SOCIETÀ

Il “comandante Bruno” e Concetto Marchesi

Paride Brunetti, come molti giovani cresciuti nel ventennio della dittatura, prese coscienza politica partecipando alle fallimentari avventure belliche del fascismo. A mutare l’animo di Brunetti, tenente d’artiglieria in servizio permanente effettivo, comandante della 1a batteria del XXXVI gruppo cannoni controaerei, fu la campagna di Russia, per la quale egli partì da Padova coi suoi 150 artiglieri il 13 giugno 1942. Brunetti era nato a Gubbio il 15 maggio 1916 e aveva studiato al liceo “Pigafetta” di Vicenza, città dove il padre era a capo delle guardie carcerarie. Aveva scelto di entrare nell’Esercito anche perché influenzato dalla propaganda militarista del regime; frequentata l’Accademia Militare di Torino e la Scuola di Artiglieria e Genio, allo scoppio della 2a guerra mondiale fu inviato sul fronte libico.

Trasferito sul fronte russo, partì convinto di andare a combattere una crociata contro l’ateismo bolscevico. Tre furono le esperienze che gli fecero cambiare opinione: le dignitose condizioni di vita della popolazione e la diffusa istruzione che favoriva i più meritevoli; la generosità dei civili, che curarono il suo principio di congelamento durante la terribile ritirata; la fredda indifferenza con cui davanti a lui un ufficiale tedesco sparò a un ebreo, sfinito dalla fatica mentre svolgeva pesanti lavori forzati di riparazione stradale.

La batteria del tenente Brunetti faceva parte dell’8a Armata (o Armata Italiana in Russia - ARMIR), che difendeva un settore del fronte di circa 270 chilometri lungo il tratto centrale del fiume Don. I suoi 229.005 uomini erano giunti in linea nell’agosto del 1942 dopo un lunghissimo viaggio in treno e autocarro ed estenuanti marce a piedi. Dopo i successi iniziali, nella seconda metà del 1942 le sorti dell’Asse volsero al peggio e la 6a Armata tedesca e parte della 4a vennero accerchiate a Stalingrado.

Gravissime furono le conseguenze per l’ARMIR, rimasta priva del supporto delle unità corazzate tedesche, che verso la fine del 1942 fu attaccata dalla 1a Armata della Guardia e dalla 6a Armata sovietiche, che concentrarono lo sforzo a Verkhniy Mamon, presso l’ansa del Don, un tratto delle linee italiane molto esposto. L’obiettivo dei Sovietici era di sfondare le difese italiane, penetrare nelle retrovie e procedere rapidamente verso sud per Rostov fino al Mare d’Azov, tagliando ogni via di ritirata. A tale scopo nel settore di rottura contro due sole divisioni di fanteria italiane l’Armata Rossa aveva concentrato ben 10 divisioni di fanteria, quattro brigate di fanteria motorizzata, 13 brigate corazzate e due reggimenti corazzati, per un totale di 2.489 cannoni e 754 carri armati. Anche l’armamento individuale dei Russi, armati di mitra mod. 1941, era molto superiore a quello degli Italiani, dotati di fucili mod. 1891.

L’operazione, detta “Piccolo Saturno”, fu preceduta da molti attacchi di logoramento che inflissero gravi perdite ai capisaldi avanzati italiani. L’attacco principale fu sferrato il 16 dicembre 1942, e il giorno dopo centinaia di carri armati sfondarono le linee e dilagarono in profondità. Le divisioni di fanteria Ravenna e Cossèria, prive di mezzi corazzati, furono isolate e travolte, disgregandosi. Migliaia di soldati disarmati e appiedati cercarono scampo dirigendosi verso sud-ovest per una sessantina di chilometri fino a Kantemirovka, vitale centro logistico nelle retrovie dell’ARMIR, dove alcuni reparti tentarono di riorganizzarsi, ma i carri armati russi raggiunsero il villaggio e lo attaccarono di sorpresa il 19 dicembre, causando il panico e la fuga disordinata degli uomini che vi si erano ammassati. A Kantemirovka il tenente Brunetti meritò la medaglia di bronzo al valor militare, perché in quella giornata infernale combatté con la sua batteria sparando tutte le 800 granate in dotazione ai suoi quattro cannoni da 75/46.

