SOCIETÀ

La transizione verde e la nuova corsa alla terra

Per anni il land grabbing è stato raccontato soprattutto come una questione agricola: grandi estensioni di terra sottratte a contadini e comunità locali per fare spazio a monocolture, allevamenti e piantagioni destinate all’export. Quel fenomeno non è affatto scomparso. Ma oggi si sta spostando anche altrove, seguendo la geografia della transizione energetica. La terra serve ancora per produrre cibo, ma serve anche per estrarre rame, litio, cobalto, nichel, per installare grandi impianti di rinnovabili e per alimentare il mercato dei crediti di carbonio. Nel rapporto Le nuove frontiere del land grabbing. I padroni della Terra 2025 pubblicato dal Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI), l’analista e ricercatore Andrea Stocchiero lega esplicitamente questa espansione all’estrattivismo verde e digitale. 

«Sempre di più è venuto fuori il tema dell’estrattivismo verde», ci racconta Stocchiero durante l’intervista in videocall. «È l’altra faccia della medaglia della transizione ecologica energetica». Dentro questa frase c’è una contraddizione che oggi attraversa gran parte del dibattito ambientale. La transizione è presentata come risposta alla crisi climatica, e lo è. Ma nel momento in cui prende forma industriale e geopolitica, si appoggia a un nuovo ciclo di sfruttamento delle risorse. Non cancella la pressione sui territori: la riconfigura. E in molti casi la intensifica.

I territori più esposti e il nesso con la transizione

La nuova corsa alla terra continua a colpire soprattutto il Sud globale. Africa subsahariana, America Latina, Sud-Est asiatico restano le grandi aree di pressione, ma con una differenza importante rispetto al passato: oggi quei territori non sono solo serbatoi agricoli, sono anche depositi di materie prime decisive per la transizione energetica e digitale. Nel rapporto, Stocchiero ricorda che tra i primi paesi oggetto di accordi fondiari figurano Russia, Perù, Repubblica democratica del Congo, Indonesia, Brasile e Gabon: paesi dove alle colture industriali si affiancano estrazione mineraria, deforestazione e sfruttamento forestale.


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È proprio qui che il nesso tra land grabbing e transizione energetica diventa più evidente. La domanda di minerali critici, spiega il rapporto, sta alimentando un nuovo boom minerario globale, mentre i green grabs — gli accaparramenti legati a progetti “verdi” — sono indicati come una minaccia crescente per agricoltori e comunità rurali. Ai biocarburanti, che da anni spingono la conversione dei suoli, si aggiungono ora l’idrogeno verde, le miniere per i materiali strategici e le piantagioni forestali destinate a sostenere obiettivi climatici nazionali o aziendali.

«Queste nuove risorse rappresentano una ricchezza», osserva Stocchiero, «e possono anche dare luogo a benefici economici». Ma la domanda vera arriva subito dopo: «È possibile che questo nuovo estrattivismo sia giusto e sostenibile?». E ancora: «Come possiamo renderlo effettivamente equo e sostenibile?». È una domanda che nei paesi più colpiti non viene posta in astratto. Riguarda chi controlla le miniere, chi dispone della terra, chi decide l’uso dell’acqua, chi ottiene i profitti e chi invece resta con i suoli degradati e con i diritti indeboliti.

I numeri del fenomeno: l’agricoltura resta centrale, ma avanzano miniere, energia e finanza

Se si guarda ai numeri complessivi, il vecchio land grabbing non è affatto finito. Secondo Land Matrix, il grande archivio internazionale che monitora il fenomeno, dal 2000 al 2025 sono stati registrati 7354 contratti di concessione fondiaria negoziati a livello globale. Di questi, 2775 risultano conclusi, per una superficie complessiva di 109,3 milioni di ettari. Gli scopi principali restano legati alla produzione agricola, che pesa per il 69% dei contratti e per il 64% della superficie totale; seguono l’estrazione mineraria con il 14% e l’allevamento con il 9%. In altre parole: l’agricoltura industriale continua a essere il motore dominante, ma non è più l’unico.

Le differenze regionali sono molto marcate. In Africa risultano conclusi 788 contratti per 35,2 milioni di ettari; in Asia 588 contratti per 12,8 milioni di ettari; in Europa orientale 749 per 29,9 milioni di ettari; in America Latina 680 per 31,2 milioni di ettari. In Africa e Asia prevalgono ancora le coltivazioni, ma l’estrazione mineraria ha un peso significativo; in America Latina il suo ruolo cresce ulteriormente, arrivando al 28% degli ettari concessi. È qui che la transizione energetica si innesta più chiaramente su una storia più lunga di estrattivismo.

Anche la mappa degli investitori aiuta a capire il cambiamento in corso. I principali paesi investitori restano in larga parte occidentali (Svizzera, Canada, Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda, Belgio) ma il rapporto segnala anche il ruolo crescente della Cina, di Singapore e di altri nodi della finanza globale. La Cina, in particolare, è il paese con la distribuzione geografica più ampia di contratti: ha accordi con 53 diversi paesi, più degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.


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Su questo punto Stocchiero è molto netto: «Tradizionalmente i grandi investitori sono quelli dei paesi occidentali». Però «la Cina è diventata negli ultimi 10-15 anni uno dei maggiori player». E soprattutto, aggiunge, non bisogna fermarsi ai nomi degli Stati. «I player non sono solo gli stati nazionali, ma grandi imprese che hanno sede qui, filiali là e operano attraverso altre scatole cinesi». È il passaggio decisivo: il land grabbing di oggi si muove sempre più dentro reti societarie e finanziarie opache, dove la terra diventa asset, garanzia, leva strategica.

