CULTURA

La scienza nascosta nei luoghi di Padova: il teatro anatomico

di Monica Panetto e Fabio Zampieri

È inverno, fra ottobre e febbraio. Il freddo è necessario per preservare il corpo. Il teatro è affollato, potrebbero esserci circa 250 persone. Non solo studenti e professori di medicina, ma anche altri docenti dell’ateneo e membri dell’alta società. Si vedono anche delle dame. Dall’ultimo piano del teatro suona una piccola orchestra, per distendere gli animi e distrarre il folto pubblico. Le finestre sono oscurate, la poca luce proviene da candele disposte intorno al tavolo settorio. Alcune finestrelle rimangono aperte lungo gli spalti per far circolare un po’ d’aria. Entra il professore di anatomia. Con lui il corpo di un condannato a morte, giunto probabilmente in barca da piazza Capitaniato, attraverso i numerosi canali di Padova. Non è né veneziano né padovano, perché questi non possono essere oggetto di anatomia. Il medico dà inizio all’autopsia che esegue personalmente e che può durare, sullo stesso cadavere, anche una settimana. È assistito dai “massari anatomici”, studenti che si occupano di ottenere i cadaveri dalle autorità e di predisporre il necessario per l’esecuzione dell’anatomia didattica. Si inizia dagli organi addominali, quelli che vanno in putrefazione più velocemente, per concludere con le ossa. Di tanto in tanti dagli spalti si sentono degli applausi: l’anatomia è uno “spettacolo” che permette di conoscere l’opera di Dio attraverso l’osservazione del corpo umano.

Inaugurato il 16 gennaio del 1595, il teatro anatomico dell’università di Padova viene eretto durante il magistero di Girolamo Fabrici d’Acquapendente. A differenza di quanto spesso si pensa, non è il docente a finanziare la struttura ma, trattandosi di un’opera pubblica, si ricorre a fondi statali. Per costruirlo si abbatte un solaio e si occupano due ampi vani di palazzo Bo. A forma di cono rovesciato, è interamente in legno ed è articolato su sei livelli a cerchie vi via più larghe dal basso verso l’alto. Rimane un mistero chi lo abbia progettato. La tradizione – sebbene non esista alcun documento che lo confermi con certezza – ne attribuirebbe il progetto a fra’ Paolo Sarpi, allievo e amico di Fabrici. E c’è chi ipotizza, sulla base di numerose coincidenze, anche un intervento del pittore e architetto Dario Varotari.

Video girato nel teatro anatomico di Padova e nella biblioteca Pinali antica. (Riprese e montaggio: Elisa Speronello. Responsabile produzione: Monica Panetto. Si ringraziano Antonella Miolo, Sonia Zecchin, Giulia Rigoni Savioli, Lucia Lionello)

Questo, a ben vedere, non è però il primo teatro anatomico permanente costruito all’università di Padova. Già nel gennaio del 1584, infatti, troviamo in funzione una struttura stabile situata sempre a palazzo Bo, ma che evidentemente viene giudicata, solo dopo qualche anno, non all’altezza del suo compito. Viene quindi demolita e rimpiazzata da quella che ancora oggi si può ammirare.

Prima del teatro stabile di Padova, le autopsie si svolgono in teatri smontabili, costituiti da tribune di legno che vengono montate solo per il periodo delle lezioni anatomiche. Ma hanno luogo anche in locali pubblici, sia religiosi che laici, nelle abitazioni dei professori o degli studenti o, ancora, nelle case messe a disposizione da privati, nei collegi studenteschi e nelle spezierie. E in questi stessi luoghi i docenti continuano a fare lezione, anche dopo la costruzione del teatro anatomico stabile, integrando le lezioni accademiche con esercitazioni al di fuori delle aule universitarie. Non sono necessari strumenti o ambienti particolari per eseguire le dissezioni ed è soprattutto l’aumento degli spettatori, nel tempo, a esigere la realizzazione di strutture che consentano una buona visibilità a tutti.

