SOCIETÀ

USA-Cina: i "mari contesi" del sudest asiatico restano fuori dal vertice

La mattina del 24 settembre 2026 Donald Trump riceveva Xi Jinping alla Casa Bianca, nella prima visita di Stato del leader cinese negli Stati Uniti da oltre un decennio. Dall'altra parte del Pacifico, nel Mar Cinese Meridionale, era sera, e un convoglio filippino faceva rotta verso la secca di Second Thomas, nell'arcipelago delle Spratly. Doveva rifornire la BRP Sierra Madre, una nave da sbarco della Seconda guerra mondiale che Manila ha fatto arenare di proposito sulla secca nel 1999 e che da allora ospita un piccolo presidio di militari: il segno concreto della presenza filippina in acque che Pechino considera proprie. 

A circa 60 miglia nautiche dalla meta il convoglio è stato avvicinato e seguito da navi militari e della Guardia costiera cinesi, e ha dovuto sospendere la missione. Le manovre cinesi, secondo l’agenzia filippina PNA, sono andate avanti dalle 20:35 alle 23 circa, ora di Manila: a Washington, 12 ore indietro, era la mattina della visita. Per le autorità filippine è la prima missione ostacolata da quando, nel luglio 2024, Manila e Pechino avevano raggiunto un'intesa provvisoria proprio per evitare incidenti di questo tipo.

Il vertice si è chiuso con una proroga della tregua commerciale e un dialogo sull'intelligenza artificiale, ma nei resoconti ufficiali delle due parti il Mar Cinese Meridionale non compare. È un'assenza che pesa, perché in quelle acque gli interessi di Washington e Pechino sono opposti. Con la cosiddetta linea dei nove tratti, la Cina rivendica circa l'85% del Mar Cinese Meridionale, una pretesa che si sovrappone alle zone economiche esclusive di diversi vicini, Filippine comprese, e che il lodo arbitrale del 2016 ha giudicato priva di base giuridica. 

Manila, dal canto suo, è legata agli Stati Uniti da un trattato di mutua difesa del 1951, e Washington ha ribadito più volte che l'impegno copre gli attacchi armati contro forze armate, navi pubbliche e aerei filippini. Proprio in quei giorni, vicino a un'altra secca contesa, Scarborough, le Filippine guidavano un'esercitazione navale con Stati Uniti, Giappone, Australia e India. Una garanzia di questo tipo, però, funziona da deterrente solo se è credibile. 

Lo ha detto ad agosto lo stesso sottosegretario alla Difesa statunitense Elbridge Colby: per scoraggiare la coercizione servono “forza militare schierata e la volontà politica dimostrata di usarla”. Harrison Prétat, vicedirettore dell'Asia Maritime Transparency Initiative (AMTI), il programma del Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington dedicato alla sicurezza marittima in Asia, ne aveva tratto alla vigilia la conseguenza: se il mare fosse uscito del tutto dall'agenda ci si sarebbe dovuti attendere da Pechino “un comportamento peggiore” e ancora più prepotente. A vertice concluso, il CSIS constata che da Pechino non è arrivato alcun impegno a smettere di fare pressione sui vicini. Al contrario, durante il vertice ufficiale, la Cina ha bloccato il rifornimento a Second Thomas per poi lanciare una vasta simulazione militare nelle acque subito adiacenti.

Un avamposto arenato e un'intesa senza testo

Second Thomas, che i filippini chiamano Ayungin e i cinesi Ren'ai Jiao, si trova a circa 194 chilometri a ovest dell'isola di Palawan e ricade nella zona economica esclusiva delle Filippine. La secca è rivendicata anche da Taiwan e Vietnam, oltre che dalla Cina. Per tenere in vita la Sierra Madre, e con lei la presenza filippina sulla secca, servono missioni periodiche che portano viveri e danno il cambio al personale. Pechino punta all'esito opposto, cioè alla rimozione dell’avamposto militare, considerato una provocazione inaccettabile.