Tra fine dicembre 1942 e febbraio 1943 tutto il fronte fu scardinato e l’8a Armata dovette ritirarsi dal Don al Donez e poi a Gomel (Bielorussia), sede di raccolta per il rimpatrio. Più di centomila uomini sfiniti e privi di tutto, molti feriti o congelati, dovettero trascinarsi a piedi per oltre mille chilometri nelle immense pianure innevate tra Russia, Ucraina e Bielorussia, privi di ripari e con temperature fino a -40 °C, tormentati anche dai frequenti attacchi dei partigiani. Le perdite dell’ARMIR furono del 46%: i morti e i dispersi in combattimento e in prigionia furono 74.800, i feriti e i congelati rimpatriati 29.690.

Brunetti, che in aprile 1943 era riuscito a riportare a Padova la sua batteria al completo, subito dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 prese contatti con l’antifascista Concetto Marchesi, nominato rettore dell’università di Padova dal nuovo governo Badoglio il 31 agosto 1943.

Marchesi era nato a Catania l’1 febbraio 1878 da famiglia di nobile ascendenza angioina. Insigne latinista, ordinario di storia della letteratura latina all’università di Padova dal 1923, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la durissima occupazione militare tedesca rassegnò le dimissioni da rettore, che furono rifiutate dal Ministero dell’Educazione nazionale. Decise allora di restare per tentare di difendere l’autonomia dell’ateneo.

L’8 settembre 1943, rimasto l’esercito privo di ordini dopo la fuga del Re e dei vertici militari, Brunetti grazie al suo spirito di iniziativa evitò che il suo reparto fosse fatto prigioniero in caserma a Chiesanuova, alla periferia di Padova, dalle truppe tedesche che stavano rapidamente occupando i centri vitali della città. Entrò in contatto con Adolfo Zamboni (1891-1960), indomito avversario del fascismo e aderente al Partito d’Azione, che guidava il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) di Padova. Grande decorato della guerra 1915-18, maggiore di fanteria, era stato richiamato in servizio nel 1942 e aveva comandato il 60° Nucleo della II base Tradotte Militari per l’Est, con sede a Vicenza. A fine settembre 1943 Brunetti partecipò come rappresentante militare del P.C.I. alla prima riunione clandestina di carattere militare del CLN di Padova, tenuta da Zamboni a casa propria.

Marchesi, dopo aver coraggiosamente pronunciato il 9 novembre 1943 il famoso discorso inaugurale del 722° anno accademico, a metà novembre entrò in clandestinità e scrisse l’appello agli studenti alla rivolta e all’“ininterrotto combattimento”, che dopo il 5 dicembre venne largamente diffuso dalla stampa clandestina e da Radio Londra.

Sentendosi in pericolo, Marchesi il 29 novembre lasciò Padova in treno diretto a Milano. Brunetti lo scortò nel pericoloso viaggio. Il professore era munito di una carta d’identità falsa emessa dal Comune di Padova a nome di un immaginario avvocato Martinelli Antonio. Calarsi nei panni di un avvocato non fu difficile per Marchesi, il quale nel 1923, a 45 anni, aveva conseguito a Messina quella seconda laurea in giurisprudenza, che fin dal 1907 si era prefissato di ottenere in modo da poter svolgere un’attività alternativa con cui campare, nel caso di sospensione dall’insegnamento perché schedato come “sovversivo”.

