SOCIETÀ

Achille Mbembe, l’Africa, l’Italia

Achille Mbembe sarà a Padova per gli Open Innovation Days 2018, il festival dell’innovazione nato nel 2016 dalla collaborazione fra l’Università di Padova e Nòva-Il Sole24Ore. Mbembe terrà un workshop aperto a tutti su “Africa in the New Century”, il prossimo 25 ottobre (informazioni e prenotazione) e un keynote in Aula Magna il 27 ottobre su “Dal digitale una nuova era per l’Africa”.

Achille Mbembe è un intellettuale di origine camerunese che si colloca – da un punto di vista biografico, linguistico, culturale e filosofico – ai confini tra Africa, Europa e America. La vita e il pensiero di Mbembe, che è una delle voci più importanti del discorso filosofico-politico africano della/sulla contemporaneità, s’intrecciano con particolari esperienze storiche e culturali dei tre continenti, le quali diventano oggetto, nella scrittura e nel dibattito pubblico, di una riflessione critica originale e in costante divenire, che è sempre alla ricerca della relazione ma si colloca spesso fuori dal coro per la sua singolarità e, di conseguenza, innesca vivaci dibattiti teorici e politici.

Mbembe dialoga con la tradizione filosofica francese, con la teoria postcoloniale di origine anglosassone, e con le prospettive critiche degli studi afro-americani e della diaspora africana negli Stati Uniti. I suoi continui spostamenti lungo le rotte dell’Atlantico ‘nero’ producono un discorso ibrido che si nutre di molteplici forme di esperienza e conoscenza e spesso diventa pensiero attivo. Nato in Camerun nel 1957 e cresciuto in un ambiente cattolico impegnato in politica e nel sociale, Mbembe si sposta in Francia nel 1982, dove intraprende un duplice percorso di studi con cui ottiene un dottorato in Storia alla Sorbona e un diploma di ricerca in Scienze Politiche all’Institut d’études politiques di Parigi. Alla fine degli anni Ottanta si trasferisce negli Stati Uniti. Dapprima insegna storia alla Columbia University di New York, poi lavora per il Brookings Institute di Washington e in seguito alla University of Pennsylvania.

Pur mantenendo un legame costante con il mondo accademico americano e con numerose istituzioni d’eccellenza quali l’università della California (Irvine), Berkeley, Yale, Boston, Chicago, Harvard e Duke, lo sguardo di Mbembe è costantemente rivolto all’Africa, che continua a essere oggetto privilegiato d’indagine socio-politica e filosofica e dove ritorna dal 1996 al 2000 per dirigere il CODESRIA (Consiglio per lo sviluppo della ricerca nelle scienze sociali in Africa) a Dakar. L’esperienza senegalese è conflittuale e segnata da forti polemiche con l’ambiente intellettuale degli afro-radicali e nativisti locali, in contrasto con l’impostazione critica di Mbembe che in quegli anni matura una serie di studi importanti poi confluiti nella sua opera più famosa, De la postcolonie. Essai sur l’imagination politique dans l’Afrique contemporaine (2000), uscita in Italia presso Meltemi con il titolo piuttosto fuorviante di Postcolonialismo (2005). Il libro è una pietra miliare nell’ambito degli studi sull’Africa postcoloniale e da un punto di vista teorico rappresenta un contributo al contempo centrale ed eccentrico rispetto al canone composito che ha individuato in Edward Said, Homi Bhabha e Gayatri Spivak il cuore della riflessione postcoloniale dagli anni Ottanta in poi. In De la postcolonie Mbembe rinnova la nostra concezione dei rapporti fra potere e soggettività nella postcolonia, contestando sia i discorsi occidentali che rappresentano l’Africa come ‘incubo’ e notte senza fine della ragione, del linguaggio e della storia, sia le più recenti rivendicazioni dei discorsi afrocentrici e neo-nativisti di matrice continentale. Muovendosi liberamente fra storia, filosofia, politica, psicanalisi, sociologia, antropologia, arti visive, letteratura e media, il pensiero di Mbembe si pone come sfida all’episteme che ha caratterizzato l’Africa per secoli – il discorso di origine hegeliana che vede il continente come negazione, vuoto, epitome del nulla e inscrutabile cuore di tenebra – e comincia a individuare e studiare i momenti e i modi di produzione di conoscenza del soggetto africano. Rivede dunque completamente le condizioni di possibilità del discorso postcoloniale in Africa proprio mentre ci accompagna in un percorso inquietante attraverso il significato della violenza, della morte e della sessualità nel periodo coloniale e nel tempo locale-globale della postcolonia contemporanea.

