CULTURA

Cinema, le nubi del Venezuela e le lotte delle donne turche

Come sempre, il Biografilm Festival di Bologna ci ha permesso di rivolgere sguardi su realtà lontane (o vicine) di cui non si parla abbastanza. I generi di riferimento del programma (il documentario e il film biografico), ogni anno sono articolati in molteplici variazioni di stile e contenuto, in modo da comporre una visione ricca non solo per le tematiche trattate, ma anche per le scelte estetiche. Due opere, in particolare, hanno presentato spaccati drammatici sui rispettivi Paesi, utilizzando linguaggi distinti ma ugualmente riusciti. Un cielo tan turbio (Un cielo così burrascoso), coproduzione ispano-britannico-colombiana diretta dal galiziano Álvaro F. Pulpeiro, decide di raccontarci la tragedia di uno Stato in via di disfacimento sociale ed economico come il Venezuela di oggi adottando una modalità antinaturalistica, che non rinuncia a mostrarci alcuni aspetti della tremenda crisi attraversata dalla Repubblica bolivariana, ma lo fa immergendo volti, sudore, sofferenze, violenza in un’atmosfera sospesa, quasi onirica.

L’intero film è un susseguirsi di sequenze in notturna, albeggiamenti o crepuscoli, all’interno dei quali si muovono, tra pochissimi dialoghi e musiche rarefatte, i personaggi che animano, nella realtà, il paesaggio umano di questa lotta collettiva per la sopravvivenza: migranti che cercano impossibili vie di fuga al confine amazzonico con il Brasile, contrabbandieri di petrolio che tentano di aggirare l’embargo scambiando i barili nel deserto, militari rassegnati che pattugliano le coste senza sapere perché né con quali mezzi, cambiavalute improvvisati che forniscono contante a chi cerca la salvezza oltre frontiera, mariachi che raccattano qualche soldo lungo le strade di grande passaggio proponendo canzoni su richiesta. Non c’è un inizio o una fine, né violenza esplicita, disordini sociali, scene di disperazione: la tragedia di un popolo viene evocata per giustapposizione di dettagli, indizi, frammenti, l’autoradio che parla di due governi che si fronteggiano e le potenze straniere che provano a entrare nella partita, il dialogo senza speranza né volti tra una guardia di confine brasiliana e una donna in cerca di lavoro, il pianto senza tregua di un neonato, il cielo perennemente sospeso tra luce e oscurità, tra schiarite e minaccia di tempesta. La narrazione di Pulpeiro non ha un andamento lineare, fattuale, ma ha l’obiettivo di avvincere lo spettatore in un legame quasi ipnotico, basato su brevi musiche, rumori, evocazioni che inducono riflessioni e reazioni emotive (sollecitate anche dai rari commenti della voce fuori campo, coerentemente stranianti perché poetici e non correlati alle immagini). Protagonista di Un cielo tan turbio è la luce, quella di una natura in bilico che riflette l’esplosione sociale imminente, la notte perpetua, turbata dai tuoni, entro cui si muovono i fantasmi di una popolazione ormai rassegnata a vivere nel caos.

Di tutt’altro tono, e tutt’altra resa formale, il documentario Dying to Divorce (Morire di divorzio), coproduzione Uk – Norvegia – Germania diretta dalla giovane gallese Chloë Fairweather. Qui non c’è nulla di sfumato o evocato: si parla della violenza sulle donne in Turchia, e in particolare di abusi nell’ambito familiare. Un Paese che siamo (o meglio, eravamo) abituati a considerare ponte tra Oriente e Unione Europea, tradizione e tecnologia, islam e laicità, viene analizzato alla luce delle spaventose statistiche che contano ogni anno centinaia di omicidi o mutilazioni di donne da parte dei loro congiunti. Un tema attualissimo, alla luce del ritiro della Turchia dalla Convenzione internazionale siglata proprio a Istanbul nel 2011 per combattere la violenza domestica. Protagonista è Ipek Bozkurt, avvocatessa e attivista per i diritti femminili, che da anni segue casi tanto drammatici da suscitare incredulità. La scelta della regista è quella, in effetti, di scioccarci, e ci riesce benissimo: ci vengono presentate due donne, Arzu e Kubra, molto lontane tra loro per appartenenza sociale, studi, tradizione familiare, ma accomunate dall’essere state aggredite dai mariti e aver riportato terribili disabilità. Arzu, di famiglia tradizionale, porta il velo, si sposa a quattordici anni e genera nove figli, di cui sei sopravvivono (un quadro familiare che ci suona arcaico, eppure è di oggi). Decisa a divorziare per le infedeltà del marito, perde l’uso delle braccia e delle gambe per le pallottole sparatele a bruciapelo dal coniuge al momento di andare in tribunale. Kubra, look da rivista di moda, giornalista con curriculum internazionale, due giorni dopo il parto viene colpita alla testa dal marito durante un litigio e rimane menomata nella mobilità e nel parlare.

Il film, senza risparmio di durezze, ci mostra ogni dettaglio della sofferenza di queste donne, costrette a confrontarsi con una legislazione che tutela oltre ogni misura gli uomini sospettati di violenze (Kubra deve contestare una perizia medico-legale che mette in dubbio la causa della sua disabilità, insinuando una caduta accidentale; incredibile a dirsi, poi, le due vittime devono lottare per anni prima di ottenere la custodia dei figli). Malgrado il formidabile peso della tradizione nel favorire le violenze (il padre di Arzu si strugge per non averla accontentata quando lei voleva rompere il fidanzamento: gli pareva, spiega, una decisione “scostumata”), il confronto tra Arzu e Kubra vuole dimostrare che la violenza in famiglia non dipende solo dal contesto socioeducativo. L’assunto di Dying to Divorce, tra l’altro, è fortemente politico: se il fenomeno è ancora così presente, la responsabilità ultima si deve a Erdoğan, che demolendo il sistema laico di Atatürk e sostituendolo con l’esplicito rigetto della parità di genere, definita “contro natura” (lo ascoltiamo in un estratto di un suo discorso), legittima di fatto e di diritto la sottomissione permanente della donna. Un ragionamento che ha un’eco sinistra nelle parole di Ahmet, marito e torturatore di Arzu, intervistato in carcere: sono le leggi a incoraggiare le donne a sbagliare, a non stare al proprio posto, accecate dal miraggio della parità e dei diritti. Ergo, è l’implicita conclusione, sono le leggi a dover essere riformate in senso restrittivo: e se alcuni crimini vengono perseguiti è grazie alla determinazione di donne come Arzu e Kubra, che riescono a sfidare il sistema per portare i mariti alla sbarra.

La causa femminista è, in Dying to Divorce, strettamente legata all’opposizione politica al governo in carica, del quale si denunciano gli abusi seguiti al tentativo di golpe del 2016, con le ondate di arresti arbitrari (avvocati compresi) e il progressivo adeguamento del sistema giudiziario ai dettami del regime, di cui la mancata tutela delle donne è una delle conseguenze (sintomatico lo sconto di pena ottenuto da un marito uxoricida perché, prima dell’aggressione, la donna lo aveva insultato). Nella battaglia di Ipek per far ottenere giustizia alle due vittime c’è tutta la fatica della Turchia laica e moderna, che ancora sopravvive, di scardinare secoli di oscurità, ma anche il dramma di un popolo che vede il suo orizzonte cosmopolita e multiculturale precipitare, nell’arco di pochi anni, verso la deriva iraniana.

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