Il fico è “mostruoso”, la mela provoca “ventosità”. Quando la frutta era considerata nociva
Caravaggio, Canestra di frutta, 1599. Olio su tela. Milano, Pinacoteca Ambrosiana - Wikimedia Commons
L'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda il consumo di cinque porzioni al giorno di frutta e verdura: almeno 400 grammi per gli adulti, e bambine e bambini sopra i dieci anni, tra i 250 e i 350 grammi al giorno per i più piccoli. In apertura del saggio Storia della frutta - Un viaggio tra gusto, salute e mercati dal Rinascimento a oggi (Editori Laterza) anche Dante Bolognesi, studioso di storia economica e sociale, condivide i dati del 2023 relativi al commercio di frutta fresca e secca, che ha raggiunto i 130 miliardi di dollari, confermandone la centralità nelle dinamiche di mercato legate all'alimentazione globale, a partire da Paesi tradizionalmente vocati, come l’Italia, e coinvolgendo “sempre più agguerriti newcomers”.
I numeri oggi non sorprendono e queste considerazioni ci sembrano ovvie, ma Bolognesi li mette subito in evidenza per poter ribaltare il punto di vista e intraprendere un viaggio nel tempo capace di smontare le nostre certezze storiche relative alle abitudini e agli usi sociali: “Non è sempre stato così - spiega -. Per secoli i medici hanno di norma messo in guardia dal consumo dei frutti, capaci, secondo le teorie risalenti all’antichità, di mettere in pericolo la salute degli individui a causa delle loro intrinseche, potenzialmente dannose qualità”.
Dunque, in passato, il consumo di frutta era considerato rischioso. Bolognesi rintraccia l'accoglienza della frutta attraverso i secoli, concentrando l’attenzione sull'Italia, dove è rimasta per lungo tempo un prodotto di nicchia, in una società attraversata “dalla paura della fame e delle carestie”, legando il proprio destino alle trasformazioni della società. Nel Rinascimento il consumo è caratterizzato da un paradosso: da un lato viene considerato un pericolo per l'equilibrio degli umori, dall'altro ne viene fatto un uso quotidiano e gastronomico distinto in base alla classe sociale. Se per i ceti popolari la frutta è secondaria rispetto ai cereali, per gli aristocratici rappresenta un simbolo di status a cui non si vuole rinunciare e che, anzi, diventerà sempre più evidente, tanto che i medici, nel corso del tempo, si troveranno costretti a superare le resistenze e a fare concessioni in termini di consumo, adeguando le prescrizioni con correttivi per rendere meno nocivi i cibi sospetti. Citando il contributo di David Gentilcore in Food and Health in Early Modern Europe, dedicato all’adattamento dei medici agli usi regionali, al rango e ai gusti dei destinatari delle loro prescrizioni dietetiche, Bolognesi sottolinea “come non vi sia cibo come la frutta in cui nella prima età moderna sia più evidente lo scarto fra teoria medica e reale consumo e in cui appaia più profondo il progressivo cambiamento nelle prescrizioni sanitarie. A proporre una sorta di vademecum particolarmente esaustivo e illuminante di questa sofferta tolleranza sarà, fra gli altri, un medico bolognese, Baldassarre Pisanelli, nel Trattato della natura de’ cibi et del bere del 1583. Nel libro descriverà dettagliatamente, in una sorta di tabella ante litteram, non solo 'tutte le virtù et i vizi' dei frutti 'ma anco i rimedji' per correggerne i difetti”.
La spiccata deperibilità ha alimentato la convinzione di un rischio per la salute e al tempo stesso ha confinato la coltivazione nei giardini di monasteri e ville. Il pensiero e le condizioni cambiano quando il progresso della scienza permette di superare le antiche diffidenze portando a un aumento dei consumi, all'espansione delle coltivazioni e allo sviluppo del commercio a partire dall'Ottocento, fino ai contemporanei mercati globali.
