SOCIETÀ

Trump ordina, l’ICE esegue: migliaia di migranti deportati

Ormai lo schema è noto: arrestare quanti più stranieri possibile, anche gli incensurati, anche coloro che non hanno commesso alcun crimine, anche chi viveva da anni negli Stati Uniti con la propria famiglia, senza che un giudice o una corte possa accertare la fondatezza di quell’arresto, per poi farli salire su un aereo e tanti saluti. 

Il mandante del “progetto di deportazione” siede alla Casa Bianca. Gli esecutori sono gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), un corpo paramilitare dai metodi brutali (volti coperti da passamontagna, a bordo di suv neri senza insegne, ne sanno qualcosa a Minneapolis, a Los Angeles, a Chicago, a Portland), che fa parte del Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti. 

Da quando è entrato in carica per il suo secondo mandato da presidente, il 20 gennaio 2025, Donald Trump ha perseguito e incoraggiato un’azione di deportazione di massa senza precedenti. Ma senza troppi proclami, a fari spenti, che meno si sa meno bisogna rispondere a domande fastidiose (che il presidente non gradisce).

Così ci ha pensato un consorzio di testate giornalistiche, “Forbidden Stories”, 24 per la precisione, provenienti da 15 nazioni (tra cui Stati Uniti, Messico, Regno Unito, Germania, Ghana), ad accendere un potente riflettore sui “voli di rimpatrio” e sugli accordi raggiunti proprio dall’amministrazione Trump con quei paesi terzi, molti dei quali in Africa. Questi i risultati della maxi-inchiesta: tra gennaio 2025 e il 31 agosto 2026 ci sono prove della deportazione di 25.447 cittadini non statunitensi. 


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Soltanto nel mese di luglio, per avere un’idea della mole di lavoro prodotta dall’ICE, sono stati effettuati almeno 50.000 arresti di immigrati con il visto scaduto. Sul sito dell’ICE si legge, alla sezione “Remove”: “La missione dell'Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti è proteggere la patria attraverso l’arresto e la rimozione di coloro che minano la sicurezza delle comunità della nostra nazione e l’integrità delle leggi sull’immigrazione statunitensi”. In quello stesso arco di tempo (gennaio ’25-agosto ’26) gli Stati Uniti hanno raggiunto accordi con almeno 35 nazioni per accettare l’arrivo di “stranieri non desiderati”: in 28 paesi l’intesa è già operativa, altri 7 sono in attesa dei primi arrivi.  

Nel suo rapporto, Forbidden Stories pubblica anche una mappa con la traccia di queste deportazioni. “I dati in questa mappa non provengono dall'amministrazione Trump”, precisa la ONG. “La maggior parte delle rimozioni non viene annunciata pubblicamente, il numero di persone deportate e la loro nazionalità sono spesso tenuti riservati. Monitorare le cosiddette rimozioni verso paesi terzi (migranti espulsi dal suolo statunitense, ma non verso il loro paese d’origine) è una lotta quotidiana che organizzazioni come Human Rights First e Refugees International hanno avviato oltre un anno fa. Gran parte dei dati in questa mappa si basa sul loro lavoro”. 

Destinazione ignota

Il quotidiano britannico The Guardian, che ha fatto parte del consorzio investigativo (l’inchiesta è durata 6 mesi), pubblica il suo reportage partendo dalla storia di Nika, una donna iraniana di 32 anni, costretta a salire a bordo di un aereo dell’ICE, con le manette strette ai polsi. Chi tentava di opporre resistenza veniva legato, letteralmente, con nastri adesivi gialli e neri. Il Guardian racconta che Nika, nome di fantasia, era fuggita 18 mesi prima dall’Iran e dal regime teocratico, pensando che gli USA sarebbero stati un rifugio sicuro. 

Ma dopo aver trascorso più di un anno in un centro di detenzione per immigrati negli Stati Uniti, aveva ottenuto tutele legali ed era stata liberata su ordine di un giudice. Due settimane dopo però era stata nuovamente arrestata dall’ICE e, pochi giorni dopo, costretta a salire su quell’aereo senza nemmeno conoscere la destinazione del volo: Repubblica Centrafricana. “Nessuno aveva detto ai detenuti incatenati a bordo dell’aereo dove stavano andando”, scrive il Guardian. “Gli agenti responsabili li deridevano quando chiedevano informazioni. Solo quando gli schermi video sullo schienale dei sedili mostrarono finalmente una mappa, i 18 migranti riuscirono a capire che era l’Africa la loro destinazione finale”.

Il settimanale tedesco Die Zeit, altra prestigiosa testata coinvolta nel progetto investigativo, spiega invece come i giornalisti del consorzio abbiano parlato con 33 vittime, deportate dagli Stati Uniti contro la loro volontà, alcuni anche con la forza, in paesi come Costa Rica, El Salvador, Eswatini, Ghana, Camerun e Sierra Leone. “Molti hanno riferito che nessuno ha mai chiesto loro se fossero in pericolo nel loro paese d’origine. E questo nonostante il fatto che i paesi terzi verso cui gli Stati Uniti deportano le persone si impegnino in accordi bilaterali nel rispetto, teorico, dei diritti umani”. Secondo il rapporto, il primo velivolo che trasportava deportati è atterrato in Camerun il 14 gennaio di quest’anno. Gli Stati Uniti hanno stanziato 410 milioni di dollari per sostenere le deportazioni: fondi destinati ai governi dei paesi di arrivo e alle “agenzie delle Nazioni Unite coinvolte nel facilitare i trasferimenti”. 

