Tra laureate e laureati il divario di genere si riduce, ma non scompare. I dati del report AlmaLaurea
Circa il 60% delle persone che si laureano in Italia sono donne. Queste ultime concludono più spesso il percorso universitario entro i tempi previsti, fanno più esperienze all'estero e ottengono voti di laurea mediamente più elevati. Eppure, man mano che si avanza nella formazione e nella carriera, cresce il divario di genere a loro sfavore: le donne fanno più fatica a trovare lavoro dopo il conseguimento del titolo, vengono retribuite meno, impiegano più tempo a raggiungere una stabilità economica e hanno meno probabilità di raggiungere posizioni di vertice nel loro ambito di competenza.
Questi sono alcuni dei risultati del Rapporto di genere 2026 di AlmaLaurea, basato sui profili di migliaia di laureati e laureate in Italia e sulle loro condizioni occupazionali a uno, tre e cinque anni dal titolo. Il rapporto approfondisce le dinamiche di genere che influenzano il loro percorso formativo e lavorativo – dalla scelta del percorso di studio, all’eventuale decisione di proseguire la carriera accademica, fino alle condizioni occupazionali dopo la laurea – tenendo conto del contesto familiare e socioeconomico di provenienza e con un focus specifico dedicato all'ambito STEM.
Università: le donne hanno risultati migliori degli uomini
Nel 2024, le donne erano il 69,4% delle persone che avevano conseguito un titolo di laurea magistrale a ciclo unico, il 59,4% di quelle che avevano completato un corso di laurea lauree triennale e il 57,8% di quelle che avevano ottenuto una laurea magistrale. Rappresentavano invece il 49,7% di quelle che avevano completato un dottorato di ricerca.
Le universitarie si laureano con risultati mediamente migliori rispetto a quelli degli universitari (104,5 su 110 contro 102,6 su 110) ed entro i tempi previsti (nel dettaglio, il 60,9% delle donne e il 55,4% degli uomini non va fuori corso). Hanno inoltre maggiori probabilità di entrare all’università con un diploma liceale (il 77,9% delle donne contro il 65,6% degli uomini) e di ottenere voti più alti anche all’esame di maturità (85,2 su 100 contro 82,6 su 100).
Le donne laureate provengono più spesso da contesti familiari più avvantaggiati rispetto agli uomini laureati. In particolare, il 29,7% delle universitarie ha almeno un genitore laureato (contro il 36% dei colleghi di sesso maschile) e il 21% di loro appartiene a una classe socioeconomica elevata, (contro il 24,6% degli uomini). Si tratta di un dato interessante perché, come viene sottolineato nel report, indica che la cosiddetta “mobilità educativa ascendente” (il processo che avviene quando all’interno di una famiglia il livello di istruzione tende ad aumentare da una generazione all’altra) è più marcata per le donne rispetto agli uomini.
Le donne che intraprendono lo stesso percorso formativo dei loro genitori laureati (il 19,4% contro il 21,8% degli uomini) tendono a seguire in ugual misura le orme del padre (nell’8,6% dei casi) e della madre (8,4%). Gli uomini, invece, scelgono più spesso lo stesso ambito di studi del padre (12,5%) che della madre (6,3%).
Il report evidenzia poi una marcata “segregazione di genere” tra gli ambiti disciplinari: studenti e studentesse tendono a distribuirsi in modo molto disomogeneo tra le diverse facoltà. In particolare, le donne rappresentano solo il 41,1% delle persone che si laureano nelle discipline STEM (una quota rimasta invariata dal 2015 al 2024) e addirittura il 95% di quelle che scelgono invece percorsi legati all’educazione e alla formazione. Il divario è ancora più ampio se si considera la formazione universitaria post-lauream: solo il 36,7% di chi ottiene un dottorato in ambito STEM è donna, a fronte di una distribuzione sostanzialmente paritaria tra i due sessi, se si considerano tutte le discipline nel loro insieme.
