UNIVERSITÀ E SCUOLA

A scuola per conoscerci. Il progetto che entra in classe per contrastare il bullismo anti-LGBTI+

Insulti, prese in giro, isolamento, minacce, violenza fisica. Queste sono alcune delle forme che può assumere il bullismo omolesbobitransfobico tra bambini, bambine e adolescenti.
Subire questo tipo di aggressioni – che avvengono quando un bullo (o un gruppo di bulli) prende di mira un suo pari a causa del suo orientamento sessuale o della sua identità di genere (reale o percepita) – impedisce a molti studenti e studentesse LGBTI+ di vivere la scuola come uno spazio sicuro, in cui esprimere al meglio il proprio potenziale, crescere serenamente e stringere rapporti di qualità con i coetanei.

Come riporta il monitoraggio nazionale relativo all’anno scolastico 2024/2025 effettuato dalla piattaforma ELISA, il 7,9% degli studenti e delle studentesse ha dichiarato di aver subito bullismo omolesbobitransfobico, mentre l’11,1% ha ammesso di averlo agito; questi dati riflettono un trend in aumento del fenomeno rispetto agli anni precedenti.

Per contrastare questo tipo di problemi e promuovere consapevolezza e rispetto sul tema della parità di genere tra il corpo studentesco e quello docente, sono nati in tutto il Paese numerosi progetti promossi da associazioni, enti locali e realtà del terzo settore, molti dei quali mappati dalla rete Educare alle differenze.

Tra questi, uno dei più strutturati e longevi è A scuola per conoscerci, attivo in Friuli-Venezia Giulia da più di 15 anni e rivolto alle scuole medie e superiori della regione. Ce lo ha raccontato Clelia Maria Dri, presidente dell’associazione.

“Il progetto nasce nel 2009 dalla volontà di un insegnante di liceo – Davide Zotti – e di una psicologa e psicoterapeuta – Margherita Bottino – di combattere l’omolesbobitransfobia nell’ambiente scolastico”, spiega. “È stato promosso grazie al sostegno dei circoli Arcigay Arcobaleno Trieste Gorizia e Arcigay Friuli, ai quali nel corso del tempo si sono unite altre associazioni LGBTI+ del Friuli-Venezia Giulia.

Oggi siamo una ODV (Organizzazione di Volontariato) con l’intento fondamentale di agire in maniera preventiva: parliamo di bullismo e omolesbobitransfobia a scuola cercando di partire dai problemi che le giovani persone LGBTI+ incontrano più di frequente nel contesto scolastico, non solo con i compagni di classe, ma purtroppo a volte anche con il corpo docente e l’istituzione scolastica. Infatti, un contesto discriminante o apertamente ostile aumenta il rischio di abbandono scolastico da parte degli studenti e delle studentesse LGBTI+ e può causare problemi di salute mentale”.

Come racconta Dri, gli interventi vengono organizzati su richiesta degli insegnanti o dei dirigenti scolastici e si configurano come attività curricolari, svolte durante l’orario scolastico con l’approvazione dei docenti nei consigli di classe. Sono articolati in due incontri da due ore ciascuno.

“Il primo incontro è tenuto da una psicologa che spiega alla classe cosa si intende con bullismo omolesbobitransfobico e fornisce una definizione scientifica del concetto di identità sessuale”, prosegue. “In quest’occasione vengono spiegati, in particolare, la differenza tra sesso biologico e identità di genere e il significato dei concetti di orientamento sessuale e ruolo culturale di genere nella società.
Chiarire questa terminologia è fondamentale: non basta parlare di rispetto della persona in maniera vaga e generale, perché il bullismo omolesbobitransfobico si fonda su alcuni preconcetti diffusi nella società riguardo a cosa significhi essere ‘normali’ o ‘giusti’”.

Tutto questo serve infatti a introdurre il tema degli stereotipi di genere, che rappresentano quelle idee e convinzioni condivise sui comportamenti e i modi di apparire considerati accettabili, rispettivamente, da uomini e donne (o in questo caso, come spiega Dri, da adolescenti maschi e femmine) e che influenzano anche il modo in cui vengono percepite le persone LGBTI+.

“Viene chiesto alla classe, per esempio, perché un ragazzo che si veste di rosa venga considerato gay o femminile, e cosa si intenda per maschile e femminile”, continua Dri. “Viene fatto capire loro come questo tipo di mentalità sia qualcosa in grado di “ingabbiare” il pensiero e da cui, forse, varrebbe la pena di liberarsi.