L’indagine ha inoltre svelato che tra i migranti finora deportati circa 20.000 sono stati inviati in Messico, mentre le destinazioni degli altri sono stati in paesi dell'America Latina, dell'Africa e del Pacifico. Finora soltanto tre stati africani hanno respinto la proposta americana di istituire sul loro territorio hub di ritorno: la Nigeria (Washington per rappresaglia ha imposto limitazioni sui visti dei cittadini nigeriani), il Sudafrica (Pretoria ha definito l’accordo “una provocazione diretta alla sicurezza”, che avrebbe provocato squilibri nella stabilità interna e regionale) e il Burkina Faso (“una proposta indecente e contraria alla dignità umana: gli Stati Uniti, come con la Nigeria, hanno replicato sospendendo il rilascio dei visti presso la loro ambasciata a Ouagadougou). 

In realtà l’ICE avrebbe poteri investigativi simili a quelli dell’FBI: gli agenti che si occupano di immigrazione dovrebbero limitarsi a identificare le persone e poi portare tutta la procedura, compreso l’arresto e l’eventuale richiesta di espulsione, davanti a un giudice dell’immigrazione. Ma l’amministrazione Trump ha tagliato d’ufficio questa seconda fase, scatenando polemiche e battaglie legali. Lo scorso 19 settembre un collegio della Corte d’Appello di Boston ha dichiarato illegale la cosiddetta “politica di rimozione” del Dipartimento della Sicurezza Interna per paesi terzi. Una sentenza che, a questo punto è assai probabile, potrebbe essere sottoposta al parere della Corte Suprema. Mentre un altro report, il Global Democracy, pubblicato lo scorso 15 settembre, certifica che il deterioramento dello stato di diritto negli Stati Uniti, sulla base dei principali indicatori (dalla libertà di stampa all’indipendenza dei giudici) ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 50 anni.

Dana Schmalz, ricercatrice associata presso il Max Planck Institute for Comparative Public Law and International Law, ha commentato così: “Quanto sta accadendo non ha nulla a che fare con il principio del rimpatrio: piuttosto si avvicina a un rapimento. Peraltro, la deportazione di quelle persone in un paese sconosciuto viola il più antico principio giuridico in relazione ai diritti fondamentali: il principio dell’habeas corpus. Arbitrariamente portate in un paese straniero e lontano senza averne il controllo. E tutto questo senza che abbiano commesso un crimine. Si tratta di persone che non hanno fatto nulla di male, colpevoli soltanto di aver presentato una domanda di asilo”.

Il “metodo Trump” arriva in Europa

Ma il settimanale tedesco Die Zeit si pone anche un’altra domanda: il sogno di Trump si sta realizzando anche da questa parte dell'Atlantico? Anche in Europa, dove gli estremisti di destra continuano a conquistare consensi e governi? Anche nel Parlamento Europeo dove, nella seduta del 17 giugno di quest’anno, la maggioranza dei deputati (quindi non soltanto estremisti di destra) ha approvato una riforma migratoria che autorizza la creazione di “hub di ritorno”, vale a dire “centri di detenzione e processamento situati in paesi terzi dove richiedenti asilo rifiutati e altri migranti possono essere trasferiti mentre si prosegue le procedure di deportazione”? E l’esultanza finale di quegli estremisti che hanno gridato in coro “Send them back”, rimandateli indietro, è una pagina inquietante per un’istituzione che continua a proporsi come custode della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto. 


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Ma la spinta è potente, e il progetto è già nella sua fase operativa: il 4 settembre scorso, a Copenaghen, i ministri di cinque paesi dell’Unione Europea (Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia), alla presenza del Commissario europeo per la Migrazione, Magnus Brunner, hanno concordato un quadro di azione comune per deportare i richiedenti asilo rifiutati verso paesi terzi non UE. Non è chiaro con quali nazioni siano in corso le trattative, ma l’obiettivo sarebbe definire gli accordi entro la fine di quest’anno. Per poi avviare i primi trasferimenti (espulsioni, o deportazioni, si possono definire in molti modi) entro la fine del 2027. Il costo di queste operazioni sarebbe, ovviamente, a carico dell’Unione Europea.

Amnesty International ha poi svelato che tra gli hub di ritorno possibili ci sarebbero il Ruanda (anche il Regno Unito aveva provato un’operazione simile, nel 2022, poi stoppata l’anno successivo dalla Corte Suprema che l’aveva dichiarato illegittimo) e l’Uganda. Paesi che vantano un record disastroso in materia di diritti umani, rispettivamente al 161° e al 146° posto (su 174) nello human rights ranking del 2026. Eve Geddie, Direttrice dell’Ufficio delle Istituzioni Europee di Amnesty International, ha poi precisato: “Gli hub di ritorno comportano il rischio di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie, torture, maltrattamenti e ritorni forzati nei paesi d’origine. 


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C’è un reale pericolo che questi luoghi diventino, in pratica, crudeli buchi neri per i diritti umani. Qualsiasi governo responsabile dovrebbe rifiutare questi piani senza esitazione. Anche il Consiglio d’Europa, nel luglio di quest’anno, aveva avvertito che il trasferimento di cittadini stranieri verso stati terzi avrebbe comportato notevoli rischi per i diritti umani. Peraltro, il Regolamento UE sul Rimpatrio stabilisce che tali accordi possono essere eventualmente conclusi soltanto con stati che rispettano i diritti umani e il diritto internazionale, nonché il principio del non-refoulement, cioè il divieto di deportare persone verso paesi dove sono minacciate da pericoli come persecuzione politica o tortura. L’esempio che arriva dagli Stati Uniti lascia temere, a ragione, che si tratti di garanzie puramente teoriche.

 

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