SCIENZA E RICERCA

Brexit, il fronte comune per il futuro della ricerca in UK

In un momento in cui il Regno Unito appare quanto mai diviso e la politica sembra incapace di superare l’impasse generata dalla Brexit, dagli scienziati europei arriva un’iniziativa ispirata a uno dei principi cardine della ricerca: la collaborazione. Quattro associazioni accademiche europee: PARSUK per il Portogallo, l’AISUK per l’Italia, la SRUK / CERU per la Spagna e The Polonium Foundation per la Polonia, hanno organizzato a Londra l’incontro “The future of reserach after Brexit” per rispondere ad una domanda fondamentale: Quale sarà il futuro delle ricerca nel Regno Unito? 

Tenutosi al British Council di Londra lo scorso 9 Febbraio, questo workshop, come ha spiegato il dottor Javier Escudero presidente della Society of Spanish Researchers nel Regno Unito (SRUK / CERU),”è il primo evento organizzato da quattro associazioni scientifiche europee tutte operanti in Gran Bretagna. Questa alleanza è   l’occasione per far sentire in maniera più forte la voce dei ricercatori europei che vivono e lavorano nel paese.” Attualmente infatti, il 16% della forza lavoro accademica nel Regno Unito proviene da un paese dell’Unione Europea e tra questi ci sono 5.000 accademici Italiani. 

Tra gli organizzatori dell’incontro il dottor. Alessandro Allegra, Research Fellow presso la Kennedy School of Government di Harvard, dottorando presso l'University College London (UCL) di Londra e segretario di AISUK.

Dottor Allegra, come è nato questa iniziativa? 

 I ricercatori europei svolgono un ruolo fondamentale nel sistema accademico del Regno Unito apportando un enorme contributo intellettuale, sociale ed economico. Le associazioni coinvolte sono in contatto da tempo grazie ai vari eventi nel mondo scientifico londinese. Dunque, accomunati dal desiderio di confrontarci di fronte una serie di sfide comuni, sia come cittadini europei in UK sia come ricercatori, abbiamo deciso di avviare un’iniziativa concreta insieme. 

Non è la prima volta che si occupa di Brexit, vero?

Nel periodo precedente il referendum sulla Brexit ho lavorato come Policy Advisor per la Royal Society, dove mi sono occupato ampiamente del tema contribuendo alla stesura del report “UK research and the European Union The role of the EU in funding UK research” del 2015.

Di cosa si è parlato durante “The future of reserach after Brexit”? 

Tra la metà e la fine del 2018 abbiamo diffuso un sondaggio qualitativo sull'importanza delle collaborazioni internazionali nella ricerca nel Regno Unito. Dunque, si è partiti dalle percezioni raccolte da questo sondaggio per poi discutere con un gruppo stakeholder una serie di possibili scenari dopo Brexit e individuandone le criticità e le potenziali opportunità.

A fine Marzo verrà pubblicato un report, può dirci di più?

L’idea è di produrre un breve documento che catturi i punti principali di quanto si è discusso durante il workshop, al fine di articolare una visione collettiva per il futuro della ricerca dopo la Brexit. Il report sarà la base per produrre un documento politico per informare i governi, un documento per informare gli accademici e una sintesi a scopo divulgativo che permetta di informare un pubblico più ampio sul mondo della ricerca post Brexit. Il nostro obiettivo è di far sentire la voce della comunità dei ricercatori europei in UK su un tema che ci tocca così da vicino. 

Con questo incontro si può dire che nasce un Unione di Associazioni europee sul territorio Britannico?

Sì, questo evento rappresenta un primo passo concreto verso una collaborazione sempre più stretta tra le varie associazioni di ricercatori europei nel Regno Unito. 

Quali sono i prossimi passi? 

Al momento ci concentreremo sul dar seguito al workshop e assicurarci che i risultati del report siano disseminati. Speriamo che altre nazionalità come francesi e tedeschi si costituiscano in associazioni analoghe con le quali collaborare ulteriormente in futuro.