Il secondo incontro viene organizzato a una o due settimane di distanza, per lasciar sedimentare quello che è emerso dal primo, ed è più interattivo. Insieme alla psicologa entrano in classe anche due volontarie o volontari della nostra associazione. Si tratta di persone della comunità LGBTI+ oppure di loro familiari, come nel caso dei membri dell’associazione AGEDO, che riunisce genitori, parenti e amici di persone LGBTI+. Agli studenti e alle studentesse viene data la possibilità di rivolgere ai volontari e alle volontarie tutte le domande che desiderano. I ragazzi e le ragazze chiedono spesso, per esempio, se e come abbiamo fatto coming out e come abbiano reagito i nostri genitori e gli amici. Questo ci dà anche la possibilità di spiegare la differenza tra coming out (la scelta libera e volontaria di comunicare a qualcuno la propria identità di genere e/o l’orientamento sessuale, ndr) e outing (la rivelazione di tali informazioni su un’altra persona senza il suo consenso, ndr). Ai genitori viene invece domandato spesso di raccontare come abbiano sostenuto la figlia o il figlio nel percorso scolastico, con tutte le difficoltà che questo può aver comportato.

Si tratta, insomma, di un incontro generalmente più coinvolgente, grazie al contatto diretto con persone reali. Infatti, quando parli con qualcuno che fa un lavoro “normale” e che ti racconta della sua vita “normale”, solo che è una persona LGBTI+, questo ridimensiona molto i pregiudizi, anche se magari non li cancella del tutto”.

L’obiettivo del progetto, d’altronde, non è certo quello di cancellare idee né di imporne altre. “Vogliamo “piantare dei semi” che, nel corso del tempo, potrebbero portare a una maggiore consapevolezza”, continua Dri. “A volte non succede, ma noi più di così non possiamo fare. Non si può certo costringere una persona a cambiare idea”.

Riflettendo invece sui modi in cui il bullismo anti-LGBTI+ sia cambiato nel corso degli ultimi anni, Dri è cauta. “Non abbiamo studi specifici sul fenomeno, quindi mancano dati strutturati e non mi viene da dire di avere un osservatorio privilegiato”, premette. “Sulla base delle nostre impressioni, abbiamo notato un aumento del cyberbullismo, anche se in tutti i casi in cui siamo state contattate direttamente per episodi di bullismo che la scuola voleva arginare, si trattava sempre di bullismo agito di persona. È però vero che la rete sia diventata un canale privilegiato per questo tipo di aggressioni.

Si nota anche come, rispetto a venti anni fa, ci sia una maggiore conoscenza sul concetto di orientamento sessuale e sulle diverse identità LGBTI+. Oggi, per esempio, c’è molta più consapevolezza rispetto all’esistenza di persone trans o non binarie”.

Purtroppo, però, non è detto che la diffusione di queste conoscenze sia sempre un bene. “Queste informazioni, che provengono per la maggior parte dai social, sono spesso frammentarie e confuse: rischiano di non scardinare i pregiudizi, ma di fornire più armi a chi vuole attaccare qualcuno. Al contrario del confronto diretto con persone competenti o che vivono determinate esperienze in prima persona, come quello che rendiamo possibile noi con il secondo degli incontri che proponiamo alle classi”.

Dal 2009 a oggi, il cammino dell’associazione non è stato però in discesa. “In questi anni abbiamo continuato a portare avanti il progetto nonostante le resistenze culturali e gli ostacoli che abbiamo spesso incontrato”, racconta Dri. “Con l’ultima legislatura regionale instauratasi in Friuli-Venezia Giulia nel 2018, ci è stato tolto il sostegno regionale che avevamo avuto fino a quel momento. Lo stesso avviene a livello comunale, con i finanziamenti che cambiano a seconda dell’orientamento politico delle giunte. Abbiamo capito che non possiamo contare sui fondi istituzionali e cerchiamo quindi di finanziarci dal basso, raccogliendo il sostegno più ampio possibile.

Nonostante tutto, stiamo riuscendo a continuare le nostre attività, anche perché il numero di richieste che riceviamo è sempre più elevato. Due anni fa non siamo riuscite a soddisfarle tutte e per evitare problemi di budget abbiamo dovuto stabilire un limite massimo di ore annue. Pur con questi vincoli, riusciamo generalmente a raggiungere 1500-1700 studenti e studentesse all’anno, che non è poco.

Stiamo inoltre lavorando per dotarci di un metodo strutturato e scientificamente fondato per valutare l’efficacia dei nostri interventi. Finora abbiamo proceduto in maniera sporadica, basandoci sui feedback raccolti dai singoli insegnanti attraverso questionari a domande aperte. Contiamo di avere già dal prossimo anno un metodo nostro, e non vediamo l’ora di conoscere i risultati”.

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