SOCIETÀ

L’Università alla prova della violenza

C’è stato un momento non lontano in cui anche l’Italia è stata nella morsa del terrorismo. Certo un fenomeno diverso rispetto a oggi, di matrice politica e non religiosa, che provocò  comunque centinaia di morti e migliaia di feriti. Una storia tragica che ha lasciato segni profondi nella storia del Paese e in cui anche Padova, e con essa la sua università, ha avuto una parte non trascurabile. Qui ad esempio avvenne, il 17 giugno 1974, il primo omicidio delle Brigate Rosse, che tolse la vita ai militanti missini Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola; sempre da Padova, nell’ambito del gruppo neofascista Ordine Nuovo, partì probabilmente l’ideazione e la preparazione della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Molte delle vicende e molti degli attori di quegli anni facevano in qualche modo parte del mondo universitario: come visse e reagì l’ateneo? Di questo si è occupata Alba Lazzaretto, docente di storia contemporanea presso l’Università di Padova, nel corso delle sue ultime ricerche, presentate durante il convegno L'Italia del terrorismo.

Le turbolenze all’Università iniziano nel 1968 e toccano l’apice a partire dalla metà degli anni Settanta: “In quest’ultimo periodo sul tavolo del senato accademico arrivano veri e propri bollettini di guerra – spiega la studiosa –. Ci sono aggressioni e sequestri contro docenti e il personale, mentre i danni alle strutture universitarie non si contano: dalle scritte sui muri, spesso con messaggi minacciosi, agli apparentemente più folcloristici espropri proletari”. Come quando un gruppo di circa 1.000 persone, siamo nel 1975, assalta la mensa universitaria di via Marzolo pretendendo di pagare il prezzo politico di 200 lire. Molto più gravi gli episodi del 1977, quando al Bo viene asportata una parte degli antichi stemmi dall’aula Ederle e vengono imbrattati gli affreschi del Campigli.

Ad affrontare questa stagione di inusitata violenza è un ateneo in rapido cambiamento. Siamo nel mezzo del passaggio dall’università d’élite a quella di massa: a metà degli anni ‘70 l’università di Padova conta oltre 60.000 iscritti, il doppio del 1968 e addirittura il 500% in più rispetto a 15 anni prima. In particolare facoltà come Lettere, Magistero e Scienze politiche si pongono come centri e focolai delle nuove idee politiche, comprese quelle estremistiche. Dal canto loro i gruppi e i collettivi di studenti hanno da dire la loro anche in tema di università: alcuni identificano lo studio con lo sfruttamento capitalistico, altri vogliono rivoluzionare i programmi e i metodi di insegnamento. Rientrano in quest’ambito rivendicazioni come quelle per piani di studio più liberi, la sostituzione degli esami con seminari autogestiti e il 27 politico per tutti. Basti pensare che solo nel 1977 nella sola presidenza di Scienze politiche arrivano 2.500 richieste di convalida per voti presi proprio durate questi seminari.

A dover affrontare la situazione è Luciano Merigliano, rettore per quattro mandati dal 1972 al 1984. Ingegnere pragmatico e dal carattere forte, cattolico impegnato ex partigiano, è l’uomo della continuità ai vertici dell’ateneo in un periodo tumultuoso. Anche e forse soprattutto a lui, come vedremo, si deve la scelta di un basso profilo rispetto alle provocazioni. Intanto, soprattutto a partire 1977, si infittiscono all’interno dell’università gli episodi di violenza sulle persone. Il 22 aprile 1978, nei giorni del sequestro Moro, all’interno del Liviano vengono sparati quattro colpi nelle gambe del professor Ezio Riondato: l’attentato è rivendicato dal Nucleo combattente per il comunismo, una delle sigle della galassia padovana. L’8 maggio, il giorno prima che il corpo di Moro venga trovato, il professor Guido Petter viene aggredito nel suo studio, mentre Il 20 ottobre 1978 è il responsabile opera universitaria per le mense Giampaolo Mercanzin ad essere gambizzato. Sempre Guido Petter, preso di mira per il carattere fermo, il 14 marzo 1979 avrà le mani spaccate a sprangate, così come nel 1979 viene sprangato sulla pubblica via Oddone Longo. Il 26 settembre 1979 il professor Angelo Ventura viene preso di mira a pistolettate, ma riesce a rispondere al fuoco con la sua arma mettendo i fuga i terroristi. 

Di fronte a questi come ad altri episodi la risposta dell’Ateneo è ambivalente: da una parte il senato proclama a più riprese indignazione e fermezza; dall’altra, anche quando si fanno i nomi degli aggressori, la scelta ricade generalmente su un atteggiamento prudente, se non addirittura attendista. “In presenza di un procedimento penale l’università ritiene di non procedere in alcun modo con sanzioni disciplinari – continua Lazzaretto –: sarà questo il leit motiv che in molte altre occasioni ricorrerà nelle decisioni del senato accademico”. Così gli studenti indiziati per atti di violenza potranno continuare a frequentare le lezioni e dare esami, in alcuni casi addirittura senza nemmeno perdere i benefici economici. 

Anche nei casi di violenza più efferati si sceglie di evitare, per quanto possibile, la sospensione delle lezioni e la chiusura delle facoltà. Persino per l’assassinio di Moro, il 9 maggio 1978, ci si limita a indire un minuto di silenzio in tutto l’ateneo. L’atto più forte dal punto di vista simbolico è quello di affidare ad Angelo Ventura la prolusione per l’inaugurazione dell’anno accademico 1979-80, di fronte al Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Intanto però continuano rappresaglie e attentati contro le abitazioni del docente e del personale: qualche professore si esercita al poligono di tiro, altri tengono in ufficio i sacchi di sabbia per spegnere eventuali incendi. 

 “Certamente ci furono ritardi, omissioni e, diciamolo pure, paura – conclude Lazzaretto –. Anche tra professori e personale qualcuno lottava, altri girano la testa dall’altra parte, altri ancora teorizzavano che fosse giusto distruggere lo stato o davano qualche ragione agli estremisti”. Cosa spinse rettore e senato non solo ad opporsi a ogni provvedimento disciplinare, ma anche a non compiere atti simbolici più dirompenti? “C’era innanzitutto il timore di danneggiare gli studenti, in grande maggioranza contrari a ogni forma di violenza. Secondo alcune ricostruzioni c’erano allora in ateneo non più di una settantina di violenti, che riuscivano poi a mobilitare qualche centinaio, al massimo un migliaio di simpatizzanti”. 

“Come un bove – scrisse all’epoca il Gazzettino – il Bo va avanti”. Sotto i colpi di arma da fuoco, le sprangate e le violenze. Condannando gli atti violenti ma senza chiudere i suoi battenti. È  difficile oggi, al di fuori del clima di quegli anni, stabilire se si trattò delle scelta giusta: “Leggendo le sue memorie e parlando con i testimoni che lo hanno conosciuto a lungo, si intuisce che il rettore Merigliano era convito di essere come durante il nazifascimo, e non a caso nei momenti di crisi continuava a rileggere il famoso discorso in cui Concetto Marchesi nel 1943 incitava gli studenti alla lotta per la libertà. Per lui tener duro fu un atto di coraggio. Di fatto però la mancanza di provvedimenti severi lasciò in molti casi che i violenti godessero di un’assoluta impunità”. 

Daniele Mont D’Arpizio

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