SOCIETÀ

Tra terremoto e autobombe: il difficile esordio del presidente della Colombia

Aiuti sì, perché il terremoto di magnitudo 7.4 che il 10 agosto scorso ha colpito la Colombia è stato davvero devastante: ma soltanto se provengono da nazioni “amiche”, allineate con il nuovo corso politico impresso alla Colombia dal nuovo presidente Abelardo de la Espriella, rappresentante dell’estrema destra populista, eletto d’un soffio lo scorso giugno, e insediato poche ore prima del sisma. 

Così accade che soltanto quattro Paesi abbiano ottenuto il permesso di inviare sul posto squadre di soccorso: Stati Uniti, Ecuador, El Salvador e Israele, nazioni non certo guidate da governi progressisti. Mentre una squadra di specialisti provenienti dal Messico, la Brigata di Soccorso Topos Tlatelolco, in grado di offrire supporto umanitario e tecnico, per la ricerca delle persone rimaste intrappolate sotto le macerie, non ha ricevuto il via libera dalle autorità colombiane. 

A denunciarlo era stata, la scorsa settimana, la stessa presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, leader riconosciuta della sinistra ambientalista. Una prima risposta era arrivata, come riporta Al Jazeera, da David Santiago Tamayo, direttore dell'Unità Nazionale per la gestione del rischio di disastri della Colombia (UNGRD): “Per operare sul nostro territorio le squadre di soccorso straniere devono essere certificate e riconosciute a livello internazionale dai rispettivi paesi”, aveva dichiarato il funzionario colombiano, precisando che sarebbero stati accettati soltanto le organizzazioni riconosciute dall’International Search and Rescue Advisory Group (INSARAG), la rete sostenuta dall’ONU che stabilisce standard internazionali per le squadre di ricerca e soccorso urbano. 

La stessa presidente messicana aveva però contestato la ricostruzione, spiegando che la squadra messicana, “già schierata in 98 paesi e pronta a partire in qualsiasi momento”, aveva già la certificazione necessaria ma che le autorità colombiane avevano chiesto di fornire “ulteriore documentazione”. Fatto sta che l’impasse ha impedito ai soccorritori messicani di intervenire nelle prime 72 ore dall’emergenza, quelle decisive per tentare di salvare i sopravvissuti. Il ministro degli Esteri colombiano, Omar Bula, ha poi formalmente respinto la tesi che gli aiuti vengano accettati o meno sulla base delle affinità ideologiche. Ma che il semaforo verde si sia acceso soltanto per quelle quattro nazioni (Israele ha inviato una squadra formata da 82 specialisti, tra soccorritori e ingegneri, a Calì) è un dato di fatto inconfutabile.


Leggi anche: La Colombia sceglie l’uomo dell’ordine: cosa c’è dietro la vittoria di Abelardo de la Espriella


 

Donazioni e solidarietà

A quasi dieci giorni da quelle scosse violentissime che hanno devastato la Colombia, con 15 dipartimenti coinvolti e 450 Comuni colpiti (ma nelle due città più grandi, Bogotá e Medellín, i danni sono stati lievi), resta il drammatico bilancio: 289 vittime accertate (21 dei quali minori), 4.187 feriti, 143 dispersi. Sono 66 gli edifici crollati, mentre le abitazioni distrutte sono quasi 27.000, e oltre 127.000 quelle che hanno riportato danni. Danni che hanno riguardato anche le infrastrutture pubbliche e le reti di servizi pubblici: strade, ospedali, scuole, aeroporti, ponti e acquedotti. Con una straordinaria rete di solidarietà nazionale scattata immediatamente: con volontari giunti da ogni angolo del paese per offrire un aiuto, con gli ingegneri civili che controllano le crepe delle abitazioni di chi non sa se può tornare a casa, con gli psicologi che offrono terapie a chi ha paura, con i cuochi che cucinano per chi ha fame, senza chiedere un peso in cambio. Mentre l’Associazione degli imprenditori colombiani ha raccolto in pochi giorni 72.000 milioni di pesos (pari a circa 23 milioni di dollari) da devolvere in aiuti alla popolazione. 

Intanto il presidente de la Espriella, che ha quantificato in circa 30 miliardi di pesos (circa 10 milioni di dollari americani) l’ammontare dei danni, ha decretato lo stato d’emergenza, nel tentativo di accelerare le procedure per la ricostruzione nelle zone più colpite, comprese le città di Cali, Pereira, Manizales e Quibdó. E un aiuto concreto arriverà anche dalle donazioni in denaro (15,5 milioni di dollari dagli Stati Uniti, 2 milioni di euro dall’Unione europea, 200 milioni di dollari dalla Banca Mondiale). Il che pone però un’altra questione, che Álvaro Morales de León, veterinario, docente universitario e difensore dei diritti umani, ha voluto mettere nero su bianco senza troppi giri di parole: “Chi garantisce che questi aiuti raggiungano davvero chi ne ha bisogno? La storia recente della Colombia mostra che la domanda non è un'esagerazione: in momenti diversi, risorse destinate a gestire emergenze sono state compromesse in indagini per presunte irregolarità, sforamenti di costo, fallimenti contrattuali o carenze nell’esecuzione. La conclusione è tanto scomoda quanto inevitabile: la tragedia non finisce quando le macerie spariscono. Poi inizia un'altra battaglia: per impedire che la corruzione gravi sulle spalle delle vittime. Gli aiuti umanitari possono andare persi in molti modi: scomparire fisicamente, essere deviati, dati alle persone sbagliate, usati per acquisiti a prezzi gonfiati o finire per essere convertiti in contratti multimilionari che non producono i risultati promessi. Perciò il Governo Nazionale ha un obbligo urgente: garantire la totale trasparenza nell’amministrazione degli aiuti umanitari. La solidarietà tra colombiani e comunità internazionale non può diventare una scatola nera amministrativa”. Sperando che le scosse di assestamento (325 nella prima settimana) via via si affievoliscano.

