CULTURA

I Ciardi: paesaggi familiari fra Otto e Novecento

Il cielo in un “Mattino di maggio” ha luce che lo riempie, terso, che apre le nuvole e batte sul cappello giallo, rimbalza sulla strada e si annienta nell’ombra della donna con il cesto al braccio, il volto appena percepibile nel contrasto luminoso. Il cielo è quello vero, quello delle giornate trasparenti e limpide, che riempie la tela di azzurro. E di nuovo il cielo, striato di nubi lunghe in giallo e grigio, in “Lungo il Sile” non è più solo in alto, ma anche in basso, nelle acque del fiume che lo riflettono silenziose; muto anche il pescatore sulla riva, tutt’uno con la scena e con la natura.

Guglielmo ha appena conosciuto l’arte dei macchiaioli e l’ha interiorizzata, l’ha spalmata nelle campagne trevigiane, nei suoi prati, negli acquitrini e lungo il fiume, facendola propria. Assorbe, reinterpreta, cresce e si rinnova di continuo la pittura di Guglielmo. Anche quando, quasi ottantenne, se ne va in giro per l’Europa con la figlia Emma e, a contatto la tecnica briosa della giovane, elabora un altro infinito linguaggio pittorico.

Padre e figlia, Guglielmo (Venezia, 1842-1917) ed Emma (Venezia, 1879-1933), insieme all’altro talentuoso figlio di Guglielmo, Beppe (Venezia, 1875 - Quinto di Treviso, 1932), formano una delle più affermate “famiglie” di artisti veneti tra ‘800 e ‘900. A loro è dedicata la mostra I Ciardi. Paesaggi e giardini, a Palazzo Sarcinelli di Conegliano, ricca di 60 opere legate principalmente alla rappresentazione della natura e del paesaggio veneto. Curata da Giandomenico Romanelli, Franca Lugato e Stefano Zampieri, l’esposizione narra le vicende artistiche di Guglielmo, Emma e Beppe, mettendone in luce le convergenze – inevitabili e dovuti i tributi agli insegnamenti del padre, per i due figli – e le divergenze, rivelatisi per propensione o deliberata scelta d’affrancamento.

Lo studio dal vero o en plein air del familiare paesaggio veneto è la cifra che lega indissolubilmente le vicende artistiche dei tre, che assumono via via un ruolo di protagonisti assoluti della scena artistica veneziana, italiana ed internazionale, partecipando alle biennali di Venezia e ai più importanti appuntamenti espositivi nazionali” commenta Romanelli. Perché Guglielmo, oltre ad essere anche tra i fondatori stessi della Biennale, è anche uno dei pionieri della “scuola del vero” veneziana: lo sgabello in spalla e l’attrezzatura portatile, sale sui monti per fermarsi nei prati abitati da mucche pigre, bianche e marroni, dipinge l’immensa maestosità delle cime alpine innevate e la dolcezza degli animali sereni. Immergersi nella natura per ritrarla: questo gli ha insegnato Domenico Bresolin, suo grande maestro all’Accademia di Venezia; e così lui tramanda questa lezione ai figli, eredità artistica preziosa.

Certo ciascuno dei tre artisti declina un proprio lessico pittorico, ma l’insegnamento, l’impronta paterna è così forte che talora è difficile distinguere la mano dell’uno o degli altri, soprattutto nelle opere d’esordio dei figli, e non resta che leggere la firma nell’angolo del quadro per raccapezzarsi. L’allestimento della mostra inevitabilmente gioca con questi scambi, con i parallelismi, con le inquadrature e i soggetti che si sovrappongono. Come quando Guglielmo va a Londra per assistere alla prima esposizione nazionale di Emma alla Leicester Gallery di Londra e dipinge una Londra del tutto affine a quella ritratta dalla figlia, densa di echi di Monet e De Nittis.

È proprio Emma quella che il padre crede essere la propria naturale erede artistica. Non perché non scorga in Beppe le qualità necessarie, ma perché è invece sicuro che il figlio, brillante negli studi, possa diventare qualcosa di diverso, uno “scienziato”, e così lo incoraggia a iscriversi all’Università di Padova. Non dura molto sui libri, Beppe, e lascia al terzo anno per riprendere in mano la tavolozza e frequentare il corso di disegno di figura tenuto all’Accademia da Ettore Tito; non segue insomma il corso del padre, divenuto nel frattempo docente di Paesaggio. Se ne discosta, pur assimilandone la lezione. Subisce il fascino della pittura nordica che incontra alla Biennale, come quella di Zorn e Liebermann, e ci regala lo splendido “Ragazzi sul fiume”, nel quale un gruppetto di giovanetti allegri si fa il bagno nelle acque del fiume, senza riguardo, mostrando perfino le terga a chi li ritrae. Non c’è posa, ma una naturale partecipazione.

“La bellezza dell’opera di Beppe Ciardi sta molto nell’equilibrio fra figura e paesaggio” commenta Zampieri. “Talvolta nelle sue opere la figura prende il sopravvento, mentre in altre assume un ruolo secondario. L’artista gioca con le due lezioni – paterna e accademica – per costruire equilibri sempre diversi della pittura. Questa bilancia penderà molto dalla parte degli insegnamenti di Tito negli anni Dieci, quando Beppe indagherà il realismo sociale di Venezia, dipingendo carrozze di zingari, saltimbanchi e gruppi di circensi”. E in quegli stessi anni si sarebbe riappropriato anche del simbolismo nordico conosciuto alle Biennali molti anni prima, quando si era lasciato trascinare da quella stagione creativa portando sulla tela le atmosfere caliginose di Arnold Böcklin: “L’ossessione nordica muta invece nella sua maturità artistica in opere private, che non esibirà mai e nelle quali Beppe riconduce quelle atmosfere ai luoghi del proprio quotidiano, facendole ariose, aprendole alla luce, grazie alla lezione di Segantini”, precisa Stefano Zampieri.

Emma, invece, coltiva una predilezione (ma, attenzione, non esclusiva) per una realtà e un paesaggio ben definiti, protetti, delimitati, lontani dal dato aneddotico. Dipinge centinaia e centinaia di scene fra le mura dei giardini e delle ville patrizie, con pennellate veloci fa guizzare l’acqua dalla fontana delle Naiadi e da quella del giardino di Stra, ritrae dame al riparo dall’ombra vicino ai cipressi squadrati del parco, pennellate di pura luce e colore, eleganti cromatismi fra natura e visione. Cultrice della tradizione del paesaggismo veneziano, si rivela capace di rielaborare le esperienze macchiaiole e impressioniste.

Abbattuti i muri delle accademie, con i Ciardi la pittura veneziana entra nel vero dei luoghi più familiari: fra i covoni, nelle acque del fiume e delle pozze, lungo le fondamenta della laguna, nei pascoli e dentro i giardini. La natura viene riscritta nelle pennellate dense e nel vibrare della luce fino a diventare parte stessa di chi l’ha ritratta.

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