SOCIETÀ

La Zanzara, o il narcisismo travestito da libertà

In principio fu Radio Parolaccia. Era l’estate del 1986 e Radio Radicale, storica emittente del partito di Marco Pannella, rischiava seriamente di chiudere per il mancato rinnovo del finanziamento pubblico. Così il futuro leader della Rosa nel pugno escogitò l’ennesima provocazione per attirare l’attenzione dei media: lasciare i microfoni della radio aperti, 24 ore al giorno, a tutti coloro che volessero registrare un messaggio di un minuto, senza alcuna censura. Ciò che avvenne fu una straordinaria prefigurazione, con vent’anni di anticipo, dell’alluvione social: tutta Italia correva a lasciare una traccia sonora. Ma presto si capì che non si trattava, se non in minima parte, di chiamate di stima o solidarietà. La gente, tantissima, telefonava con uno scopo preciso. Liberati da ogni vincolo, gli ascoltatori anonimi davano sfogo alle più basse volgarità, o si dedicavano a dileggiare e attaccare qualche nemico. I fascisti insultavano i rossi, e viceversa; i laziali i romanisti; i milanesi se la prendevano con i meridionali; gli anticlericali (e non solo) infarcivano la segreteria di bestemmie; i goliardi frustrati favoleggiavano di rapporti acrobatici con le giornaliste dell’emittente, riempiendole di epiteti irripetibili; i politici venivano bersagliati di improperi, e così via.

Il precedente di “Radio Parolaccia”

Radio Parolaccia, un’iniziativa replicata in seguito altre due volte, durò alcune settimane, finché la magistratura chiuse i microfoni d’autorità. Discutibile quanto si vuole, era una sberla che ottenne il suo scopo: tutto il Paese parlò di Radio Radicale, che si salvò. Da allora, chiunque non volesse girare la testa imparò che permettere ad ognuno di dispiegare il proprio ego, più o meno zoppicante, senza applicare alcun filtro etico o comunicativo produce due risultati: un successo travolgente e un diluvio di immondizia.

Chissà se La Zanzara, la trasmissione di Radio 24 condotta dalla fondazione (2006) da Giuseppe Cruciani, trae ispirazione (a sentire il suo artefice) da questo precedente illustre. Di certo il programma, che ha compiuto vent’anni a gennaio, ha segnato una svolta nella storia della nostra radiofonia perché è riuscito, con enorme successo, ad accreditare un modo rivoluzionario di usare il mezzo radiofonico in Italia: rendere patrimonio comune, su un’emittente che più istituzionale non si può (proprietà di Confindustria) uno spazio quotidiano di due ore la maggior parte delle quali si compone di turpiloquio, violenza verbale, risse, insulti a sfondo politico, religioso o etnico, approfondimenti torrenziali su infinite varianti di tematiche sessuali (prostituzione, pornografia, scambismo) trattate con l’unico scopo di sollecitare le curiosità più triviali. Il tutto squadernando ogni giorno un circo Barnum di personaggi provenienti dal più vario sottobosco sociologico (ex detenuti, viveur, complottisti, “sex addicted” e così via) accomunati da un abbaglio collettivo: l’illusione di essere protagonisti, esempi fragranti di quella ”umanità reale” soggetta a chissà quale censura e finalmente gratificata del diritto di parola; e non semplice galleria di freak sfruttati con sapienza per evidenziarne la capacità di attrarre il voyeurismo e il dileggio collettivi. 