L'intesa del 2024 era nata dopo lo scontro del 17 giugno di quell'anno, quando durante un rifornimento un marinaio filippino era rimasto gravemente ferito e la situazione era stata vicina a sfuggire di mano. I termini concordati per via diplomatica non sono mai stati pubblicati, ma il meccanismo ha retto a lungo: fino al 4 marzo 2026 le Filippine avevano completato 13 missioni senza incidenti gravi. Le due capitali, però, leggevano l'accordo in modo diverso. Pechino ha sempre sostenuto che i rifornimenti andassero notificati in anticipo e sottoposti a ispezione sul posto, Manila non ha mai accettato questi obblighi. Il 24 settembre l'equilibrio si è rotto proprio su questo punto: per i media statali cinesi il convoglio è stato fermato perché Manila non aveva ottenuto la necessaria approvazione di Pechino, un vincolo che le Filippine hanno sempre negato di aver sottoscritto.

Sulla dinamica dell'incidente le versioni divergono, e anche il numero delle unità cinesi coinvolte cambia a seconda delle fonti, comprese quelle ufficiali filippine. Il portavoce della Guardia costiera di Manila, il contrammiraglio Jay Tarriela, ha descritto un avvicinamento fino a quasi mille iarde (circa 900 metri) che avrebbe potuto provocare una collisione. Più misurato il portavoce delle forze armate, il contrammiraglio in congedo Roy Vincent Trinidad: le navi cinesi “tecnicamente non hanno bloccato” il convoglio, ma lo hanno sorvegliato e respinto, avvicinandosi “sempre di più”. Pechino ha dato la sua versione il giorno dopo, con una nota del portavoce della Guardia costiera cinese Jiang Lu e diffusa dall'agenzia statale Xinhua: le Filippine “hanno violato i propri impegni” inviando la nave nonostante la dissuasione cinese, e le misure adottate sono state “tutte legittime”.

Alla Casa Bianca, un vertice senza i mari contesi

Nei documenti del vertice il mare resta ai margini. Il resoconto dei colloqui diffuso dal ministero degli Esteri cinese registra una “nuova intesa congiunta” raggiunta dai team economici, la proposta di un dialogo sui rischi dell'intelligenza artificiale e la richiesta (l’ennesima) agli Stati Uniti di attenersi alla “posizione corretta di opposizione all'indipendenza di Taiwan". Del Mar Cinese Meridionale non c'è traccia neppure negli otto punti d'intesa pubblicati da Pechino il 26 settembre, che spaziano dai dazi al prestito di due panda allo zoo di Atlanta. L'unico impegno che riguarda da vicino le forze in mare compare in fondo all'elenco: le forze armate dei due paesi concluderanno “il prima possibile” un memorandum sulla comunicazione e sulla prevenzione delle crisi.

Sul versante americano, il riepilogo stilato dagli uffici della Casa Bianca dà la precedenza all'economia: un trattamento tariffario più favorevole per 30 miliardi di dollari di beni “non sensibili” in ciascuna direzione, l'acquisto da parte cinese di almeno 10 milioni di tonnellate di carbone statunitense nel 2027 e nel 2028 e, sulle terre rare, un lavoro ancora in corso per riportare le forniture a “livelli adeguati”. Dell'Indo-Pacifico il documento dice soltanto che la presenza militare avanzata degli Stati Uniti lo ha mantenuto “libero e aperto”; Filippine e Mar Cinese Meridionale non sono nominati. La proroga della tregua sui dazi concordata a Busan nell'ottobre 2025, dal 10 novembre al 10 gennaio, era stata annunciata alla vigilia dal segretario al Tesoro Scott Bessent in un'intervista a Fox News. Un’intesa considerata comunque fragile da molti analisti. Che l'agenda sarebbe andata in questa direzione era prevedibile. Come era prevedibile che, durante il vertice cino-statunitense, si sarebbe parlato molto di commercio e molto poco di sicurezza. Anche nelle ultime visite ufficiali americani nelle Filippine, gli USA non avevano mai citato Pechino nelle strategie di sicurezza elencate.