Lo sforzo suggerito da Mbembe sta nella progressiva individuazione della varietà di esperienze posizionate fra localismo/nazionalismo e cosmopolitismo/ transnazionalismo che costituiscono gli archivi dell’esistenza e della conoscenza africana. La nascita di un universo creolo complesso – dal continuo riassemblaggio socio-culturale e dallo spostamento incessante di uomini e culture all’interno del continente e nelle sue molteplici diaspore – è al centro di Sortir de la grande nuit. Essai sur l’Afrique décolonisée (La Découverte, 2010) – omaggio a Frantz Fanon e riflessione sulla decolonizzazione a partire da un racconto autobiografico – che si concentra sul profilarsi di una modernità africana cosmopolita che l’autore chiama “afropolitana”. Ma è con Critique de la raison nègre (2013) che Mbembe s’impegna ad affrontare criticamente una delle domande principali sul mondo del nostro tempo: come pensare alle differenze e alla vita? Il primo punto del suo discorso è il negro, la cui carne è diventata merce durante la tratta atlantica degli schiavi; il secondo è la considerazione che il negro e la finzione biologica della razza sono diventati coincidenti nell'immaginario delle società europee. Dal diciottesimo secolo, hanno formato insieme il sottosuolo nascosto e spesso negato dal quale si è sviluppato il moderno progetto di conoscenza, ma anche di governo. La retrocessione dell'Europa al rango di una semplice provincia del mondo significherebbe l'estinzione del razzismo, con la dissoluzione di uno dei suoi principali significanti, il negro? Oppure, al contrario, una volta sciolta questa cifra storica, diventeremo tutti i negri del nuovo razzismo che le politiche neoliberali e di sicurezza, le nuove guerre di occupazione e predazione e le pratiche di zonizzazione stanno fabbricando su scala globale? Mbembe parla di un “divenire negro del mondo” e sostiene che questa equazione di ‘ne(g)rezza’ con il non umano servirà da modello per tutte le nuove forme di esclusione.

Fra i suoi scritti più recenti, Politique de l’inimitiè esplora la “relazione di ostilità” che è in continua espansione e riconfigurazione su scala planetaria. Anch’esso basato in parte sull'opera psichiatrica e politica di Frantz Fanon, il saggio mostra come la guerra, sulla scia dei conflitti di decolonizzazione del XX secolo, è diventata la cifra del nostro tempo. Qui Mbembe discute i nuovi termini del rapporto tra violenza e legge, la norma e l'eccezione, lo stato di guerra, lo stato di sicurezza e lo stato di libertà. Nel contesto della contrazione del mondo e del suo ripopolamento grazie ai nuovi movimenti migratori, il saggio non apre solo nuove strade per una critica dei nazionalismi atavici, ma pone, al di là dell'umanesimo, i fondamenti di una politica di umanità. Grazie all’attenzione particolare per le forme e le pratiche di manifestazione dell’oggi, rispondente a un progetto consapevole di controllo vigile del presente distopico dall’interno di una volontà di individuazione dei futuri possibili, Mbembe è diventato una voce critica autorevole e scomoda, che interviene puntuale a denunciare eventi e fenomeni che tendono a eternare lo stato di morte che ha segnato l’Africa per secoli, e che perpetuano condizioni di incertezza, asservimento e sbilanciamento di potere in tutta la modernità globale. Ciò significa decrittare non solo i sommovimenti del Sud del mondo, che Mbembe studia da un punto di osservazione particolare quale è il Sudafrica democratico in cui risiede dal 2001 e dove lavora come Research Professor alla Witwatersrand University di Johannesburg, ma anche tener d’occhio i comportamenti delle società postcoloniali occidentali, in particolare per lui la Francia, che secondo Mbembe ha gestito la decolonizzazione senza decolonizzare se stessa, impedendo un vero cambiamento sul fronte sempre incandescente della razza e della violenza, che continuano a impregnare l’immaginario di entrambe le sponde del Mediterraneo.