Secondo il report, le ragioni di questa polarizzazione non vanno ricondotte a una sorta di propensione “naturale” di genere verso un certo tipo di percorso, quanto piuttosto alla persistenza di stereotipi di genere ancora culturalmente radicati – come l’idea che gli uomini siano più adatti alle materie scientifiche e le donne ai lavori di cura – che agiscono fin dall’infanzia. Ed è uno dei motivi, come vedremo, del divario retributivo dopo la laurea, dal momento che gli studi in ambito tecnico-scientifico offrono solitamente sbocchi professionali più remunerativi.
Lavoro dopo la laurea: occupazione e salari
A cinque anni dalla laurea, ha trovato lavoro l’88,2% delle donne contro il 91,9% degli uomini. Il divario, però, si allarga ulteriormente in presenza di figli. Infatti, secondo il report, la maternità penalizza l’occupazione femminile in misura molto maggiore rispetto alla paternità con quella maschile. Gli uomini hanno inoltre più probabilità di ottenere incarichi a tempo indeterminato, mentre le donne sono più disponibili ad accettare contratti part-time (sebbene questo dato sia calato, rispetto al 2015, dal 16,3% al 14,3%).
Dopo cinque anni dal conseguimento del titolo, gli uomini ottengono in media anche una retribuzione del 15% più alta rispetto a quella delle donne. Un dato che, secondo il report, è dovuto a una maggiore presenza maschile nelle posizioni di vertice nei lavori ad alta specializzazione. Lo stesso, però, avviene anche nel settore pubblico, nonostante esso venga scelto più di frequente dalle donne (nel 41,2% dei casi) che dagli uomini (31,3%). Anche le donne che lavorano in ambito STEM ottengono stipendi più bassi rispetto a quelli degli uomini (con una media di 1.842 contro 2.125 euro mensili), ma svolgono più frequentemente attività in proprio rispetto a questi ultimi.
Nel report si ipotizza che le differenze nella retribuzione derivino anche da alcuni fattori culturali capaci di influenzare le aspettative economiche, dal momento che il 14,2% delle laureate contro il 7,8% dei laureati si dichiara disposta anche ad accettare un compenso basso.
Ciononostante, oggi le aspettative retributive minime sono un po’ più allineate tra uomini e donne rispetto a quanto non fossero nel 2016. Infatti, negli ultimi dieci anni, lo stipendio minimo che si è disposti ad accettare è salito del 26,8% per gli uomini e del 32,8% per le donne, riducendo quindi il gap nell’aspettativa dal 12,6% all’8,4%.
Mobilità geografica e studenti internazionali
Il report offre infine anche uno spaccato della mobilità per motivi di studio e lavoro di chi si laurea nel nostro Paese. Gli studenti internazionali che scelgono l’Italia si concentrano prevalentemente negli atenei del Nord e del Centro; le studentesse straniere, in particolare, tendono a restare qui dopo la laurea più di frequente rispetto ai loro colleghi maschi (66% contro 53,8%).
Sul fronte interno, continua il flusso migratorio dal Sud verso il Nord, soprattutto per quanto riguarda gli uomini, che nel Settentrione ottengono stipendi mediamente più alti. Il Sud perde così capitale umano in misura maggiore di quanto ne attragga, con una dinamica speculare al Nord. Il dato più eloquente riguarda la mobilità post-laurea: chi ha studiato negli atenei del Nord rimane nella stessa area nell'88,2% dei casi, una quota che scende al 70,1% al Centro e al 45,2% al Sud.
Nel complesso, i dati raccolti da AlmaLaurea offrono una panoramica approfondita del modo in cui le disuguaglianze di genere impattano ancora sul percorso formativo e lavorativo dei laureati e delle laureate in Italia. La speranza, si legge nel report, è che queste informazioni possano essere utili non solo a chi si occupa di studiare il fenomeno ma, soprattutto, anche a chi ha il potere di intervenire attraverso la promozione di politiche concrete di orientamento, welfare e parità salariale volte a ridurre un divario che, come i dati sembrano suggerire, può essere colmato.