SCIENZA E RICERCA

Anzianità, l'asticella si è spostata davvero a 75 anni?

Rivoluzione dell'età, si diventa “anziani” dopo i 75Società, rivoluzione dell’età: si è anziani dopo i 75 anni. “Alziamo l’asticella per l’aumento delle aspettative di vita”;Un italiano su dieci da oggi è più giovane: da adesso si diventa anziani a 75 anni.

Il tema, dibattuto nel corso del sessantatreesimo congresso della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg), ha suscitato ampio interesse mediatico ed è rimbalzato su molti giornali e televisioni nazionali. “In realtà – sottolinea Enzo Manzato, direttore dell’unità operativa ospedaliera di Geriatria dell’Azienda ospedaliera-università di Padova – da geriatra posso affermare che si tratta di una ‘non notizia’. Gli addetti ai lavori hanno ben chiaro che esistono età differenti. Ci sono ad esempio l’età anagrafica e l’età biologica, cioè rispettivamente l’età reale di una persona e quella apparente, quella che si dimostra, che non sempre coincidono. Oggi un individuo che anagraficamente ha 75 anni, biologicamente ne ha 65. E la Sigg non ha fatto altro che prenderne atto”.   

Dell’argomento si parlava in effetti già qualche anno fa. Nel 2010 Il Corriere della Sera pubblicava un articolo dal titolo Oggi la terza età comincia a 75 anniIn quell’occasione il presidente dell’Associazione italiana di psicogeriatria Marco Trabucchi sosteneva che considerare anziano un sessantacinquenne è anacronistico: a questa età moltissimi stanno fisicamente e psicologicamente bene. E, aggiungiamo, hanno ancora circa 20 anni di vita davanti stando alle statistiche. 

A ribadirlo è Manzato: “Invecchiamo meno di quanto si invecchiava un tempo e la medicina in questo senso ci aiuta. Trascorriamo più anni in buone condizioni fisiche, biologiche e anche mentali”. Un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa e un 75enne quella di un individuo che aveva 55 anni nel 1980. Molta parte della popolazione di età compresa tra i 60 e i 75 anni è in buona forma e senza malattie. L’aspettativa di vita è aumentata di circa 20 anni rispetto ai primi anni del Novecento. Al primo gennaio 2018 la popolazione con più di 80 anni raggiungeva il 7%, le persone di 100 anni o più erano oltre 15.500. Più di 1.000 gli individui che avevano superato i 105 anni e 20 i supercentenari, con 110 anni o più. Secondo una recente indagine Istat, entro il 2065 la vita media aumenterà di oltre cinque anni sia per gli uomini che per le donne, raggiungendo gli 86,1 anni per gli uni e i 90,2 per le altre.  

Quali le conseguenze di questa situazione? Politiche e sanitarie, innanzitutto. “Le conseguenze sono enormi – argomenta Manzato –, perché ci ritroviamo con una popolazione di persone anziane che vanno incontro alle malattie tipiche della vecchiaia, come il decadimento cognitivo, la demenza. Un tempo si moriva più giovani per infarto, ictus o polmonite, ora invece siamo in grado di curare queste malattie. I progressi in ambito medico hanno consentito nel tempo di salvare molte più vite, ma può accadere che chi sopravvive non sia in grado di badare a se stesso. Per questo servono strutture in grado di accogliere persone anziane che solitamente soffrono di patologie croniche, non acute, e che dunque non hanno motivo di rimanere in ospedale. Qui viene ricoverato chi ha bisogno di un trapianto di cuore, della rimozione di un tumore, di un intervento chirurgico; gli anziani che soffrono di patologie croniche invece non hanno bisogno di cure particolari, ma di qualcuno che li assista, specie quando non sono autosufficienti. E le strutture mancano”.  

Va precisato che il quadro appena tratteggiato si riferisce a uomini e donne che vivono negli stati economicamente sviluppati e, in particolare, alla situazione demografica della popolazione italiana, uno dei Paesi in cui si vive più a lungo. In Africa, ad esempio, la situazione è molto diversa e l’aspettativa di vita non è lontanamente paragonabile a quella di Paesi come il nostro. Il benessere economico, secondo Manzato, si accompagna a una migliore cultura, a migliori abitudini di vita e anche a una salute migliore. Ciò, non tanto perché le maggiori disponibilità economiche consentano un più facile accesso a farmaci o visite mediche, ma piuttosto perché l’istruzione favorisce una maggiore consapevolezza dell’importanza di stili di vita sani e quindi conduce a comportamenti più salutari. “Istruire una persona significa migliorarne la salute e allungarne la vita”. I dati dimostrano del resto che anche nei Paesi sviluppati, come l’Italia, la scolarità fa la differenza nell’aspettativa di vita: secondo l’Istat nel periodo 2012-2014 i maschi laureati italiani potevano sperare di vivere tre anni in più rispetto a chi possedeva solo la scuola dell’obbligo, mentre le donne avevano un vantaggio di un anno e mezzo.  

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