Juan Sánchez Cotán, Natura morta con mela cotogna, cavolo, melone e cetriolo, 1602, San Diego Museum of Art - Wikimedia Commons
Dai fichi alle mele, passando per i (temutissimi) meloni
Le prime pagine del saggio di Bolognesi sono irresistibili e fanno subito riferimento a Tommaso Giannotti Rangoni, detto il Filologo, personaggio singolare che, in estrema sintesi e tra le varie vicissitudini, dopo una profezia su un atteso catastrofico diluvio, mai avvenuto, sbeffeggiato e diventato oggetto di satira, allontanato da Modena, dove viveva, abbandona l’attività di astrologo per dedicarsi a quella di medico e, passando prima per Venezia, giunge anche a Padova, dove fonda un collegio per accogliere gli studenti più promettenti dell’università. Ed è solo un assaggio delle bizzarre avventure di un uomo che per tutta la vita ricercò attenzione e riconoscimenti. Ma torniamo ai frutti. Nella sua opera Come l’uomo può vivere più di 120 anni (De vita hominis ultra CXX annos protrahenda), redatta a metà Cinquecento, Rangoni elenca i frutti considerati pericolosi, non risparmiandone mezzo. Eccone alcuni. Il fico? Un "frutto mostruoso", portatore di "humori collerici, sangue cattivissimo, ventosità, pidocchi". Le mele sono utili solo ai melanconici, grazie al loro aroma, ma in verità, "tutte cattive e peggiori di tutti i frutti, causano ventosità", rendendo difficile la digestione, favorendo l’insorgere di gravi malattie.
L’uva provoca dolori e turbamenti nello stomaco, nel ventre, nella vescica, nella testa. Le more? "Solo per pascere i vermi". Le giuggiole? "Dannate da Galeno", desiderate da uomini "sfrenati" e senza giudizio. Le melagrane sono portatrici di emicranie, e così via. Infine, sottolinea Bolognesi, il più temuto: "L’idiosincrasia per un frutto sui generis come i meloni, ritenuti uno dei cibi più freddi e umidi, era poi generale e senza titubanze", nella convinzione che proprio la passione per questi frutti da parte di papa Paolo II e degli imperatori Federico III ed Enrico VII ne avesse anche causato la morte.
Paul Gauguin, Natura morta con mele, una pera e una brocca in ceramica (1889), Fogg Museum, Cambridge, Massachusetts - Wikimedia Commons
Per Rangoni, e molti altri suoi contemporanei, gran parte dei frutti freschi erano nocivi o, come abbiamo visto, addirittura velenosi: causa di cattiva digestione o parassiti, di emicranie e alterazioni umorali. La resistenza e il sospetto rispetto al loro consumo derivava soprattutto da Galeno, che vietava i frutti poiché soffriva di dissenteria. Considerato composto da quattro umori - sangue, flegma, bile gialla, bile nera - combinati con quattro qualità, caldo, freddo, umido, secco, il corpo umano legava la propria salute all’equilibrio tra le parti. Si pensava che la malattia potesse sorgere a partire dal loro sbilanciamento. Così, nella teoria degli umori, la frutta occupava una posizione controversa: pericolosa per la "straboccante umidità" e l'eccessiva freddezza, utile solo in caso di terapie di contrasto, contraria contrariis curantur.
Ai meloni "et gl'altri frutti" aveva rinunciato anche il più noto veneziano, padovano d'adozione, Alvise Cornaro, dichiarandolo nel suo Trattato su la vita sobria, stampato a pochi anni dall’opera del Rangoni, nel 1558. Puntando a raggiungere i cent'anni in buona salute (20 in meno rispetto a Rangoni, ma comunque un traguardo eccezionale, anche per la nostra epoca) per Cornaro era la sua stessa esperienza di vita a dimostrarlo. “Dopo aver condotto per una quarantina d’anni una vita di eccessi, si era ritrovato pieno di acciacchi aggravando la sua già debole costituzione - si legge nel saggio di Bolognesi -. Aveva così deciso di modificare radicalmente la consueta alimentazione, abbandonando tutti i cibi che fin lì aveva apprezzato: ‘Il vin brusco, et freddissimo [...], i meloni, et gl’altri frutti, le insalate crude, i pesci, la carne di porco, le torte, le minestre di legumi, i mangiari di pasta [...] Ora si accontentava di mangiare moderatamente 'con pane nel vino, e con panatella di pane e ovi [uova] con pane' e aveva riacquistato una invidiabile salute tanto che era sicuro di raggiungere un secolo di vita". Da una parte la condivisibile moderazione, per assicurarsi anni di benessere e salute, dall’altra l’errata convinzione del pericolo custodito nella dolcezza di un buon melone.
