CULTURA

Verso il ’22. Wilson e l’autodeterminazione dei popoli

Fra i miti che si accendono e spengono in questo 1919 che molti vivono come l’anno di tutte le possibilità c’è quello di Wilson, il presidente degli Stati Uniti. La sua ‘autodeterminazione dei popoli’, applicata al casus belli che va diventando Fiume, si presta a rapide disillusioni cariche di rancore. Non è ancora montata l’onda che, sotto la spinta di D’Annunzio, farà del nazionalismo adriatico un nuovo paradigma che si pretende ‘al di là della destra e al di là della sinistra’, ed ecco le rimostranze segrete che fermentano nelle retrovie del pensiero conservatore. La pluralità, la cacofonia dei linguaggi sono proprie del frangente. Questa volta il clic d’epoca me lo vado a cercare non in un discorso, un manifesto, un articolo, un gesto pubblico - mentre esplode in bella vista in piazza o da qualche proto-balcone di oratori proiettati verso il Popolo ma nella corrispondenza di un vecchio e riservato signore: Giustino Fortunato (1848-1933), un possidente meridionale della cerchia di Benedetto Croce, ma molto autorevole in proprio, meridionalista, patriota da sempre corrucciato e offeso dalla nequizia dei tempi, senatore del Regno.

Il suo imponente Carteggio attraversa come un basso continuo i tempi, dal 1865 al 1932. Rispondendo a una costernata cartolina ricevuta dal più giovane amico Umberto Zanotti Bianco, scrive da Napoli il 19 febbraio 1919: “Ah sì, ‘l’animo ben triste per tanti avvenimenti'. Ma come dev’essere amara la vita per que’ nostri connazionali che, qui e a Parigi, videro, vollero vedere e parlarono col Wilson! E che credettero in lui!” (Carteggio 1912-1922, Laterza, 1979).

Non dobbiamo tradurre tutto nelle forme rumorose del nuovo discorso pubblico, che comprende anche declinazioni parallele. Il vecchio signore di Rionero in Vulture ha orecchio per intendere i soprassalti dei climi d’epoca, tra sovraeccitazione e depressioni. Avendolo incrociato, aggiungiamo che anche Zanotti Bianco è un bel personaggio in sé, tra i fondatori nel 1910 dell’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno (ANIMI), uomo di confine tra mondi e culture differenti, di difficile etichettatura politica: impianta asili e si occupa di alfabetizzazione degli adulti, in guerra è volontario e ferito, ma nel ’24 restituisce le onorificenze in risposta all’uccisione di Matteotti e nel ’25 firma il Manifesto Croce, con gli intellettuali antifascisti.

E non tanto per aver fatta la guerra, quanto non averla diplomaticamente ben fatta; non aver avuto gli Italiani tutti ben chiara l’idea che il fronte della nostra guerra era duplice

Tornando al 1919, due mesi dopo, nel marzo, da Milano, scrive a Giustino Fortunato Gioacchino Volpe. Non è ancora il grande storico che diverrà, l’anti-Croce con L’Italia in cammino (1927) rispetto alla coeva Storia d’Italia liberale del filosofo; ma è già, oltre che un autorevole storico del Medioevo (allora non c’erano le partizioni disciplinari della storia che verranno dopo), un contemporaneista sulla scena, con la voglia e la capacità di spendersi nel dibattito politico in corso. In guerra, ha lavorato con Giuseppe Prezzolini alla raccolta dei documenti per una originale storia dell’immediato,  ovverosia della storia futura della guerra; ed è stato nel 1918 esponente del Servizio P (propaganda) in particolare con uno dei più pensosi giornali - questo, più che per i soldati, per gli ufficiali - “Fatti e Commenti”. Sarà fra le due guerre, il ‘carabiniere buono’ nella organizzazione di regime degli studi storici, dove un bruto come l’ex Quadrumviro De Vecchi  gioca con pesantezza il ruolo di quello ‘cattivo’. Ebbene, la lettera di Volpe a Fortunato - di cui non ci è giunta la risposta - entra approfonditamente nel merito del senso della guerra, e quindi del dopoguerra, così come si è aperto, grondante di problemi e di nodi da sciogliere. La citazione di Volpe sarà estesa, ma ne vale la pena:

Quella che era crisi di guerra (Caporetto, n.m.) ora è crisi della società italiana, nella sua totalità, con manifestazioni in parte generali, di tutto il mondo, in parte nostre di noi Italiani. Certo qualche cosa sta maturando e non solo in male. Qualche cosa sta nascendo e porta, come ogni nascimento, dolore. Ma quel che ci mozza il respiro è il pensiero di come il nostro paese potrà tollerare un’epoca di tante agitazioni, in un momento in cui più che mai esso è legato e subordinato ad altri stati e ad altre economie; in un momento in cui gli altri occupano in ressa le ricchezze del mondo, le materie prime, i migliori mercati ecc. Quello che anche io molto temevo prima e durante la guerra che noi potessimo uscire  vincitori sì, ma relativamente retrocessi nella scala delle potenze europee, e contare a guerra finita meno di prima; questo timore mi pare si stia dimostrando fondato. E’ probabile che, oggi, domani, per un pezzo, la distanza tra noi e chi ci precedeva sia molto aumentata. Colpa di nessuno, ma un po’ anche di noi Italiani. E non tanto per aver fatta la guerra, quanto non averla diplomaticamente ben fatta; non aver avuto gli Italiani tutti ben chiara l’idea che il fronte della nostra guerra era duplice: verso le Alpi Giulie e verso… le Alpi Marittime e Cozie e Graie, cioè verso gli alleati. Abbiamo fatto a  loro un credito illimitato e senza garanzia; abbiamo sempre accettato ogni loro atto come rivolto alla tutela di una causa e quasi affatto indipendenti dai consueti impulsi della politica degli stati…  (p.322) 

Chi parla, all’epoca, è ancora un liberal-conservatore, attento agli sviluppi nazionalisti, ma non ancora l’intellettuale militante dell’Italia fascista che diverrà, ai piani alti dell’organizzazione culturale degli anni Venti e Trenta; mentre il suo interlocutore, patriota, ma neutralista, e non dimentico della Triplice, alla maniera di Croce - come alla maniera di Croce si defilerà dal fascismo. E’ la vecchia Italia liberale, in sofferenza, fra ‘color che son sospesi’.

 

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