SOCIETÀ

Marx, dopo 200 anni il suo pensiero non è fuori moda

di Daniele Mont D'Arpizio

È ancora uno dei pensatori più influenti (e discussi): da ammirare o da combattere, comunque difficile da ignorare; eppure fino a pochi anni fa l’interesse intorno alla figura di Karl Marx, nato Treviri  il 5 maggio 1818, pareva irrimediabilmente appannato. “All’inizio degli anni ’90 il suo pensiero veniva collegato in modo inestricabile al crollo del socialismo reale – conferma al Bo Luca Basso, docente di filosofia politica presso l’università di Padova –; oggi assistiamo invece a un ritorno d’interesse: ci allontaniamo sempre più dalla caduta del muro di Berlino, e inoltre constatiamo che il crollo del socialismo reale nell’89 non ha poi portato il mondo a quelle ‘magnifiche sorti e progressive’ che molti si aspettavano o che volevano far credere che si sarebbero verificate”.

Del resto non tutti i regimi socialisti oggi sono scomparsi: a cominciare da quello che oggi è il nuovo gigante dell’economia mondiale. “Mentre in Urss iniziò già dal 1956, non senza contraddizioni e limiti, il processo di destalinizzazione, in Cina non c’è mai stato un ripudio ufficiale del maoismo – continua lo studioso –. Si è preferito optare per una continuità nella discontinuità, per comprendere la quale è centrale la figura di Deng Xiaoping, vero iniziatore della combinazione tra elementi socialisti e di mercato che, per certi versi, è ancora alla base della situazione attuale. Giovanni Arrighi, nel suo libro Adam Smith a Pechino, sottolinea come, per la Cina di oggi, si possa parlare di mercato più che di capitalismo vero e proprio: una situazione con aspetti peculiari interessanti, da continuare a studiare con attenzione”.

L’instabilità mondiale e l’aumento delle disuguaglianze hanno comunque fatto emergere la forza dell’analisi marxiana su diversi aspetti controversi del capitalismo; per questo ultimamente si registrano numerose aperture di credito verso il padre del ‘socialismo scientifico’, alcune sorprendenti come quella del quasi omonimo cardinale Reinhard Marx, presidente della conferenza episcopale tedesca e in passato vescovo proprio a Treviri. Se non si può “storicamente separare un pensatore da ciò che gli altri più tardi hanno compiuto in suo nome”, ha detto il porporato, è “anche vero non lo si deve nemmeno ritenere responsabile di tutto ciò che è stato commesso in seguito alle sue teorie, fino ai gulag di Stalin”.

“Marx muore nel 1883, decenni prima della rivoluzione bolscevica, e i modelli politici che aveva in mente erano le rivoluzioni del ’48, l’Internazionale e la Comune di Parigi, come primo esperimento di governo proletario – conferma Basso –. Un contesto storico, sociale e anche geografico profondamente diverso da quelli in cui il suo pensiero è stato effettivamente considerato la base teorica per la costruzione di Stati socialisti”. Quanto però dei successivi sviluppi – con i connessi esiti nefasti e liberticidi – può essere addebitato al filosofo tedesco e quanto invece ai suoi epigoni, a cominciare da Friedrich Engels e Vladimir Lenin? “Non si tratta di sminuire la portata del fallimento dell’esperienza storica del socialismo reale, né di considerare l’intero percorso, teorico e politico, del marxismo dopo Marx sic et simpliciter una mistificazione del pensiero marxiano – risponde Basso –. Credo che però sia importante compiere una lettura diversificata e attenta alla complessità della sua opera, che vada al di là dei tanti luoghi comuni”. Un esempio? “Si parla spesso di un Marx anti-individualista, che negherebbe il valore dell’individuo rispetto alla società, quando invece nei suoi scritti è chiaro come il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti. Allo stesso tempo anche la fondamentale distinzione tra struttura e sovrastruttura è spesso molto più complessa e articolata di quanto sia stata rappresentata”.

A 200 anni dalla nascita comunque il pensiero del filosofo di Treviri rimane imprescindibile per comprendere il ‘900 e in parte anche la nostra epoca: per questo all’università di Padova il 23 e il 24 maggio (e il 25 e il 26 maggio all’università di Roma “La Sapienza”) si svolgerà il convegno internazionale “Soggettività e trasformazione. Prospettive marxiane”, organizzato proprio da Luca Basso in collaborazione con Giorgio Cesarale (università Ca’ Foscari di Venezia), Vittorio Morfino (Milano-Bicocca) e Stefano Petrucciani (Roma “La Sapienza”). “Dal mio punto di vista ha assolutamente senso tornare a discutere di Marx, quindi ben vengano anche occasioni come il bicentenario, se danno la possibilità di affrontare alcuni temi legati al suo pensiero. Innanzitutto riprendendo a rileggere e a studiare i suoi testi, tenendo conto delle nuove edizioni critiche e problematizzando anche aspetti troppo spesso dati frettolosamente come scontati”.

Da dove partire per accostarsi invece per la prima volta al pensiero marxiano? “I testi sono moltissimi, quelli importanti numerosi… Dipende anche dal tipo di sguardo che si vuole adottare, non tutti devono diventare specialisti: sicuramente ineludibile è Il capitale, senza il quale non si può realmente comprendere Marx. Spesso si tratta comunque di testi poco letti, anche se tutti si sentono in qualche modo in dovere di esprimere un’opinione, sulla base di una critica spesso conformista. Ma esistono segnali di un’inversione di tendenza”. Una riscoperta che non può rimanere confinata all’ambito dei libri: “Marx non è un classico come gli altri, ma ha una sua singolarità rispetto a tutti i teorici che l’hanno preceduto: la sua riflessione presenta un carattere destrutturante sul piano non solo teorico ma anche pratico. Non a caso, alcuni recenti ricostruzioni del suo pensiero in giornali mainstreamcontengono o critiche o valorizzazioni che però ne neutralizzano completamente il significato politico dirompente. In ogni caso, i suoi testi devono essere letti in stretta connessione con la realtà sociale e produttiva in cui viviamo, anche se differente rispetto a quella conosciuta da Marx. L’attuale situazione ha ad esempio evidenziato come i periodi di crisi siano un elemento non accessorio, bensì strutturale del modo di produzione capitalistico”. L’autore del Manifesto ha insomma ancora qualcosa da dire: “Questo non significa che non possa essere ridiscusso e criticato – conclude Basso – ma la sua analisi del sistema capitalistico rimane sotto molti aspetti ancora insuperata, e continua quindi a dare una chiave di lettura imprescindibile anche per il mondo attuale”.

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