Giovanna Garzoni, Natura morta con cesto di limoni, 1640 - The J. Paul Getty Museum, Los Angeles via Wikimedia Commons
Tuttifrutti e Agrumi
È una storia diversa, o meglio, con un focus specifico, quella raccontata dallo storico della botanica Giuseppe Barbera in Agrumi (Il Saggiatore), saggio meno recente rispetto a quello di Bolognesi, ma degno di nota in questo specifico contesto di approfondimento. Tra i frutti solo gli agrumi traggono il proprio nome dal mito: a partire dal Rinascimento, infatti, i botanici li definiscono esperidi, in omaggio alle ninfe che ne custodivano il giardino, anziché semplici bacche carnose. Il primo a identificarli è Giovanni Gioviano Pontano nel De hortis Hesperidum, sive de cultu citriorum, e l’affermazione giunge con Giovanni Battista Ferrari nel 1646 con Hesperides dove de malorum aureorum cultura et usu. Frutti rotondi, come arance e mandarini, o ellittici come i limoni, “lucenti per la cera che ricopre anche le foglie; il colore è giallo o arancione quando a maturazione la clorofilla verde si muta nei carotenoidi - scrive Barbera -. Possono anche essere rossi o sanguigni se si accumulano le antocianine o rosa per il licopene. Sono i colori del tramonto ai confini della Terra dove si trovava il giardino delle ninfe, quando il cielo si tinge di giallo e di verde e il sole che tramonta nel mare pare una sfera arancione e rossa”.
Paul Cezanne, Natura morta con mele e arance - Wikimedia Commons
I giardini divini custodiscono da sempre le raccolte più preziose. Se nella tradizione mesopotamica di Gilgamesh, antecedente di quindici secoli all'epica omerica, i rami donavano cornioli di gemma e perle di mare tra foglie di lapislazzuli, nel mito greco questi si trasformano nei celebri frutti d'oro, capaci di suscitare desideri e motivare imprese eroiche. Sull'arancia, mala aurantia, si sofferma l'autore, riportando gli scritti di Ferrari per il quale, ‘in nessuna altra frutta, la natura raccolse oro più bello come se le radici avessero assorbito il metallo sotterrato in grande quantità e lo avessero diffuso nei frutti’. Per questo poté diventare d’oro anche il nome”. Del resto persino Bruno Munari le dedicava pagine e pensieri definendola modello quasi perfetto di good design, "dove si riscontra l'assoluta coerenza tra forma, funzione e consumo. Persino il colore è esatto, in blu sarebbe sbagliato".
Giuseppe Barbera è autore anche di Tuttifrutti, pubblicato nel 2018 con Aboca Edizioni, in cui racconta il paesaggio italiano proprio attraverso la storia degli alberi da frutto, intrecciando natura, letteratura e pittura, muovendosi tra le limonaie del Garda e i pendii dell’Etna, citando le parole di Shakespeare, Gadda e Pavese.
Atlante gastronomico della frutta
Pubblicato nel 2020, l'Atlante gastronomico della frutta di Slow Food esplora l'universo delle piante da frutto che crescono e si coltivano nelle regioni d'Italia: sono 37 le colture descritte, per caratteristiche e distribuzione. Il libro offre storia e classificazione botanica, indagandone la varietà sui banchi del mercato, la stagione di raccolta e le pratiche colturali, le tecniche di conservazione e gli usi consapevoli in cucina.