In Italia, dove il dibattito sul presente dei flussi migratori che interessano la penisola continua a ignorare il passato coloniale, si fatica a prendere atto di nuove articolazioni culturali che potrebbero scardinare idee obsolete di italianità e sollecitare un’immagine del paese come di un luogo “in/di transito”, con una geografia politica, economica, umana e intellettuale che dovrebbe ridefinire l’immaginario stesso del luogo e dei suoi abitanti. Come dice chiaramente Mbembe, parlare di postcoloniale significa mettere a fuoco “il rimescolamento delle storie e la concatenazione dei mondi” attraverso lenti epistemologiche che, seppur instabili perché sensibili a contingenze storiche e a pratiche politiche e culturali varie – necessariamente giocate su linee di confine tra locale e globale – sono utili per leggere fenomeni di transizione, ibridazione e traduzione delle culture, per individuare le resistenze al ‘diverso’ e al ‘nuovo’ nelle tradizioni nazionali, promuovere il decentramento dello sguardo storico e tracciare l’affioramento di nuove soggettività.

Nel nostro paese questo lavoro è iniziato in ritardo rispetto ad altre realtà europee e con modalità e reazioni diverse rispetto a quello francese. A tutt’oggi il pensiero postcoloniale, sebbene attraversi e fertilizzi una pluralità di discipline, sembra interessare ancora settori piuttosto marginali delle scienze umane e sociali. Accolti e praticati in primis dagli studiosi di anglistica italiani già negli anni Ottanta, gli studi postcoloniali hanno cominciato a produrre analisi rivolte al contesto nazionale nell’ultimo decennio, soprattutto a seguito della pubblicazione delle traduzioni italiane dei testi fondanti del pensiero postcoloniale. Ma il fattore linguistico, che ha ritardato l’accesso a riflessioni che per decenni hanno alimentato dibattiti in gran parte del resto del mondo, non è certo l’unico responsabile di mancati riverberi teorico-critici nelle indagine nostrane. Responsabilità maggiori sono individuabili in una serie di rimozioni, di mancate riletture e di silenzi relativi al colonialismo italiano; nella marginalità in cui sono tenuti gli studi storici sull’impresa d’oltremare; nel disinteresse superficiale per il discorso coloniale di marca italiana, troppo spesso e superficialmente associato al ventennio fascista e raramente studiato come costitutivo dei discorsi culturali della giovane repubblica.

Scarsa attenzione si registra anche per i discorsi degli altri, di coloro che hanno subito la colonizzazione o i suoi effetti – sia che si manifestino, come è successo di recente, in dimostrazioni di immigrati per il diritto a ‘esserci’, a esistere come esseri umani e cittadini sul nostro territorio, sia che si facciano scrittura in lingua italiana (per altro pressoché ignorata dagli studiosi di italianistica) e si offrano come potenziale innesco per un approfondito riesame delle dinamiche che bloccano il passato e non fanno nascere il futuro, tanto nella narrazione nazionale quanto nel canone letterario. Nel presente xenofobo della provincia italiana, in certe forme di chiusura intellettuale e disciplinare, in sentimenti popolari di rifiuto del diverso, e a fronte di veri e propri crimini a sfondo razziale che indicano una crescente razzializzazione dello spazio sociale, urgono interventi di (ri)apertura del sapere, della cultura, della politica e della storia. Pur dal disordine caotico che li contraddistingue, e forse proprio per la loro natura frammentaria e non sistematica, gli studi postcoloniali possono offrire strumenti per una sfida al canone e alla storia del pensiero critico del Novecento italiano, in particolare dal secondo dopoguerra a oggi, e sollecitare una rilettura contrappuntistica (contrapuntal reading) dello stesso, secondo quanto proponeva Edward Said in Cultura e imperialismo – una lettura cioè che individui le reticenze, le elisioni e le complicità con il discorso coloniale dei discorsi (filosofici, politici, culturali, letterari) che hanno accompagnato la storia identitaria del paese e incoraggiato rappresentazioni ‘perimetrate’ del sé nazionale – rappresentazioni che ignorano o minimizzano non solo contiguità e continuità fra metropoli e colonie durante e dopo l’esperienza di conquista africana, ma anche la riconfigurazione del paese sotto la spinta di partenze e ritorni di più generazioni di migranti italiani e, dagli anni Novanta in poi, l’impatto con altri mondi sbarcati sulle nostre coste, aperte per natura alle correnti mediterranee ma pensate come non negoziabili da una cultura peninsulare chiusa all’accoglienza e cieca alla presenza dell’altro nella sua stessa storia. Rendere udibile la voce, visibile il colore – e mescolare le voci e i colori delle storie e dei soggetti – significherebbe riformulare i concetti di cultura e identità, nazione e memoria lungo le faglie dell’ibridazione, della negoziazione e della resistenza. Significherebbe ridefinire, per l’Italia come per la Francia, i tempi e gli spazi dell’oggi, non più contenibili nelle forme erose dello stivale e dell’esagono.

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