Quante scuole servono per tenere vivo un territorio?
Foto di Tima Miroshnichenko/Pexel
La domanda che introduce questo articolo non è tra le più semplici. Per dare una risposta concreta bisogna analizzare e capire a fondo il territorio stesso, il contesto sia geografico che socioeconomico e le condizioni scolastiche. Però con il nuovo anno scolastico appena partito, possiamo fare delle ipotesi, che sono incentrate su casi veri e propri.
A Madesimo, un piccolo comune di 506 abitanti a 1.500 metri d’altezza in provincia di Sondrio, quest’anno la campanella della scuola primaria non è suonata. Gli alunni erano rimasti sei, troppo pochi per garantire la prosecuzione delle attività. I bambini che vivono nel comune dell’alta Valchiavenna da quest’anno frequentano così la scuola di Campodolcino. Sono circa quindici i minuti di strada tra i due paesi e il Comune, a inizio settembre, ha affidato il servizio di trasporto scolastico necessario per accompagnarli ogni giorno nel paese vicino.
Sei bambini e bambine possono effettivamente sembrare un numero minuscolo. E in effetti, guardando soltanto all’organizzazione del sistema scolastico, lo sono. Ma una scuola elementare con sei alunni è anche una scuola inserita in un territorio che di minori ne ha pochissimi. Già gli abitanti di Madesimo sono poco più di 500 e negli ultimi anni il calo dei residenti è stato del 13%, in più ci mettiamo che il saldo naturale (cioè la differenza tra nuovi nati e morti) degli ultimi dieci anni è in deficit di 11 persone, capiamo come anche solo avere la possibilità di mandare a scuola i propri figli a pochi metri da casa possa fare la differenza tra decidere di vivere o no in un luogo. E se mancano i giovani, il futuro non può esistere.
Ma quindi, per tornare alla domanda iniziale: quanto deve essere piccola una scuola prima che mantenerla aperta non sia più sostenibile? E cosa succede a un territorio quando quella soglia viene superata?
La questione riguarda soprattutto una parte molto particolare, ma tutt’altro che marginale, del sistema scolastico italiano. Secondo la mappatura realizzata da Indire (l'Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), che non è aggiornatissima in quanto fa riferimento all’anno scolastico 2020/2021, in Italia c’erano 11.627 “piccole scuole” tra infanzia e primo ciclo. Per definirle l’istituto ha preso in considerazione solo quelle scuole dell’infanzia con una sola sezione, le primarie con non più di 125 alunni e le secondarie di primo grado con non più di 75. Partendo da questi criteri quindi, più della metà delle scuole primarie italiane, precisamente il 50,6%, erano “piccole scuole”. Quantitativamente quindi, in Italia c’erano più di 7.400 piccole primarie frequentate complessivamente da quasi 530 mila bambini.
Per sfatare ogni dubbio, non significa certo che ora più della metà delle elementari italiane sia sul punto di chiudere. Significa però che una parte consistente della rete scolastica è costituita da plessi nei quali anche variazioni demografiche relativamente piccole possono incidere molto sull’organizzazione delle classi, ed è esattamente quello che sta succedendo in alcuni territori.
Quando una scuola ha sei bambini
A Moraro, poco distante da Gorizia, il problema riguarda invece la scuola dell’infanzia. A giugno le famiglie avevano consegnato al Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia una petizione per impedirne la chiusura. Allora risultavano otto iscrizioni. I genitori descrivevano l’asilo, insieme alla biblioteca e alla palestra presenti nel plesso, come il “cuore del paese”.
La mobilitazione però non è bastata. A fine luglio l’Ufficio scolastico provinciale ha confermato che la scuola non avrebbe riaperto per il 2026/2027: gli iscritti effettivi erano scesi a sei e per l’anno successivo era previsto un solo nuovo ingresso. Moraro ha così perso quello che era rimasto l’unico presidio educativo del comune.
Il numero è lo stesso di Madesimo ma non è certo una soglia sotto la quale un plesso scolastico chiude. Anche perché questi sono solo due esempi di molti altri che potremmo fare. Andando a vedere la normativa nazionale, si legge che le classi della scuola primaria devono essere formate di norma da almeno 15 alunni. Nei comuni montani, nelle piccole isole e nei territori abitati da minoranze linguistiche possono essere costituite classi con numeri inferiori, comunque mai sotto i dieci alunni. Le pluriclassi, cioè le classi nelle quali studiano insieme bambini iscritti ad anni di corso differenti, sono invece previste generalmente con un minimo di otto e un massimo di diciotto studenti.
E sono proprio le pluriclassi che spesso consentono alla scuola di sopravvivere dove non esistono abbastanza bambini per creare una classe per ogni anno. Nell’ultima mappatura nazionale disponibile di Indire erano 1.325 le piccole scuole con almeno una pluriclasse, di cui 1.165 primarie.
Una scuola è anche un servizio territoriale
Quando abbiamo confrontato l’Anagrafe delle scuole statali del 2025/2026 con quella del 2026/2027, uno dei problemi è stato proprio distinguere una vera chiusura da una modifica amministrativa.
Un codice scolastico che scompare non significa necessariamente che una scuola abbia chiuso perché potrebbe tranquillamente essere cambiato l’istituto di riferimento, oppure potrebbe esserci stato un accorpamento o una riclassificazione. Però analizzare le variazioni dell’Anagrafe è utile soprattutto come punto di partenza, per capire “dove guardare”.
Esistono poi casi in cui la soppressione è stabilita esplicitamente nei piani della rete scolastica. Per l'anno scolastico 2026/2027, ad esempio, la Provincia di Cremona ha previsto la soppressione della scuola dell’infanzia di Pessina Cremonese, decisione poi validata dalla Regione Lombardia. Oggi il Comune organizza il trasporto degli alunni dell’infanzia verso Torre de’ Picenardi.
E anche in Veneto l’aggiornamento della rete per quest’anno ha eliminato formalmente una serie di codici di scuole primarie che risultavano inattive da almeno tre anni o già dismesse dai rispettivi comuni. Quindi, abbiamo capito che una scuola può sparire amministrativamente dall’Anagrafe molto tempo dopo avere smesso di funzionare realmente.
Però, come abbiamo detto all’inizio, senza giovani non c’è futuro e non si possono analizzare queste trasformazioni senza guardare anche ciò che sta accadendo alla popolazione italiana.
L’abbiamo visto più volte e lo sappiamo anche dalle previsioni dell’Istat, nei prossimi decenni la diminuzione dei residenti sarà particolarmente intensa proprio nelle aree interne dove nel 2025 abitavano circa 13,3 milioni di persone. Nel 2030 dovrebbero essere 13,1 milioni e nel 2050 circa 11,8 milioni: oltre 1,3 milioni in meno soltanto tra il 2030 e il 2050.
Oltre a ciò, sappiamo bene anche quanto il nostro Paese stia invecchiando e, se nascono meno bambini, diventa sempre più difficile mantenere aperto un piccolo plesso. Ma se chiude la scuola, per una famiglia con bambini vivere in quel paese diventa a sua volta più complicato: aumentano gli spostamenti quotidiani, la dipendenza dal trasporto scolastico e la distanza da uno dei servizi fondamentali dell’infanzia.
Quando una scuola scompare è facile calcolare immediatamente il risparmio organizzativo, anche economico. Quello che però è ben più difficile notare, perché è un processo che richiede tempo, è il costo socioeconomico che quella scelta può produrre. Di sicuro renderebbe un territorio più fragile.