Da spazio informativo neutro a trionfo del trash

La Zanzara, o meglio la sua evoluzione, è un formidabile specchio dei tempi. Il nome della trasmissione riprende la testata del giornale studentesco del liceo Parini di Milano, che nel 1966 pubblicò un’inchiesta sulla sessualità delle ragazze che provocò il rinvio a giudizio degli autori, poi assolti. Si colloca tra le 18.30 e le 20.45, nello spazio radiofonico principale della sera, che Rai Radio 1 occupa dal 1994 con Zapping: un format ideato, tra gli altri, dal primo conduttore Giancarlo Santalmassi, che alterna i titoli dei telegiornali con interviste a protagonisti dell’attualità politica italiana e internazionale e della cronaca. Passato in seguito a Radio 24, Santalmassi riprende l’idea del “contenitore” informativo serale creando Viva Voce e Hellzapoppin’, cui fa seguire, dal 2006, La Zanzara, affidata da subito a Cruciani. Il quale, reduce da compassate esperienze giornalistiche (anche a Radio Radicale), inizialmente conduce il programma in continuità con i format precedenti: notizie, interviste, commenti, nulla sopra le righe. Poi, per sua ammissione, scatta qualcosa. E quale che sia la ragione di questa svolta (banale ma inevitabile rievocare il progressivo senso di onnipotenza del conduttore tv di Quinto Potere di Sidney Lumet), Cruciani inizia a dirottare il programma verso il trash programmatico. Ai politici in doppiopetto si sostituiscono le pornoattrici, agli attori i turisti sessuali, agli industriali le personalità disturbate o narcisistiche. E gli ascolti, guarda caso, esplodono.

Di vera satira c’è ben poco: alcune gag non originali ma ben costruite, come le telefonate sotto falso nome a politici e vip, cui i conduttori estorcono confidenze che finiscono sui giornali; o tranelli come quello a Guido Barilla, indotto a dichiarare che non avrebbe mai girato uno spot della pasta che rappresentasse una famiglia omosessuale. La Zanzara diventa, progressivamente, uno dei programmi bandiera dell’emittente, la sua fama corsara viene normalizzata e inglobata nella quotidianità di una radio nota per la qualità elevata e l’autorevolezza delle firme. Nel 2013 si aggiudica il Premiolino, prestigioso riconoscimento giornalistico, per la capacità di muoversi “tra informazione, satira e sberleffo”.  La trasmissione diventa in assoluto tra le più ascoltate della sua fascia giornaliera, ma soprattutto genera un brand che si sviluppa in molte direzioni: in primis il podcast, che totalizza risultati stellari (nel 2025 è il più seguito in Italia, superando i 50 milioni di ascolti e vincendo per questo lo Spotify Milestone Creator Award) e una corposa community social; ci sono poi gli eventi in esterni, la partecipazione al Festival dell’Economia di Trento, le dirette o, sempre più spesso, gli spettacoli teatrali, molto frequentati.

Il falso dualismo con David Parenzo

Non è un “one man show”. Oltre a ospiti ricorrenti, Cruciani si avvale sempre di un coprotagonista, una spalla, che ormai da molti anni è il giornalista David Parenzo. Lo schema è quello “poliziotto cattivo contro buono”: quanto Cruciani recita la parte del guastatore anarchico con simpatie a destra, politicamente scorretto e sempre a caccia di scandali, tanto Parenzo incarna il progressista che aspira a ragionevolezza e moderazione. Nel gioco delle parti, Parenzo tenta di arginare le derive di Cruciani e dei suoi ospiti, sembra difendere principi democratici e diritti civili. Nella realtà la sua funzione è quella di volontario e strategico capro espiatorio, il puntaspilli (che non rinuncia però a un abbondante turpiloquio) che ospiti e intervenuti bersagliano di insulti (anche antisemiti) perché reo di rappresentare “il sistema”, i benpensanti o la casta che Cruciani punta a scardinare. Un sipario che, ascoltata una puntata, risulta tanto smaccato quanto ripetitivo.

Malgrado da tempo Cruciani, sebbene rifiuti le etichette, punti a trattare temi e valori iperconservatori (il diritto all’autodifesa armata, l’argine all’immigrazione clandestina, il rifiuto del femminismo e, più in generale, della cultura woke e del politicamente corretto), ospiti spesso e si accompagni ad esponenti di destra ed estrema destra, il suo pubblico è talmente ampio da rappresentare diversi orientamenti e fasce sociali. La normalizzazione della Zanzara, la sua definitiva acquisizione nei palinsesti di una fondamentale emittente nazionale, fanno sì che la si ascolti con motivazioni molto differenziate, ma la spinta principale appare il divertimento. E qui sorge il problema: se un programma è tra i più ascoltati d’Italia con una struttura che fa dell’insulto e la pornografia l'architrave della scaletta, dell’aggressione all’interlocutore la modalità standard di dialogo, significa che questo modello è diventato mainstream. Quindi aggressioni, insulti, dissertazioni voyeuristiche vengono percepiti come ordinari, e divertenti. Vale a poco argomentare che molti ascoltatori avvertono con chiarezza la finzione che riposa sotto l’apparente trasgressività, perché se una radio nazionale per lustri manda in onda false aggressioni e presunte perversioni a flusso continuo, è difficile immaginare che qualcosa non resti e si radichi nell’immaginario e nella percezione collettiva. 

