Torri d’acqua: clima, genere e alleanze forzate nel Tagikistan che si scioglie
Il laboratorio tessile alimentato ad energia solare di Little Earth nel villaggio di Mahtimain nella valle di Yaghnob - Credits: Little Earth
Le Torri d’Acqua sono le grandi catene montuose del Pamir e del Tian Shan. Sono enormi serbatoi naturali che accumulano la neve e le precipitazioni invernali per poi rilasciarle gradualmente sotto forma di acqua dolce durante i mesi caldi. Questo deflusso alimenta i fiumi Amu Darya e Syr Darya, arterie vitali per l’agricoltura, la sicurezza alimentare e l’approvvigionamento energetico di decine di milioni di persone residenti a valle, in Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Kazakistan. Il Paese delle Torri d’Acqua è l’emblema della rottura di un intero sistema planetario e nel silenzio rarefatto delle alte quote del Pamir, il rumore del ghiaccio che si spezza si fa battaglia politica. Qui la crisi climatica arriva con una forza fisica brutale, che ridisegna i confini geografici, svuota i bilanci energetici, ruba i diritti ai più vulnerabili e riscrive profondamente i rapporti di potere nazionali ed esteri.
“Prima dell’università non sapevo praticamente nulla di ambiente o clima”, racconta Anisa Abiboullaieva. “Poi ho iniziato a studiare e a capire. È questo che mi ha spinta ad agire: mi sono chiesta quante altre persone fossero come me, vittime di qualcosa che nemmeno conoscevano. Ho pensato che potevo contribuire a mostrare loro la realtà e cercare insieme a loro gli strumenti per affrontarla”. Nata a Dušanbe, la capitale del Tagikistan, in una valle sovrastata dai giganti di ghiaccio, Anisa ha studiato economia e scienze ambientali alla University of Central Asia (UCA). Oggi, dopo anni di lavoro sul campo con la ONG locale Little Earth e come coordinatrice nazionale della rete Youth for Climate and Water, collabora con la FAO come specialista in comunicazione.
“L’esperienza che mi ha colpita più di tutte è stata una spedizione sul ghiacciaio Zarafshan”, racconta Anisa. “Vederlo con i miei occhi è stato scioccante: un gigante di ghiaccio millenario che si sta degradando. Il ghiacciaio perde circa due metri di massa verticale ogni anno e secondo le previsioni scientifiche potrebbe scomparire del tutto in 10-15 anni”. I dati satellitari e i monitoraggi glaciologici lo mostrano con una chiarezza disarmante. Negli ultimi trent’anni, il Tagikistan ha perso più di 1.000 ghiacciai, portando a un vero e proprio fallimento finanziario dei conti correnti idrici della regione, che vanno stabilmente in rosso. Il paradosso strutturale che ne deriva è devastante per l’economia nazionale. Il Tagikistan dipende per oltre il 90% della sua produzione elettrica dall’energia idroelettrica. L’accelerazione della fusione glaciale estiva crea un’abbondanza d’acqua improvvisa e distruttiva, che si traduce in inondazioni repentine e colate di fango - mudflows - che spazzano via infrastrutture e interi villaggi. Durante i mesi freddi invece, la drastica riduzione del deflusso invernale paralizza le turbine e la rete elettrica.
“ Una nazione ricca d’acqua dolce che si ritrova a morire di sete e di buio nel cuore dell’inverno
“Sulla carta, il Tagikistan è un campione del clima”, interviene Timur Idrisov, giornalista e veterano del movimento ambientale centroasiatico, che da 35 anni documenta e denuncia l’impatto della crisi climatica per conto del Climate Action Network (CANECA). “Ufficialmente, ogni idea o visione ecologista viene supportata dal governo. Abbiamo programmi governativi altisonanti, come la Strategia per lo Sviluppo della Green Economy al 2027. Ma la realtà è che questi obiettivi sono irrealistici, parole scritte per compiacere i partner internazionali e attirare finanziamenti esteri — si stima che al Paese servano circa 8 miliardi di dollari per far fronte alla crisi climatica — che poi si perdono nei meandri della corruzione e della burocrazia centrale”.
Il governo ha saputo sfruttare la crisi sul piano diplomatico, ottenendo dalle Nazioni Unite la proclamazione del 2025 come Anno Internazionale della Protezione dei Ghiacciai.
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Tuttavia, secondo Idrisov, manca il pilastro fondamentale: l’azione locale autonoma. “La quasi totalità di questi programmi statali non si basa su risorse interne, ma dipende da donatori stranieri. Abbiamo visto progetti per lo sviluppo dell’energia solare fallire uno dopo l’altro perché mancano politiche di integrazione e radicamento sul territorio e non c’è programmazione nel lungo termine”. Lo spazio per la società civile è ridotto al minimo: o sei allineato allo Stato, o vieni considerato un ostacolo.