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La risposta: un comunicato e un'esercitazione

La presa di posizione statunitense sull'incidente è arrivata il 27 settembre con la firma dell'ambasciatore a Manila, Lee Lipton. Nel comunicato dell'ambasciata gli Stati Uniti condannano le “pericolose azioni di sbarramento e altre manovre irresponsabili” delle navi cinesi, si dichiarano al fianco degli “alleati filippini” e chiedono a Pechino di rinunciare alle “tattiche di escalation” che minacciano la libertà di navigazione. Nel testo riportato dalla stampa filippina non compare alcun richiamo al trattato di mutua difesa. L'ambasciata cinese ha replicato condannando  il sostegno dell’ambasciata alle azioni “provocatorie e illegali” di Manila, e ha invitato Washington a smettere di “soffiare sul fuoco”.

Lo stesso giorno la pressione cinese si è spostata su Scarborough, la secca che si trova circa 120 miglia nautiche a ovest di Luzon, l'isola principale delle Filippine. Qui la presenza di Pechino è cresciuta in fretta: sommando i giorni passati intorno alla secca da ogni nave della Guardia costiera cinese, si sono contate 516 presenze nel 2024 e 1.099 nel 2025; nel primo semestre del 2026 erano già 933. Il 27 settembre il Comando del teatro meridionale dell'Esercito popolare di liberazione e la Guardia costiera cinese hanno condotto esercitazioni consecutive intorno alla secca, con fregate, una corvetta, una nave rifornimento e la prima apparizione pubblica nell'area di un drone WZ-7. Il Global Times ha sostenuto che il “controllo” cinese intorno a Scarborough e a Second Thomas si estende ormai “oltre le 24 miglia nautiche”. Pechino ha presentato le manovre come una risposta all'esercitazione multinazionale guidata da Manila nei giorni precedenti.

Lo scacchiere regionale

Il vertice ha chiamato in causa anche il Giappone. Nel suo excursus storico, Xi ha evocato l'epoca in cui i due paesi erano alleati contro gli “aggressori militaristi giapponesi”. Si è trattato di un richiamo storico per cercare di dipingere il Giappone più come una minaccia e non più un alleato utile per gli Stati Uniti. La risposta è stata rapida: nei colloqui telefonici tra Trump e la premier giapponese Sanae Takaichi, quest’ultima ha ribadito come, dalla fine della II Guerra mondiale, il Giappone sia uno dei partner più fidati per gli americani. Anche in questo caso, gli analisti, pur sottolineando come l’amministrazione USA abbia ribadito il suo appoggio  a Taiwan, temono che una linea così accondiscendente con il governo cinese, in cambio di molto poco, rischi di erodere la credibilità e il potere di deterrenza a stelle e strisce.   

Nel Sudest asiatico, intanto, manca un fronte comune. Sul piano diplomatico, le Filippine, che quest'anno presiedono l'ASEAN, l'Associazione delle nazioni del Sudest asiatico, puntavano a chiudere con Pechino il codice di condotta per il Mar Cinese Meridionale, un insieme di regole condivise per gestire le dispute di cui si discute dal 2002. Il negoziato, però, è fermo. A luglio Derek Grossman, consulente per l'Asia dell'International Crisis Group, rilevava che le parti non avevano ancora un testo definitivo su nessuno dei quattro punti più controversi, e la ministra degli Esteri filippina Theresa Lazaro arrivava a dire che un «cattivo codice» sarebbe peggio di nessun codice. Le divisioni si vedono anche sul piano militare. Nei giorni del vertice Filippine e Giappone hanno organizzato un'esercitazione navale a circa 45 miglia nautiche da Scarborough, nell'ambito dell'ADMM-Plus, il forum che riunisce i ministri della Difesa dell'ASEAN e di otto paesi partner. 

Le prossime scadenze diranno quanto pesa la distanza tra il tavolo di Washington e le acque contese. A novembre Trump andrà a Shenzhen per il vertice dell'APEC, a dicembre Xi sarà a Miami per il G20. Il 10 gennaio scade la tregua commerciale, mentre il memorandum militare sulla prevenzione delle crisi deve ancora essere firmato. Intanto Manila dovrà organizzare un nuovo rifornimento alla Sierra Madre, e si vedrà se l'intesa del 2024 regge. Resta da capire se Washington riporterà il mare nell'agenda dei prossimi incontri con Pechino o se la partita continuerà a giocarsi, come il 24 settembre, lontano dalla Casa Bianca.

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