Un pubblico maschile, colto e benestante

Ma chi sono gli ascoltatori della Zanzara? Da chi è composto il vasto popolo che ogni giorno si diletta ad ascoltare (spesso senza dichiararlo) due ore di dibattiti su posizioni sessuali estreme, monologhi complottisti, confessioni fetish? Gli unici dati che ci vengono in aiuto sono quelli Audiradio (primo trimestre 2026relativi alla fascia d’ascolto 18-21 di Radio 24, che è in buona parte occupata dalla trasmissione di Cruciani (si tratta cioè del pubblico che segue ogni giorno la diretta, molto più ristretto dell’audience complessiva di podcast e social, ma rappresentativo degli affezionati). Scopriamo così che gli ascoltatori del programma sono per oltre l’80% uomini (dato non sorprendente, vista anche la netta prevalenza maschile del pubblico complessivo della radio); oltre il 50% appartiene alla fascia 45-64 anni, quota che sale all’83% considerando gli over 35. Quasi due terzi (64%) sono laureati o diplomati, indice che il gusto per il trash non si accompagna certo alla bassa scolarizzazione; i pensionati sono meno del 15%, mentre oltre la metà (56%) sono lavoratori autonomi, imprenditori, dirigenti, quadri, impiegati e insegnanti (le ultime due categorie insieme costituiscono la singola quota più alta, con il 28%). Quanto alla copertura regionale, La Zanzara è forte nel triangolo Lombardia – Veneto – Emilia-Romagna (48%), con una buona presenza in Toscana e Lazio (quasi il 20%). Infine, la maggioranza del pubblico (53%) vive in piccoli centri fino a 30mila abitanti.

Sedicenti libertari (ma senza contestatori)

La cosa più sorprendente è che se nel sistema politico-mediatico nazionale a un avversario di partito o un giornale avverso non si condonano contraddizioni o errori, alla Zanzara si perdona qualunque cosa. Icona del narcisismo camuffato da lotta alla censura, dei ricavi editoriali ammantati da spirito libertario, La Zanzara viene raramente criticata da personaggi pubblici (tra i pochi, Gad Lerner), forse perché ormai troppo popolare: e persino chi ne contesta da sinistra i temi cari alla sponda opposta, come il neodirettore di Repubblica Stefano Cappellini, non manca di riconoscere l’abilità dei conduttori di un format “molto attento all’attualità” grazie al quale sui principali temi “molti italiani si formano una prima idea proprio sentendone parlare nel programma” (se è vero, il dramma è proprio qui: che la gente si formi una prima idea di Covid o legittima difesa ascoltando sentenziare, senza contraddittorio, un no vax o un influencer estremista pregiudicato). Erede al cubo dello sgarbismo televisivo e del falso effetto liberatorio che suscitò, La Zanzara è l’emblema di una società ormai anestetizzata a ogni cinismo affaristico o volgarità strumentale in nome di un preteso diritto alla risata liberatoria, quale che ne sia la genesi. Come disse a Cruciani un collega in giacca e cravatta nel corso di un’intervista, “La mia commercialista ti ascolta sempre, perché dopo una giornata di lavoro vuole ridere”. Nel Sessantotto qualcuno scriveva sui muri, con intento iconoclasta, “Una risata vi seppellirà”. Sessant’anni dopo, è il nostro spirito di tolleranza che rischia di essere sepolto da una nuova risata. La nostra.

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