Mentre i ghiacciai svaniscono in quota, la terra coltivabile a valle muore in una crisi di degrado ed erosione del suolo che non ha precedenti storici. “Non abbiamo molti campi agricoli” sottolinea Timur “più del 90% della terra coltivabile in Tagikistan sta affrontando problemi di erosione dovuti a pratiche agricole insostenibili ereditate dall’epoca sovietica, a sistemi di irrigazione vecchi e inefficienti e a una diffusa salinizzazione dei terreni. Questo ha un impatto spaventoso sulla produzione di cibo, specialmente nelle grandi pianure del sud, come nel distretto di Javan, dove l’estrattivismo minerario ha ulteriormente compromesso il territorio”.
Dall'ingiustizia climatica alle questioni di genere
È uno scenario di progressiva desertificazione del quotidiano, dove la crisi ambientale si trasforma in un violento acceleratore di disuguaglianza sociale e di genere. In una società strutturalmente patriarcale, condizionata da rigide norme tradizionali e religiose, sono le donne a pagare il prezzo più alto del collasso ecologico. In Tagikistan, la giustizia climatica è indissolubilmente legata alla giustizia di genere. A causa della povertà rurale e della mancanza di opportunità, la maggior parte degli uomini in età lavorativa è costretta a emigrare verso la Federazione Russa o a spostarsi nei centri urbani industriali per inviare le rimesse a casa, tornando nei villaggi solo nei fine settimana o scomparendo per mesi. Nei distretti montani rimangono donne, bambini e anziani.
“Le donne sono sole a occuparsi dei figli, della gestione della casa e dell’agricoltura di sussistenza” spiega Anisa. “Si svegliano alle cinque del mattino e lavorano senza sosta. Non c’è tempo per studiare, per sognare, per pensare al futuro. E quando il suolo si degrada o l’acqua diminuisce, sono loro in prima linea ad affrontare le conseguenze - senza avere nessuno strumento per farlo”. Le donne rurali dipendono dai mariti e hanno poche possibilità di svolgere attività economiche autonome. Lavorano a tempo pieno, molto più di un normale impiego, ma senza essere retribuite. “Anche le catastrofi naturali pesano più su di loro. Quando ci sono frane o colate di fango improvvise, sono le donne e i bambini a trovarsi bloccati all’interno delle case e quindi a essere maggiormente esposti al rischio di morte”. Chi si salva resta imprigionata nelle macerie, senza le risorse economiche - e spesso nemmeno l’autonomia sociale - per potersene andare.
Per rispondere a questa emergenza, Little Earth propone tecnologie ecologiche decentralizzate che possano sottrarre carico al lavoro domestico. “L’anno scorso ho lavorato con le donne di una comunità rurale delle montagne per costruire delle cucine solari”, racconta Anisa. “Una delle beneficiarie aveva cinque figli. Lei usa la cucina solare per cucinare, ma soprattutto per riscaldare l’acqua. Fa bollire l’acqua circa quindici volte al giorno per lavare i bambini, fare il bucato, preparare il tè e avere acqua calda disponibile la sera. Queste tecnologie migliorano anche la salute perché eliminano il fumo tossico prodotto dai combustibili non idonei che vengono usati nelle abitazioni più povere”.
L’Asia Centrale è esempio di come la lotta alla crisi climatica sia efficace solo se passa attraverso l’emancipazione femminile. Grazie al suo approccio, nel 2024 Little Earth ha ottenuto il premio internazionale Gender Just Climate Solutions Award. “Le donne sono le più oppresse, ma anche le più resilienti” dichiara Anisa. “Sono loro a dover trovare l’acqua quando le fontane si seccano, o a dover cucinare anche quando il legno scarseggia. Sono ingegnose, determinate, solidali. Ma la strada è in salita: la violenza domestica e i matrimoni forzati sono piaghe che la crisi climatica non fa che inasprire, rendendo la vita delle donne tagike una lotta quotidiana per la dignità”.
“ L'Asia Centrale rischia di rimanere un territorio invisibile, escluso dai grandi flussi di finanziamento della giustizia climatica globale
Nuovi fronti di conflitto: clima, acqua e scorie nucleari
Il Tagikistan non è un laboratorio isolato; è incastrato in una delle aree più instabili, sorvegliate e militarizzate del mondo. Nel 2026, il governo di Dušanbe si trova costretto a un difficile equilibrismo: se la Russia rimane il partner storico e imprescindibile per la sicurezza militare - anche a causa della forte preoccupazione che l’estremismo possa filtrare attraverso i confini già fragili, la Cina è diventata il padrone assoluto dell’economia nazionale, finanziando infrastrutture stradali e industriali in cambio di concessioni minerarie strategiche e dell’acquisizione della fetta maggioritaria del debito estero tagiko.
