SOCIETÀ

È ora di un Museo della lingua italiana

«Siamo pronti per un Museo della lingua italiana?» Se lo sono chiesti (ce lo siamo chiesti, perché tra i relatori c’ero anch’io) alcuni linguisti che il 13 febbraio si sono trovati a Roma, a Palazzo Firenze, sede della Società Dante Alighieri: Marco Mancini, dell’Accademia dei Lincei, Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca, Luca Serianni, Giuseppe Antonelli, Lucilla Pizzoli, professori di Linguistica italiana e Storia della lingua italiana, Alessandro Masi, segretario generale della Dante.

La domanda era, in sostanza, una domanda retoricaLa risposta, unanime, è stata sì, siamo pronti per un museo della lingua italiana. Non perché la lingua italiana sia ormai da museo, ma, al contrario, perché suscita un grande interesseLe polemiche che si accendono ripetutamente, per esempio, sulle riflessioni dell’Accademia della Crusca a proposito di fenomeni innovativi che serpeggiano in alcuni registri dell’italiano, mostrano che la lingua italiana è capace di incendiare gli animi, avviando polemiche virulente, seconde, forse, solo alle discussioni sui vincitori del festival di Sanremo. Ma, al tempo stesso, la conoscenza che molti hanno delle strutture della nostra lingua e della loro varietà si limita alla versione, necessariamente semplificata, che è stata trasmessa loro nella scuola, spesso tanti anni fa; e la disponibilità ad accogliere senza discussioni i pareri degli studiosi della lingua, è molto scemata, per l’emergere di un benvenuto spirito critico o per effetto di quella sfiducia verso i competenti che è uno dei segni del nostro tempo.  La creazione, quindi, di un luogo di conservazione ed esposizione dei monumenti della nostra lingua, insomma un luogo di presentazione di dati, ma anche di discussione non accademica sull’italiano, appare dunque molto opportuna, se non proprio una necessità culturale della nostra comunità linguistica.

Un secondo motivo è che le conoscenze sulla nostra lingua e sulla sua storia sono oggi molto estese e variegate: linguisti di varia formazione (e di diversi Paesi) hanno studiato a fondo l’italiano, la sua storia, la sua grammatica, il suo uso, soprattutto nella realtà contemporanea, le sue interferenze, ieri e oggi, con le altre lingue. La ricerca ha molto materiale da offrire all’ipotetico (ma da ieri non troppo) museo della lingua italiana. In particolare, negli ultimi decenni è stata prestata particolare attenzione alle cosiddette «scritture esposte», cioè a quelle scritture che, già in epoca medievale, sono state poste davanti agli occhi di chi frequenta un luogo pubblico: iscrizioni, graffiti, epigrafi, scrizioni su affreschi e dipinti. Tutti oggetti che possono essere efficacemente esposti, sia pure in riproduzioni, in un museo. Il problema non sarà l’individuazione dei temi da trattare e degli oggetti da mostrare, bensì la loro selezione.

Naturalmente, vi abbiamo appena alluso, l’ideazione di un museo della lingua italiana si scontra con un grande problema: esistono degli oggetti da esporre? Vorrei sgomberare il campo da un equivoco. È improprio parlare della lingua come di un bene immaterialeNon c’è nulla di più materiale della lingua, fatta com’è di suoni o, nello scritto, di lettere, oggetti concreti anche se, i primi, non permanenti. La materialità della lingua è ancor più evidente nell’italiano, che è stata per anni lingua quasi solo scritta (e la scrittura serve proprio a conservare nel tempo, proprio grazie alla materialità delle pagine redatte a mano o composte in tipografia, i  testi prodotti); e, quando anche l’italiano è diventata una lingua ampiamente parlata, ciò è avvenuto più o meno nello stesso momento in cui l’uomo ha trovato i mezzi per conservare anche l’oralità. Quello che può mancare a un museo dell’italiano non sono gli oggetti da esporre, ma la possibilità di esporre reperti unici o originali: non è pensabile spostare permanentemente in un museo non dico l’affresco della chiesa di San Clemente, con una delle prime attestazioni dell’italiano, ma neanche i codici e i manoscritti che contengono i primi documenti del volgare o le più antiche testimonianze della Divina Commedia.

In questo ci aiuta la tecnologia e le nuove concezioni degli spazi espositivi, che permettono di mostrare, grazie alle riproduzioni multimediali, anche gli oggetti che non si possiedono, compensando lo svantaggio di non mostrare l’oggetto nella sua originalità, con l’esperienza che il visitatore può vivere, grazie ai vari tipi di interattività che l’attuale sviluppo della multimedialità permette. Ma, è stato fatto notare, la tecnologia ci consente anche di produrre degli ottimi surrogati degli originali: per esempio, le riproduzioni di facsimili di manoscritti o edizioni antiche hanno raggiunto ormai un grado di fedeltà all’originale che ha del sorprendente. E le copie, praticamente identiche all’originale, hanno un vantaggio: proprio perché riproducibili, possono essere toccate da tutti, come erano all’inizio i testi ora riprodotti. Un museo della lingua al giorno d’oggi può, per qualche aspetto, infrangere anche una regola fondamentale dei musei, il «guardare e non toccare».

Di questo si è discusso alla Società Dante Alighieri di Roma, iniziando così un percorso di ideazione e di pianificazione di un Museo dell’italiano che non sarà né breve né facile (vari i problemi affrontati: museo stanziale o diffuso? Museo collocato in una grande città, Roma o Firenze, o in una città di dimensioni più piccole? Quanto spazio agli oggetti reali, sia pure riprodotti, e quanto alla multimedialità?). E serve, naturalmente, il finanziamento. Ma da oggi il dibattito è aperto. E le idee possono venire da tutti.

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