Marchesi viaggiava con un solo minuscolo bagaglio e un unico vestito, da cui aveva tolto l’etichetta col nome della sartoria per non fornire elementi d’identificazione, e si accingeva ad affrontare le ristrettezze della vita da fuggiasco col poco denaro che aveva con sé. La prima occasione che gli capitò di usare la sua nuova identità fu nelle presentazioni con due attrici di varietà, sedute sulle loro valigie nell’atrio affollato della grande stazione bombardata: “allegrissime donne” con le quali ebbe una piacevole e spigliata conversazione fino all’alba, quando cessò il coprifuoco. Molti alberghi erano chiusi, sinistrati o requisiti; i pochi aperti erano gremiti: perciò Marchesi dovette adattarsi a dormire in un bugigattolo e Brunetti in una vasca da bagno. Il giorno dopo li raggiunse Ezio Franceschini (1906-1983), docente universitario alla Cattolica di Milano e a Padova, devoto discepolo e attivissimo compagno di lotta di Marchesi.

Brunetti tornò a Padova e il 4 dicembre 1943 assunse il comando del primo gruppo armato delle montagne bellunesi, che si era costituito da poco presso la casera “La Spàsema”, sopra Lentiai, col nome di “distaccamento Boscarin”. Esso era formato da soli 22 uomini, tra i quali alcuni ex prigionieri di guerra russi, jugoslavi e britannici. Commissario politico era Manlio Silvestri “Monteforte”, poi impiccato a Sappada (BL) il 29 luglio 1944. L’armamento agli inizi consisteva di pochi vecchi fucili mod. ’91 con pochissime munizioni, perciò Brunetti e i suoi partigiani “dovettero strappare al nemico le armi” assaltando “con disperata audacia” i presidi locali. Il compito fu arduo, perché dopo l’8 settembre 1943 le province di Belluno, Trento e Bolzano erano state annesse al III Reich col motto “ein Volk, ein Reich, ein Führer” e raggruppate nella “Operationszone Alpenvorland” (OZAV), dotata di un diffuso e durissimo apparato repressivo del “banditismo”, che comprendeva il “Trientiner Sicherungsverband” (TSV) o Corpo di Sicurezza Trentino (CST). Brunetti rinforzò molto il “Boscarin”, che a gennaio 1944 cambiò nome in “distaccamento d’assalto Ferdiani” ed estese la sua zona operativa. A marzo, divenuto battaglione con un centinaio di uomini, il reparto iniziò una guerra di movimento tra Alpago e Cansiglio, con puntate fino a Erto e al Trentino per sfuggire ai rastrellamenti.

Brunetti, oltre a ottime capacità organizzative e vasta esperienza militare, possedeva le doti ideali del capo partigiano: primo in azione e ultimo nel ripiegamento. Ultimo anche nella fila per il rancio, egli mangiava solo se c’era cibo per tutti. Una vivida descrizione del “comandante Bruno” è fornita nel libro I piccoli maestri da Luigi Meneghello, studente di Lettere a Padova e partigiano del Partito d’Azione, che ebbe il primo incontro con Brunetti presso California, remoto paesetto della valle del Mis (Belluno). Era “un uomo piuttosto giovane, robusto, disinvolto. Aveva scritto sul viso: Comandante. Aveva i calzoni da ufficiale, il cinturone di cuoio, il fazzoletto rosso. Era ben pettinato, riposato, sportivo, cordiale”. “Avanzò sorridendo, col pugno sinistro in aria, e disse allegramente: ‘Morte al fascismo’. Vibrava di salute, fierezza, energia”. Faceva la guerra un giorno qua, un giorno là coi suoi partigiani del popolo, che “erano meravigliosi. Laceri, sbracati, sbrigativi, mobili, franchi”. “Saranno stati una quarantina e arrivarono in fila”. “Avevano armi, non tante ma buone”. “Avevano i fazzoletti rossi, le scarpe rotte, i visi lieti e feroci”. “Si sentiva di colpo, al solo vederli, che la guerra partigiana si fa così”.

Nel frattempo il 15 dicembre 1943 il colonnello von Franckenberg, comandante della Platzkommandantur 1004 di Padova, aveva dato ordine ai comandi di polizia germanica in Alta Italia di arrestare Marchesi con l’accusa, che comportava la pena di morte, d’“incitamento pubblico alla rivolta armata contro le autorità fasciste e germaniche”. Il commissario federale ordinò alle squadre d’azione fasciste di collaborare con tutti i mezzi alla ricerca di Marchesi, il quale, informato della sua pericolosissima situazione, decise di cercare rifugio in Svizzera. Nella notte tra il 9 e il 10 febbraio 1944 strisciò con affanno sotto la rete di confine nella campagna di Maslianico-Roggiana (Como), “mentre dietro un cane latrava furiosamente”. Il giorno dopo si dichiarò perseguitato politico alla polizia di Bellinzona.

