SOCIETÀ

Gli USA e il fronte anti-Cina nelle Filippine

Il 21 luglio 2026, al largo delle coste occidentali di Luzon, unità navali, motovedette e caccia di Stati Uniti, Giappone e Filippine hanno aperto cinque giorni di esercitazioni multilaterali conclusesi il 25, proprio mentre la guardia costiera cinese colpiva con cannoni ad acqua due navi filippine al largo di Scarborough Shoal in due giornate consecutive. La coincidenza tra le manovre trilaterali e l'ennesimo incidente nel Mar Cinese Meridionale pesa quanto la cornice in cui si inserisce: da tre anni le Filippine ampliano, sito dopo sito, la rete di basi dell'Enhanced Defense Cooperation Agreement (EDCA) con Washington, passata dai cinque impianti originari del 2014 a nove dal 2023.

Il canale di Bashi torna al centro delle esercitazioni

I quattro siti aggiunti nell'aprile 2023 non sono distribuiti a caso sulla mappa dell'arcipelago. La base navale Camilo Osias a Santa Ana e l’aeroporto di Lal-lo, entrambi nella provincia di Cagayan, guardano direttamente il canale di Bashi, il tratto di mare che separa Luzon da Taiwan: la rotta più breve per rinforzi, rifornimenti o un'eventuale evacuazione in caso di crisi nello Stretto, e per questo il primo punto che una potenza intenzionata a isolare Taiwan cercherebbe di controllare. Balabac Island, all'estremità sud di Palawan, guarda invece verso le Spratly, e Camp Melchor Dela Cruz a Isabela completa il quadrilatero settentrionale. Lo stesso 21 luglio le forze di Stati Uniti, Giappone e Filippine hanno condotto la prima pattuglia trilaterale della storia proprio nel canale di Bashi: un precedente che, secondo le analisi del Lowy Institute, si legge come prova che Washington e i suoi alleati stanno già esercitando, in tempo di pace, la logistica che servirebbe in caso di crisi.

Le manovre di luglio hanno messo in campo comunicazioni congiunte, tattiche divisionali, atterraggi e appontaggi, sorvoli coordinati tra le tre marine. Non sono le prime dell'anno: a febbraio la fregata HMAS Toowoomba della Royal Australian Navy, insieme a un ricognitore P-8A Poseidon, aveva affiancato Stati Uniti e Filippine nel primo pattugliamento congiunto del 2026; un secondo round trilaterale con l'Australia si è tenuto tra il 9 e il 12 aprile. Pechino ha risposto organizzando proprie pattuglie in parallelo a quelle di febbraio: un riflesso ormai automatico, che scatta a ogni esercitazione multilaterale nell'area.

Ai quattro siti di Cagayan, Isabela e Palawan si affiancano i cinque impianti individuati nel 2014, alla firma dell'EDCA: la base aerea Antonio Bautista a Palawan, quella di Pampanga, Fort Magsaysay a Nueva Ecija, la base Benito Ebuen a Cebu e Lumbia a Cagayan de Oro. L'annuncio del comando indo-pacifico statunitense parla di rafforzare l'interoperabilità tra le forze armate dei due paesi e rispondere più rapidamente a sfide condivise, incluse le emergenze umanitarie: una formula ampia, che evita ogni riferimento esplicito a Taiwan.

La posta economica dietro quella formula ha assunto contorni più netti nelle stesse settimane. Il 16 luglio TSMC, il colosso taiwanese che produce da solo oltre il 90% dei semiconduttori più avanzati al mondo, ha portato a 265 miliardi di dollari il proprio impegno di investimento negli Stati Uniti, dodici stabilimenti avanzati complessivi, in cambio dello sconto tariffario ottenuto da Taiwan a gennaio: un dato che aiuta a spiegare perché Washington consideri la sicurezza del canale di Bashi non solo una questione militare, ma anche il presidio della propria catena di fornitura dei semiconduttori più avanzati. Nello stesso periodo la portaerei cinese Fujian ha attraversato lo Stretto di Taiwan, dopo cinque giorni di esercitazioni di prontezza al combattimento condotte da Taipei.

Poco più a nord, lungo la stessa prima catena di isole, la pressione cinese si misura con lo stesso metro. Il 7 luglio due motovedette della guardia costiera cinese sono entrate nelle acque territoriali giapponesi intorno alle Senkaku inseguendo un peschereccio, prima di essere respinte da quella nipponica: si tratta del terzo confronto dello stesso tipo da quando la premier Sanae Takaichi ha collegato esplicitamente la sicurezza di Taiwan a quella giapponese. Manila, Tokyo e Canberra non condividono un comando unico né un trattato che le vincoli tutte e tre, ma le loro mosse - basi ampliate, pattuglie congiunte, dichiarazioni sempre più esplicite sui rispettivi interessi a Taiwan - si sovrappongono nello stesso arco di settimane con una regolarità che difficilmente è casuale.

"Non sono basi americane": la linea di Manila

Il governo filippino ripete da tre anni lo stesso messaggio. Il Dipartimento della Difesa Nazionale assicura che i siti EDCA "non pongono una minaccia per alcun paese" e restano "basi filippine, sviluppate e utilizzate congiuntamente" per addestramento, aiuti umanitari e difesa nazionale. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale, a marzo, ha ribadito che nelle Filippine non esistono basi militari americane: i siti restano sotto piena proprietà e gestione delle Forze Armate filippine, con una presenza statunitense rotazionale, non permanente.

