dell’anno scorso ha lasciato il suo ruolo per tornare in Europa e fondare la sua start-up, Ami (che in francese significa “amico”), basata proprio su un approccio open-source all’AI.

Infine il pacchetto normativo sulla sovranità tecnologica contiene una tabella di marcia per l’applicazione dell’AI e delle tecnologie digitali al settore energetico: un sistema elettrico sempre più dominato da fonti rinnovabili ha bisogno di contatori smart e di dispositivi che regolino i flussi nell’infrastruttura di rete. L’AI può risultare un tassello importante dell’elettrificazione e della decarbonizzazione del Vecchio Continente.

Nel loro insieme, queste misure sostengono l’ambizione dell’Europa di diventare un continente leader nell’intelligenza artificiale, rafforzano la sua autonomia digitale e contribuiscono a costruire un futuro digitale più sostenibile” si legge nella proposta. “Inoltre, aiuteranno ad ampliare la scelta di tecnologie fondamentali a disposizione delle imprese, dei cittadini e delle pubbliche amministrazioni dell’Unione europea”.

Pubbliche amministrazioni e centri di ricerca

“Riducendo la nostra dipendenza da soluzioni extraeuropee, lo Stato invia un messaggio chiaro: quello di un potere pubblico che sta riprendendo il controllo sulle proprie scelte tecnologiche al servizio della propria sovranità digitale” aveva dichiarato Anne Le Hénanff, ministra francese delegata per l’AI e le tecnologie digitali.

La comunità dei ricercatori che lavora in università e centri di ricerca pubblici in Europa, sul fronte dell’indipendenza tecnologica è già più avanti di altri settori. I sistemi operativi Linux per esempio sono già diffusi nei centri di calcolo ad alta prestazione (HPC – High Performance Copmuting), perché permettono di sviluppare sistemi di gestione e di controllo che possono venire adattati a varie esigenze specifiche.

Come riporta Nature, sono diversi gli istituti di ricerca in Europa hanno già cancellato contratti per prodotti e servizi digitali statunitensi o che stanno pensando di farlo. Il CNRS (il Centro nazionale francese per la ricerca scientifica, omologo del CNR italiano) ha già iniziato a utilizzare Visio per le riunioni online e ha anche proibito l’uso di AI come ChatGPT, prodotta da OpenAI, o Gemini, di Google. Ai ricercatori CNRS invece è consentito l’accesso a Emmy, un chatbot basato sull’intelligenza artificiale di Mistral, una start-up francese che è tra le prime europee a essersi imposta nel mercato dei Large Language Models.

Libertà accademica

Oltre alle esigenze di natura economica e di sicurezza, un altro fattore che contribuisce a riporre meno fiducia di un tempo nei prodotti digitali statunitensi ha a che fare con il declino della libertà accademica iniziato con il secondo mandato di Donald Trump. La sua amministrazione ha cancellato progetti già avviati, tagliato fondi alla ricerca e addirittura smantellato interi sistemi di raccolta dati, come quelli relativi all’osservazione e al monitoraggio degli oceani e del clima terrestre. Più di recente, Trump ha anche imposto ad Anthropic di togliere a utenti non statunitensi l’accesso a Fable e Mythos, i nuovi modelli di AI che avrebbero dimostrato di poter individuare falle nella cybersicurezza di molti sistemi informatici.

“Si sta diffondendo sempre più la consapevolezza che potrebbe essere una buona idea allontanarsi da sistemi gestiti da aziende statunitensi” ha detto a Nature Pierre Senellart, vicepresidente per le infrastrutture digitali e la convergenza IT presso l’Università PSL di Parigi.

Già il rapporto Draghi sulla competitività europea, pubblicato a settembre 2024 alla vigilia del secondo mandato di Ursula von der Leyen, sottolineava che L'UE è strutturalmente dipendente da fornitori extra-europei per oltre l'80% dei suoi prodotti, servizi, infrastrutture e proprietà intellettuale digitali. Aziende come Amazon, Google o Microsoft dominano il mercato del cloud computing, così come Anthropic o OpenAI si sono già assicurate quello dell’intelligenza artificiale. La fornitura di semiconduttori e di altre componenti invece dipende in gran parte dall’Asia, oltre che dagli Usa.

Secondo la Commissione, l’Europa spende ogni anno 264 miliardi di euro per acquistare prodotti e servizi informatici da Paesi terzi, mentre esistono più di 3 milioni di sviluppatori in Europa che lavorano con l’open-source, per sviluppare soluzioni innovative. Il pacchetto sulla sovranità tecnologica è pensato proprio per valorizzarli e supportarli al meglio.

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