La Chiesa non pone ostacoli. Le autopsie si svolgono liberamente in teatro sin dalla sua fondazione, così come nel corso dei due secoli precedenti e in quelli successivi. Una parte del denaro destinato all’amministrazione delle lezioni anatomiche è riservato a celebrare le esequie solenni dei corpi sottoposti alla dissezione che si svolgono nella chiesa di San Martino, situata proprio davanti al Bo.

Il primo cenno a un teatro anatomico smontabile risale alla fine del Quattrocento e si trova in un volume di Alessandro Benedetti, Anatomice sive de historia corporis humani. Sarà Andrea Vesalio, docente di anatomia e chirurgia a Padova dal 1538 al 1542, a fissarne l’immagine nel monumentale frontespizio della sua opera maggiore, dal titolo De humani corporis fabrica, edita nel 1543. Si tratta probabilmente dello stesso teatro in cui tiene lezione, montato nel cortile antico di palazzo Bo.

L’inaugurazione della struttura permanente nel 1595 rappresenta il punto di arrivo di un percorso iniziato almeno un paio di secoli prima. Per molto tempo la lezione di anatomia si svolge con più attori in scena: il professore legge i testi classici di anatomia dalla cattedra; sul tavolo anatomico davanti a lui, un incisore seziona il cadavere e un “ostensore” indica di volta in volta gli organi. Si “vede” nel corpo ciò che enuncia il testo antico. Accanto al sistema di insegnamento ufficiale, tuttavia, già a partire dal Trecento inizia ad affermarsi l’uso di “far notomie”. Comincia a imporsi una corrente di pensiero che valorizza la componente manuale nella pratica medica. Sarà Andrea Vesalio nel Cinquecento, erede di questa tradizione e del contributo degli anatomisti che l’hanno preceduto (da Gabriele Zerbi a Nicolò Massa, solo per citarne alcuni), a rendere sistematico in anatomia il metodo dimostrativo, che significa osservare personalmente il corpo umano, senza accettare in modo passivo la lezione dei classici. Il docente, ora, è impegnato direttamente a svolgere la dissezione: sotto i riflettori è il corpo umano, il “libro della natura”.     

Per molti secoli il teatro anatomico diventa così “un’aula-laboratorio”, sede di fondamentali scoperte in campo medico. A Padova William Harvey, allievo di Girolamo Fabrici d’Acquapendente, assiste alla scoperta delle valvole delle vene da parte del suo maestro. Una scoperta che gli sarà fondamentale, come lui stesso scrive, per intuire, descrivere e dimostrare la circolazione sistemica del sangue. In questo stesso luogo, Giovanni Battista Morgagni insegna anatomia per quasi sessant’anni, dal 1715 al 1771, ponendo le fondamenta dell’anatomia patologica, una disciplina alla base della medicina moderna. I due ultimi docenti a tenere lezione in teatro anatomico sono Francesco Cortese (1802-1883) e Giampaolo Vlacovich (1825-1899). A Cortese si devono le uniche modifiche strutturali che il teatro subisce nel corso della sua lunga storia: si alza il piano dove poggia il tavolo settorio e si apre un lucernario nel soffitto che, tuttavia, è demolito qualche anno dopo per ripristinare la copertura originaria.

Nel 1872 la facoltà medica si trasferisce da palazzo Bo ai locali dell’ex convento di san Mattia e l’attività del teatro anatomico, simbolo della scuola medica padovana, si interrompe. Il 5 maggio 1874 Vlacovich svolge l’ultima lezione e il giorno stesso scrive una lettera al Rettore augurandosi che il teatro venga preservato come monumento di eccezionale valore storico e scientifico: “Se la singolarità e l’eleganza della sua forma lo fanno meritevole d’essere rispettato, esso merita pure ogni riguardo quale ricordo storico della Scuola, ricordo d’un periodo di tempo ben lungo e ricco d’illustri memorie”.

SPECIALE La scienza nascosta nei luoghi di Padova

  1. Liston
  2. Palazzo Bo
  3. Teatro anatomico
  4. La Basilica di Palazzo Bo

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