Tra giuramento e autobombe

Bisogna ammettere che per Abelardo de la Espriella, personaggio di per sé controverso e divisivo, che ha superato d’un soffio (meno di un 1% di voti di differenza) il suo rivale Iván Cepeda al ballottaggio, non poteva esserci esordio più difficile sulla poltrona di presidente. Molti media lo definiscono “el hombre de Trump”, vista la vicinanza con il presidente americano, che all’indomani della sua elezione aveva esultato offrendo il suo “pieno e totale appoggio”, sostenendo che “i risultati di queste elezioni sono molto importanti per il futuro della Colombia e per il suo rapporto con gli Stati Uniti” e annunciando l’invio di “1 miliardo di dollari di aiuti per sostenere l’amministrazione del presidente de la Espriella nel raggiungimento dei nostri obiettivi comuni”. De la Espriella, che si è insediato il 7 agosto scorso, aveva subito confermato che avrebbe messo fine al programma della “Paz Total”, che puntava a raggiungere attraverso il dialogo una tregua duratura con i gruppi armati rivoluzionari, promosso invece (con risultati dubbi) dal suo predecessore di sinistra, Gustavo Petro. Il leader dell’estrema destra ha imboccato la strada opposta, riproponendo lo scontro totale, l’approccio militarizzato, sostenendo proprio nel suo discorso d’insediamento che “l'opzione del dialogo è ormai esaurita” e ponendo un ultimatum ai gruppi armati: “Avete un mese di tempo per organizzare la vostra sottomissione allo stato di diritto. Scaduto il termine, le organizzazioni che continueranno a essere coinvolte in attività illecite dovranno affrontare l’azione delle istituzioni statali”. Il neo presidente ha anche promesso di costruire mega-prigioni, sulla scia dell’esempio del presidente salvadoregno Nayib Bukele, altro alleato di Donald Trump. 

La risposta dei gruppi armati rivoluzionari non si era fatta attendere: quattro attentati, con autobombe o droni imbottiti di esplosivi, si sono verificati in varie zone della Colombia (Santander de Quilichao, San Roque, Antioquia, Tolima) all’indomani dell’insediamento di de la Espriella, con un bilancio di un poliziotto ucciso e diversi feriti. Segnale inequivocabile che i dissidenti delle Farc hanno deciso di tornare platealmente all’azione e di sfidare il nuovo governo di estrema destra. “La Colombia non si inginocchierà di fronte alla violenza, né permetterà la distruzione delle infrastrutture che collegano le nostre regioni”, ha dichiarato la Ministra dei Trasporti Elsa Noguera, pubblicando un post sui social dopo gli attentati. 

Il sisma ha rallentato l’escalation degli attentati

Il terremoto, che ha colpito un paese impreparato almeno quanto il nuovo governo (le Nazioni Unite, per fare un solo esempio, hanno dichiarato di non aver ricevuto alcuna richiesta di assistenza dal governo colombiano), ha soltanto rallentato l’escalation dei gruppi armati, che costituiscono ancora oggi una realtà assai complessa in una nazione che ha vissuto oltre sessant’anni di guerriglia. L’Associazione Human Rights Experts riassumeva così, pochi mesi fa, la situazione: “I gruppi armati colombiani nel 2025-2026 formano un complesso scenario post-conflitto: fazioni dissidenti delle FARC smobilitate, dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) ancora attivo, del Clan del Golfo (AGC) successore delle forze paramilitari, oltre a gruppi regionali più piccoli. Gruppi che competono e talvolta collaborano per la coltivazione della coca, che si sostengono con l’estorsione, che controllano le rotte del traffico di droga e l’estrazione mineraria illegale”. Gruppi diversissimi tra loro (guerriglieri di sinistra, paramilitari di destra, semplici criminali), ma che condividono molte tattiche. Come spiegava ancora l’analista Ana Suarez: “Reclutamento forzato, soprattutto di minori; violenza sessuale; estorsione; omicidi di leader sociali ed ex combattenti; utilizzo di mine antiuomo (in particolar modo dissidenti delle FARC e ELN); controllo territoriale tramite coprifuoco e restrizioni ai movimenti”. A rimetterci, com’è evidente, sono sempre i civili. Ma smantellare con la forza quelle formazioni di guerriglieri, come si propone di fare il nuovo presidente (nell’ultima azione congiunta tra l'Esercito Nazionale e la Forza Aerospaziale Colombiana 6 presunti terroristi sono stati uccisi), non sarà semplice. Appena domenica scorsa la leader dell’ELN, Silvana Guerrero, è riapparsa in un video nel quale promette che le ostilità continueranno, in risposta all'ultima azione militare che ha colpito il gruppo al confine meridionale, promettendo che non ci sarà nessuna resa, nessuna tregua: “Combatteremo con orgoglio e dignità per la liberazione della nostra terra”.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012