L'insistenza sul controllo nazionale non è solo retorica. A marzo, mentre l'escalation USA-Iran in Medio Oriente alimentava il timore che i siti diventassero bersagli indiretti, alcuni funzionari filippini avevano chiesto una revisione dell'accordo. Marcos Jr. ha escluso un uso offensivo delle strutture - ma nello stesso periodo ha ammesso, in un passaggio ripreso dall'analisi satellitare del CSIS, che "è molto difficile immaginare uno scenario in cui le Filippine non si trovino in qualche modo coinvolte" in una crisi su Taiwan. 

L'ambasciata cinese a Manila non ha mai accettato la lettura "puramente difensiva". In una dichiarazione del proprio portavoce, definisce l'espansione dei siti un fattore che esaspera le tensioni e invita la controparte filippina a "pensarci bene" prima di consentire un maggiore dispiegamento militare americano, chiedendosi se serva davvero a proteggere sovranità e sicurezza o rischi di produrre "gravi conseguenze irreparabili". Il ministero degli Esteri di Pechino ha bollato i nuovi siti di Cagayan, a ridosso dello Stretto di Taiwan, come una risposta "non richiesta" alle preoccupazioni sul Mar Cinese Meridionale. Infrastruttura sovrana per Manila, provocazione mirata per Pechino: le due versioni non si sono mai avvicinate in tre anni di dichiarazioni pubbliche.

Cosa mostrano le immagini satellitari

Al di là delle dichiarazioni, è l'analisi tecnica a offrire la misura più solida di cosa accada sul terreno. L'Asia Maritime Transparency Initiative del CSIS ha incrociato la documentazione pubblica sui progetti EDCA con immagini satellitari di tutti e nove i siti, catalogando gli aggiornamenti infrastrutturali in corso. Le due stazioni aeree di Cagayan, secondo l'istituto, sono destinate a potenziare in modo specifico la sorveglianza filippina e statunitense sullo Stretto di Luzon, con ricadute dirette su un'eventuale crisi futura a Taiwan; lo stesso rapporto raccomanda di pre-posizionare infrastrutture umanitarie e di evacuazione lungo le basi del Luzon settentrionale, in coordinamento con quelle giapponesi nelle isole Sakishima - un continuum logistico che dalle Filippine risale fino al Giappone meridionale.

I numeri, quando emergono, restano relativamente contenuti rispetto alla portata strategica attribuita ai siti: nel 2023 il segretario alla Difesa Lloyd Austin ha messo sul tavolo cento milioni di dollari per l'infrastruttura dei siti nuovi ed esistenti, 82 dei quali già stanziati; l'anno successivo l'amministrazione Biden ha proposto al Congresso altri 128 milioni. Cifre che finanziano piste, depositi di carburante e strutture di comando, non certo un dispiegamento permanente su larga scala - un altro indizio della logica "leggera ma persistente" con cui Washington sta costruendo la propria presenza.

Non tutti condividono la stessa lettura sui tempi. Fulcrum, la piattaforma dell'ISEAS-Yusof Ishak Institute di Singapore, avverte che ritardi infrastrutturali e burocratici rischiano di lasciare la rete lontana dalla piena operatività proprio mentre la finestra di rischio sullo Stretto si restringe - un giudizio che il CSIS riprende parlando di un'alleanza "molto impegnata" ma ancora incompleta. Il divario tra l'ambizione geografica della mappa EDCA e la sua reale prontezza operativa resta un nodo che nessuna delle due amministrazioni ha finora quantificato in termini di tempistiche.

La cerniera meridionale: l'Australia come specchio di Manila

Le Filippine costruiscono il fianco settentrionale di questa architettura; l'Australia, quasi in parallelo, quello meridionale. Il 24 luglio — tre giorni dopo l'apertura delle esercitazioni nel canale di Bashi - il vice premier e ministro della Difesa Richard Marles ha annunciato altri 4,6 miliardi di dollari australiani per il cantiere navale di Osborne, cuore industriale del programma AUKUS per i sommergibili a propulsione nucleare, portando il contributo complessivo di Canberra al sito a 8,5 miliardi. A maggio il piano di acquisizione dei sommergibili era già stato rivisto al ribasso: il terzo battello, previsto come Virginia-class di nuova costruzione, è stato sostituito da un'unità di seconda mano della flotta attiva della US Navy.


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Il Lowy Institute inquadra questa doppia cerniera nella propria analisi sulla minaccia militare cinese all'Australia: la marina cinese resta concentrata sulla prima catena di isole ma si proietta sempre più verso la seconda, mentre Pechino amplia in parallelo la propria presenza di sicurezza nel Pacifico sudoccidentale, nell'Oceano Indiano e negli approcci marittimi australiani. Il vero punto debole, secondo l'istituto, non è Manila - la cui esposizione a Pechino è già scontata dai pianificatori - ma l'Indonesia: i policymaker australiani temono che Giacarta possa dichiarare, in una crisi su Taiwan, una "neutralità" di fatto vicina agli interessi cinesi, spezzando la continuità tra le due cerniere. Il sospetto non nasce dal nulla: per la prima volta il governo di Prabowo Subianto ha messo per iscritto l'ipotesi di una gestione congiunta con Pechino delle acque intorno alle Natuna, la zona economica esclusiva indonesiana che si sovrappone alla linea dei nove tratti rivendicata dalla Cina - un riposizionamento del paese finora più intransigente sulla sovranità marittima.

Restano due tenaglie costruite sulla carta e nei bilanci di due amministrazioni distinte, la cui tenuta dipende da un anello che nessuna delle due controlla.  Il premier filippino Marcos Jr. ammette di non riuscire a immaginare uno scenario in cui Manila resti fuori da una crisi su Taiwan; né lui né Canberra hanno, per ora, una risposta altrettanto netta su cosa accadrebbe se l'anello mancante, l'Indonesia, scegliesse di non esserci.

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