In Svizzera Marchesi, grazie al suo prestigio, ottenne dai rappresentanti dei governi britannico e statunitense numerose forniture di armi, munizioni, esplosivi e rifornimenti da paracadutare ai partigiani combattenti. Presto si formò un’efficiente organizzazione, denominata “FraMa” e operante tra Padova, Milano e Svizzera, che si occupò, oltre che della complessa organizzazione dei “lanci” aerei, anche di intelligence, di soccorso agli ex prigionieri di guerra alleati e agli ebrei perseguitati. Tra i principali membri della FraMa vi furono il professor Ezio Franceschini, l’industriale padovano Giorgio Diena (1897-1960) e sua sorella Wanda Diena, madre di Claudio Scimone, le sorelle Martini.

Lo sviluppo della formazione comandata da Brunetti continuò in primavera e il 7 giugno 1944 fu costituita la brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, formata da vari battaglioni e comprendente la “Compagnia Churchill”, composta da una decina di ex prigionieri di guerra britannici, che difendeva la via di accesso al comando di brigata a Malga Piètena, sotto le Vette Feltrine. A settembre 1944 la brigata arrivò a contare 996 uomini, soprattutto operai e contadini, ma anche artigiani, impiegati, commercianti, studenti, intellettuali e casalinghe. Nella “Gramsci” molti erano i comunisti ma numerosi erano anche i cattolici, cosicché alla sera accanto a chi leggeva Marx vi era chi recitava il rosario. In settembre 1944 si aggregò alla “Gramsci” anche il maggiore Tilman, famoso esploratore inglese, capo di una missione militare Alleata di collegamento.

La più notevole azione della “Gramsci” fu il sabotaggio della galleria ferroviaria di Forte Tombion, presso Cismon (VI) in Valsugana, via di comunicazione ferroviaria e stradale con la Germania di vitale importanza, dove erano in corso lavori di fortificazione. Nella notte tra il 6 e il 7 giugno 1944 un gruppo di 9 partigiani, tra i quali 2 russi, proveniente da Cesiomaggiore (BL) e guidato dal comandante Bruno, immobilizzò le sentinelle e l’intero reparto di guardia alla polveriera. Tre tonnellate di esplosivo furono portate nella galleria ferroviaria, dove Brunetti si trattenne da solo per accendere le micce d’innesco. Per l’entità del danno alla ferrovia e alla strada, quello del Tombion fu ritenuto il più importante sabotaggio compiuto dalla Resistenza in Europa, rinvigorendo il morale dei partigiani e della popolazione.

Pochi giorni dopo il feldmaresciallo Kesselring, comandante supremo del fronte Sud, emanò il bando “nuove regole contro la guerra partigiana”, che ordinava brutali misure di rappresaglia e assicurava l’impunità agli esecutori. Tra agosto e settembre 1944 si susseguirono grandi rastrellamenti e massacri nazifascisti in Val Posina, Valle del Biois, Altipiano di Asiago, Valli del Chiampo, d’Alpone, d’Agno e d’Illasi, Monte Grappa.

Le speranze nell’imminente fine della guerra furono deluse dal comunicato radio del 13 novembre del feldmaresciallo Alexander, che informava della sospensione invernale delle operazioni degli eserciti alleati, attestati a Forlì, invitando i patrioti a ridurre o sospendere le attività. Gli effettivi della brigata Gramsci dovettero ridursi a 120. Brunetti, incaricato di assumere il Comando della Piazza di Belluno, lasciò la “Gramsci” il 10 dicembre. Presto però alla sfiducia seguì una nuova ondata di entusiasmo: con gli uomini ritornati numerosissimi all’inizio del 1945 furono costituiti 15 battaglioni inquadrati in 3 brigate, che a loro volta il 15 gennaio formarono il Gruppo Brigate “A. Gramsci”. Fino a tale data la “Gramsci” aveva subito circa il 15 % di perdite: 77 morti in combattimento, impiccati o fucilati, 49 feriti in azione, 9 deportati e 21 dispersi.