A sud, il lungo confine con l’Afghanistan è una ferita aperta che agita i pianificatori idrici centroasiatici. Il regime dei Talebani ha accelerato la costruzione del massiccio canale Qosh Tepa, una mastodontica opera di ingegneria idraulica progettata per deviare enormi volumi d’acqua dal fiume Amu Darya. “Questo canale influenzerà l’intera Asia Centrale” avverte Timur Idrisov “Prenderà una quantità d’acqua tale da mettere in ginocchio Uzbekistan e Turkmenistan, che stanno già affrontando crisi idriche croniche. Anche se il Tagikistan si trova a monte rispetto al punto di prelievo afghano, l’impatto geopolitico si farà sentire, per le pressioni che Uzbekistan e Turkmenistan eserciteranno su Dušanbe affinché rilasci più acqua dalle sue dighe montane per compensare le perdite causate dai Talebani”. Il clima diventa l’ennesimo fronte di un conflitto devastante dal punto di vista umano e ambientale: i governi che confinano con l’Afghanistan, pur non riconoscendo l’esecutivo dei Talebani, per far fronte alla crisi ambientale e alla gestione dei bacini transfrontalieri saranno costretti a sedersi al tavolo e a negoziare con loro, contribuendo loro malgrado a dare legittimità politica al regime Talebano.
A questa complessa equazione geopolitica si aggiunge l’ombra tossica delle miniere di uranio abbandonate dall’era sovietica nel nord del Paese. “Ci troviamo addosso il carico delle scorie nucleari lasciate dai sovietici e lo Stato non sa cosa farne”, spiega Timur, che ha mappato questa ulteriore minaccia silenziosa. “Con l’aumento dei disastri naturali causati dalla crisi climatica, dalle precipitazioni estreme e dalle alluvioni glaciali improvvise, queste scorie sepolte sono bombe a orologeria. Un eventuale cedimento strutturale delle barriere di contenimento rischierebbe di contaminare per sempre i principali fiumi transfrontalieri dell’intera regione, provocando un disastro ecologico e sanitario di proporzioni continentali”.
In un Paese in cui la priorità è la sussistenza, la sfida non è comunicare l’emergenza, ma tradurla in soluzioni immediate. “Spieghiamo che senza un ambiente sano non possiamo sopravvivere” racconta Anisa “ma non ci limitiamo all’informazione, proponiamo soluzioni pratiche che migliorano le condizioni di vita da subito”. Questa resistenza pragmatica sta intercettando l’energia dei più giovani, nonostante lo spazio per la società civile si stia chiudendo rapidamente. Negli ultimi anni infatti la registrazione delle ONG è diventata un calvario burocratico e il tema ‘ambiente’ è tollerato dal regime solo finché resta una questione tecnica. Nel momento in cui si denuncia l’inefficacia dei programmi idrici statali o la corruzione, si diventa un bersaglio. Eppure, l’interesse cresce: “Qualche anno fa ricevevamo al massimo venti candidature per i nostri corsi sul clima, oggi superiamo spesso le cento richieste. La nascita della rete nazionale Youth for Climate and Water ne è la prova” continua Anisa. È un impegno che richiede determinazione, anche per scardinare le barriere generazionali all’interno delle stesse mura domestiche: “Mio padre mi immaginava economista, è preoccupato quando vado in aree montane remote e pericolose. Ma so che vedere i risultati concreti del mio lavoro lo rende fiero”.
I risultati sul campo, tuttavia, devono scontrarsi con una realtà istituzionale che ignora perfino le definizioni di base. Nei documenti governativi di Dušanbe il termine ‘migrante climatico’ non esiste. “Li chiamiamo ‘migranti ambientali’, una formula legata solo a disastri naturali o siccità estreme” spiega Timur. Lo Stato risponde attraverso una Commissione per le situazioni di emergenza che reinsedia coattivamente le comunità dalle vette alle pianure del sud. Il risultato è una diaspora silenziosa: le genti di montagna perdono le proprie radici geografiche e si ritrovano in aree semiaride e prive di servizi, costretti a comprare l’acqua o a raccoglierla da fonti contaminate. “Se il 33% del Pakistan è finito sott’acqua nel 2022, lo stesso può accadere qui con le alluvioni glaciali improvvise” avverte Anisa “La migrazione ambientale è la nostra realtà immediata, ma manca ancora uno scudo giuridico, sia nazionale sia internazionale, che protegga queste persone dopo che hanno perso tutto”.
Mentre le crisi in Medio Oriente e in Ucraina monopolizzano l’attenzione dei media, l’Asia Centrale rischia di rimanere un territorio invisibile, escluso dai grandi flussi di finanziamento della giustizia climatica globale. Il Tagikistan del 2026 è lo specchio del nostro futuro prossimo: una nazione aggrappata alle sue rocce mentre l’elemento che l’ha resa ricca — l’acqua — si trasforma nella sempre più in una minaccia sociale, ambientale e geopolitica.