Secondo lei la Brexit ha già fatto dei danni? 

Sicuramente il danno in termini di immagine è ormai indelebile: il Regno Unito non è più visto come un paese aperto e ospitale. Il prestigio scientifico del paese resta per il momento ancora elevato, ma l’impatto della Brexit si vedrà negli anni a venire, ed in un contesto più vasto di quello puramente accademico. Un eventuale contrazione dell’economia Britannica per esempio avrebbe un impatto negativo su tutti i settori, compreso quello della ricerca. Il governo potrebbe decidere di rilanciare ed investire maggiormente in ricerca e innovazione come volano della ripresa economica, una mossa certamente gradito da tutta la comunità scientifica, ma probabilmente di scarso impatto rispetto ai problemi causati dalla Brexit su larga scala. Il vero danno della Brexit si vedrà a poco a poco e nel lungo termine, ma la prospettiva sicuramente non è positiva.

Si parla di Brexodus, il settore accademico sarà uno dei più colpiti? 

È difficile fare previsioni esatte, gli accademici sono per natura una popolazione nomade. Sicuramente ci sarà un impatto su coloro che dovranno decidere o meno se venire nel Regno Unito in futuro, e altri paesi come la Germania e la Catalogna hanno investito sforzi e risorse approfittando della situazione per attrarre ricercatori. La Brexit poteva   essere un’occasione per l’Italia per incoraggiare i ricercatori, non solo Italiani, a venire a lavorare nel paese, creando un ambiente più favorevole alla mobilità dei ricercatori. Purtroppo non sembra che ci sia stata alcuna iniziativa volta a cogliere questa opportunità.

Dal referendum del 23 giugno del 2016, il mondo accademico ha lanciato tantissimi appelli nel tentativo di spiegare i pericoli riguardanti la Brexit ma quasi nessuno di questi ha ricevuto l’attenzione mediatica sperata. Secondo il dr Allegradurante la campagna per il referendum Il mondo della ricerca forse ha concentrato troppo il suo messaggio sulla questione dei fondi europei, apparendo a volte eccessivamente auto interessato e isolato dalle questioni di più vasta importanza sociale. L’accesso ai fondi europei è ovviamente importante, ma va considerato nel contesto di tematiche più grandi quali la mobilità dei cittadini e la cooperazione a livello europeo”.

A guardar bene infatti, i dati mostrano come la leadership britannica nel settore scientifico e tecnologico non sia semplicemente il frutto di un abile utilizzo dei fondi europei. Il Regno Unito è uno dei maggiori beneficiari dei finanziamenti per la ricerca nell'Unione Europea (tra il 2007e il 2013, ha ricevuto 8,8 miliardi di euro su un totale di 107 miliardi destinati alla ricerca) ma è anche un paese secondo solo alla Svizzera per mobilità in ambito accademico. Tra il 1996 e il 2011 circa il 70% dei ricercatori che lavorano nel Regno Unito hanno pubblicato articoli dove risultano affiliazioni con istituzioni non britanniche, di questi, il 21 % ha lavorato all’estero per un periodo di almeno due anni. Un altro fattore decisivo sono le collaborazioni internazionali. 

Dal 1981 al 2015 il numero di pubblicazioni scientifiche è triplicato ma, mentre i paper con solo autori nel Regno Unito sono passati da 29,017 a 47,308, quelli realizzati grazie ad una collaborazione internazionale sono aumentati da 3,632 a 67,707. L’Italia, in particolare, è il quarto paese al mondo con cui il Regno Unito collabora di più in assoluto con un totale di 58,664 di paperin collaborazione con un autore che risiede in Gran Bretagna. Riassumendo, i punti su cui si gioca il futuro della ricerca nel Regno Unito sono i fondi europei, l’incertezza del quadro politico e le possibili azioni di diaspora dei ricercatori europei. Sugli ultimi due, la neonata alleanza è pronta a far fronte comune e a far sentire la sua voce per tutelare la ricerca e quei principi che sono da sempre alla base dell’eccellenza scientifica. 

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