L’inverno 1944-45 fu terribile per il CLN padovano e quello regionale veneto, che furono decapitati soprattutto per opera della famigerata “banda Carità”, il Reparto Servizi Speciali della Guardia Nazionale Repubblicana. Giunto a Padova a inizio novembre 1944 dopo aver imperversato a Firenze, il reparto si insediò a palazzo Giusti in via San Francesco e iniziò a operare alle dirette dipendenze del SS/SD tedesco di via Diaz comandato dal maggiore Bosshammer. Il primo arresto eccellente, il 18 novembre, fu proprio quello di Adolfo Zamboni, che da un paio di mesi aveva in parte sostituito Meneghetti datosi alla macchia perché ricercato. Il 20 novembre i militi della “Muti” arrestarono a Milano Giorgio Diena, che fu deportato a Dachau, da cui tornò irriconoscibile. Il 7 gennaio 1945 a Padova furono catturati i principali membri del CLN regionale in latitanza, compreso Meneghetti, che dopo le sevizie a palazzo Giusti finì in lager a Bolzano.

Brunetti attribuiva il successo della guerriglia partigiana alla gente che non ha nome, specialmente le donne del popolo. Ricordava in particolare due giovani contadine di Castel Tesino, staffette del battaglione “Gherlenda” (brigata Gramsci), alla cui memoria fu conferita la Medaglia d’oro al Valor Militare: Clorinda Menguzzato “Veglia”, diciannovenne, torturata e uccisa a Castel Tesino (TN) il 10 ottobre 1944, e Ancilla Marighetto “Ora”, diciottenne, torturata e fucilata il 19 febbraio 1945 a Col del Toc - Passo Brocon (TN).

Il 4 dicembre 1944 Concetto Marchesi, invitato a Roma dal governo Bonomi, lasciò la Svizzera insieme a Luigi Einaudi. Nel 1946 fu eletto per il Partito Comunista all’Assemblea Costituente.

Poco dopo la fine della guerra, mentre pranzavano in trattoria a Padova, Marchesi presentò a Brunetti una biondina, sua scolara prediletta da poco laureata. Nel 1946 quella conoscenza propiziata dal professore ebbe esito felice nel matrimonio, che allietò la lunga vita di Paride e Sandra.

Per i suoi meriti nella guerra di liberazione, nel 1947 Brunetti fu insignito della medaglia d’argento al valor militare, mentre gli Stati Uniti gli conferirono la “bronze star medal”, una delle poche (furono solo una cinquantina) assegnate agli Italiani durante la II guerra mondiale.

Nonostante le sue eccezionali benemerenze di soldato e di patriota, nel 1958 il Ministero della Difesa negò a Brunetti la promozione a tenente colonnello. Vittima della guerra fredda e del peggior maccartismo imperversante in Italia, Brunetti decise di congedarsi e, completati gli studi d’ingegneria a Padova, trovò lavoro alla Montedison, dove rimase fino al pensionamento.

Consigliere comunale per il PCI a Saronno e presidente della sezione locale dell’ANPI, Brunetti fino all’ultimo insegnò ai giovani i valori della Costituzione, frutto della Resistenza costata tantissimo sangue. Lo ricordò anche il 26 maggio 2010, quando a 94 anni tornò a Padova per inaugurare la lapide commemorativa della riunione che dette inizio alla Resistenza armata nel Veneto e per ricevere dal Sindaco il Sigillo della Città. Morì a Saronno il 9 gennaio 2011.

Se l’università di Padova può celebrare gli 800 anni della Patavina libertas lo deve a uomini come Paride Brunetti e Concetto Marchesi, i quali riscattarono la libertà e il decoro dell’ateneo e dell’Italia che erano andati perduti nel buio del ventennio.

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