SOCIETÀ

Viaggio in Italia, l’arte ovale dell’incontro. Ritratto poetico del rugby inclusivo

Senza fretta, nel tempo lungo delle giuste attese, di incontri che cambiano la vita e conversazioni che lasciano traccia. Il progetto comincia dieci anni fa, inizialmente come Rugby e rivoluzione. Il giro dell’Italia ovale in ottanta treni. Nel novembre 2016, macchina fotografica e taccuino alla mano, Matthias Canapini si mette in viaggio con l'obiettivo di attraversare l'Italia, da Nord a Sud, per incontrare persone e ascoltare storie di rugby e rinascita. L'obiettivo del progetto viene ben definito dall'autore stesso che, già nelle prime righe di introduzione del volume L’ovale storto. Ritratto poetico del rugby inclusivo, pubblicato da Neo Edizioni, fa riferimento all'importanza di "coltivare la memoria ed essere comunità, perché gli altri siamo noi". 

Con il suo lavoro nato dall'esperienza viva, l'autore - giornalista, scrittore e rugbista - riesce a superare la tentazione assai diffusa di romanticizzare il rugby proponendo invece un'esplorazione profonda, un racconto sincero ed emozionante delle relazioni tra esseri umani, calate nel fango di campi lontani dai fasti internazionali del Sei Nazioni.

Coltivare la memoria ed essere comunità, perché gli altri siamo noi

Su Il Bo Live una conversazione con Matthias Canapini e una selezione di scatti, realizzati da lui stesso e da Chiara Asoli, fotografa presente in numerose tappe del viaggio.  

Questo progetto, diventato libro, nasce dal desiderio di incontro ed è naturale evoluzione ed espressione della tua storia personale e professionale. 

"Parto da lontano perché credo che ogni cosa sia connessa. Lavoro come scrittore e fotografo dal 2012, seguendo la vocazione di raccontare storie. Prima di arrivare al progetto L’ovale storto, ho passato vent'anni sui campi da rugby: ho iniziato a 13 anni, oggi ne ho 34. Prima di raccontare lo sport, ho viaggiato in zone di conflitto - Siria, Ucraina, Iraq - documentando l'eredità delle guerre e le rotte dei migranti. Andare 'fuori' è stato fondamentale per tornare con occhi nuovi. Nel 2017 mi sono chiesto: è possibile raccontare l'Italia attraverso il rugby? Volevo unire il fotoreportage alla palla ovale, la mia grande passione. Ho iniziato così a mappare il Paese per narrare temi come omofobia, disabilità, carcere e periferie. Mi interessava l'aspetto inclusivo e riabilitativo di questo sport”.

È fondamentale trovare le parole giuste, per non rischiare di definire le diverse esistenze inserendole, sbagliando, in categorie. A nessuno piacciono le etichette: siamo esseri umani unici, in campo e fuori, ognuno con la propria storia. Gli incontri raccontati nel libro sono sempre calati nel contesto articolato e complesso della vita vera. Tra le tante conversazioni contenute nel libro, una in particolare fa riferimento al "rugby come atto politico per l'autodeterminazione di soggetti vulnerabili". In Puglia Canapini scopre la realtà degli Atipici, onlus nata a Conversano nel 1989 per sostenere le persone affette da patologie psichiatriche e le loro famiglie. Tra gli altri, Canapini incontra Mauro D’Alonzo, psichiatra, rugbista e ideatore del progetto, che "non indossa il camice bianco per la stessa ragione per cui si occupa di rugby integrato: ridurre la distanza con i pazienti".

“L'unica via è l’uguaglianza, per riscoprirsi comunità annullando le categorie”. Questo pensiero, in forma di conversazione, permette di costruire una riflessione più ampia su chi vogliamo e possiamo essere.

“Il rugby può insegnare tanto, anche a chi non appartiene al mondo ovale. Permette al bambino di diventare adulto e all'adulto di tornare bambino. Il contatto con la terra è fondamentale, così come il rispetto delle regole: se sbagli vai dieci metri indietro e tutta la squadra viene penalizzata. La responsabilità del singolo ricade sulla comunità. Nel mio viaggio ho cercato realtà che usassero il rugby come strumento d'aggregazione per quelle che spesso vengono definite fasce deboli o ai margini: termini che in verità non amo perché, come già si diceva, in campo le etichette non esistono".

Il rugby può insegnare tanto, anche a chi non appartiene al mondo ovale. Permette al bambino di diventare adulto e all'adulto di tornare bambino

Da dove sei partito e dove sei arrivato?

"Ho iniziato dal carcere di Villa Fastiggi a Pesaro, ho raggiunto i ragazzi e le ragazze di Scampia, ho conosciuto la realtà dei Bradirapidi, l'unica squadra in Italia composta da malati di Parkinson, e ancora, le Tre Rose di Casale Monferrato, composta all'80% da richiedenti asilo. Sono solo alcune delle storie che ho scoperto e poi raccontato. Attraverso questi incontri il cerchio delle mie esperienze si è chiuso: i temi della guerra e delle frontiere, che avevo documentato all'estero, sono ritornati, questa volta sul campo da gioco”.

Dal progetto del viaggio alle pagine. Il libro risponde a un desiderio di restituzione rispetto alle persone incontrate o nasce con l’intenzione di ispirare lettrici e lettori?

“Mi sento più testimone che scrittore o fotografo. Il mio obiettivo è lasciare una traccia del nostro tempo affinché, fra trent'anni, si possa ancora riconoscere un percorso collettivo. Voglio contribuire a riscoprire un principio in cui credo: gli altri siamo noi. Non mi piace l'espressione ‘dare voce a chi non ce l'ha’: le voci ci sono, ma spesso non le ascoltiamo per mancanza di tempo o di empatia. Il mio cammino nasce dalla necessità di essere un ponte. Come dicono i ragazzi del rugby in carrozzina: un uomo solo è un uomo morto. Da soli non si va lontano”. 

Le voci ci sono, ma spesso non le ascoltiamo per mancanza di tempo o di empatia

C’è un incontro, rimasto nel cuore, che ha segnato una svolta in questo viaggio lento? 

“Senza dubbio Rufo Iannelli dei Romanes Wheelchair Rugby, a Roma. Tra di noi è nata un'amicizia vera. Rufo, rimasto paralizzato dopo un incidente, mi ha detto una cosa potente: nel rugby c'è spazio per tutti. Lui gioca in difesa, per permettere ai compagni di andare in meta, e ha trasformato il dolore in energia aggregante, portando la sua squadra persino in Uganda per un gemellaggio. È uno straordinario esempio di rinascita”.

Un'ultima domanda: ricordi il momento, da bambino, in cui hai capito che il rugby non sarebbe stato solo uno sport? 

“Il rugby mi ha salvato durante la fragilità dell'adolescenza. Ricordo l'essenza viscerale di quegli anni: mangiare il fango, le docce fredde, il campo sgangherato di Pesaro, la macchinetta che si mangiava i centesimi della merenda. In quella fase delicata, vissuta tra i 14 e i 16 anni, il rugby mi ha protetto dai pensieri intrusivi. Mi ha insegnato che la responsabilità del singolo vale per tutti. Anche oggi, a 34 anni, nonostante gli acciacchi, gioco e non sento di voler smettere. Sarò sempre grato alla palla ovale: mi ha fatto capire di essere parte di qualcosa di più grande”.

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