La fatica di misurare il fenomeno

Una delle difficoltà maggiori, quando si prova a raccontare il land grabbing, è che i numeri disponibili non bastano mai davvero. Servono, orientano, mostrano tendenze. Ma non restituiscono l’intera scena. Lo stesso rapporto insiste su questo punto: Land Matrix rappresenta lo strumento più importante oggi esistente per seguire gli investimenti fondiari, e insieme avverte che i dati sono inevitabilmente incompleti. In molti paesi non esistono registri trasparenti, gli accordi non sono pubblici, le filiere societarie sono intricate, le informazioni sui beneficiari finali spesso difficili da rintracciare.

«Questo è il grande problema», dice Stocchiero. «Anche i dati che diamo noi sono sicuramente incompleti: di sicuro c’è una sottovalutazione generale». Non solo perché gli accordi sfuggono ai registri, ma anche perché «dietro quei numeri non si capisce bene alla fine che cosa ci sia». La cifra, da sola, non racconta quanto terreno sia stato realmente sottratto all’uso comunitario, con quali forme di consenso, con quali effetti sull’acqua, sul lavoro, sulle colture locali, sulle relazioni sociali.

A rendere più difficile il quadro c’è poi il problema del cosiddetto “nazionalismo metodologico”, che nel rapporto viene esplicitato con chiarezza. Se ci limitiamo a dire che un investimento arriva dalla Svizzera, dal Canada o da Singapore, rischiamo di perdere il livello davvero decisivo: quello delle grandi multinazionali e delle entità finanziarie che distribuiscono partecipazioni e investimenti attraverso una rete di società controllate, paradisi fiscali, fondi e veicoli intermedi. L’opacità non è un accidente del sistema. È una sua caratteristica strutturale.

Regole fragili, norme volontarie, pochi vincoli reali

A questa opacità corrisponde una debolezza politica e giuridica che Stocchiero denuncia da anni anche attraverso i report che redige. Esistono organismi internazionali, tavoli multilaterali, linee guida. Ma il problema è che quasi sempre si fermano un passo prima dell’obbligo. Il Comitato per la sicurezza alimentare della Fao, per esempio, ha elaborato linee guida sui regimi fondiari e sugli investimenti sulla terra. Sono strumenti importanti, ma restano soft law: indicazioni, non vincoli. «Il problema è che sono linee guida», dice Stocchiero. «Non c’è nessun obbligo, non c’è nessuna penalità». E conclude con un’espressione molto netta: «È un’arma spuntata».

Il tentativo più ambizioso, sul piano internazionale, è il negoziato avviato alle Nazioni Unite nel 2014 per arrivare a un trattato vincolante su imprese e diritti umani. Anche qui, però, il percorso procede a rilento. «Continua a rimanere un tentativo», osserva Stocchiero, «boicottato dai grandi paesi». Stati Uniti, Cina, la stessa Unione Europea hanno assunto posizioni oscillanti o apertamente frenanti. Il risultato è che il negoziato esiste, ma non riesce ancora a produrre un vero sistema di responsabilità obbligatoria.

Sul versante europeo qualcosa in più si è mosso. Il rapporto ricorda i regolamenti sul legname, sui minerali dei conflitti, sulla deforestazione e sulla dovuta diligenza nelle catene del valore. Sono norme più incisive rispetto al quadro Onu, perché introducono obblighi per le imprese europee sul rispetto dei diritti umani e dell’ambiente. Ma anche qui non mancano i limiti: l’applicazione è parziale, alcuni testi sono stati indeboliti, altri restano confinati ai grandi gruppi. Stocchiero lo dice chiaramente: quella europea «è stata una conquista», ma la successiva semplificazione normativa ha ridotto molto la portata di alcuni strumenti. E soprattutto, in un mercato globale, norme valide solo per una parte degli attori non bastano a governare l’intero sistema.

Che cosa ci aspetta

Il futuro del land grabbing, per come emerge dal rapporto e dall’intervista, non sembra andare verso una riduzione spontanea. Al contrario: la pressione sulla terra è destinata a crescere, sospinta da forze che si sommano: transizione energetica, digitalizzazione, finanziarizzazione della natura, crediti di carbonio, competizione geopolitica, economia di guerra. Stocchiero, nel rapporto, mette queste tendenze una accanto all’altra e le descrive come megatrend interconnessi. Non sono processi separati: si rafforzano a vicenda.

«È un intreccio di cambiamenti», sottolinea Stocchiero, «che sta portando a una crescita del fenomeno». E il punto forse più inquietante è che molte di queste dinamiche si presentano con un lessico positivo: sostenibilità, sicurezza, innovazione, transizione. Ma possono tradursi in nuove recinzioni, nuove espulsioni, nuove diseguaglianze. Da questo punto di vista il rischio non è soltanto che il land grabbing aumenti. È che diventi più difficile riconoscerlo, perché incorporato dentro politiche climatiche, progetti di compensazione, filiere tecnologiche considerate necessarie.

Questo non significa che la transizione energetica vada rifiutata. Significa però che non basta cambiare fonte energetica per cambiare modello. Se la decarbonizzazione resta agganciata a una logica di crescita senza limiti, alla corsa globale per l’approvvigionamento delle risorse, alla subordinazione dei territori periferici alle esigenze dei centri di consumo e di comando, il risultato rischia di essere una semplice riconversione dell’estrattivismo. Verde, digitale, ma pur sempre estrattivismo.

La questione, allora, non è soltanto quanta energia pulita riusciremo a produrre nei prossimi decenni. La questione è con quali rapporti di potere la produrremo. E su quali terre.

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