SOCIETÀ

Cosa significa vivere nell'epoca della quantità?

Nella nostra epoca è talmente facile intessere rapporti con tante persone che non diamo valore a nessuna. I social hanno distrutto la nostra capacità di interagire. Ormai possiamo parlare con tutti, su 5 canali diversi, ma senza conoscere nessuno davvero. Siamo diventati intercambiabili.

Sono luoghi comuni? Sono dure realtà? Di cosa stiamo parlando? Tutte queste affermazioni, che ci capita di sentire da qualche anno a questa parte, condividono il tema a cui si riferiscono: una certa contrapposizione tra la quantità e la qualità nell'ambito dei rapporti sociali che quotidianamente si intrattengono. E cos'altro hanno in comune? Forse il loro essere diventati parte di una popolare “critica a un'epoca (la nostra) della quantità a discapito della qualità”.

Certo, statisticamente è improbabile che ogni possibilità a nostra disposizione sia dotata di un valore rilevante, ma è anche improbabile che tra queste non ci sia proprio niente di qualitativamente significativo.

Di questa presunta epoca della quantità si parla, si scrive, si discute. E come ogni discussione, va affrontata con criterio. Per questo motivo, abbiamo chiesto aiuto al professor Umberto Curi, docente di filosofia all'università di Padova.

“Io sarei abbastanza prudente nell'affermare che si è aperta o che è in corso una nuova fase storica caratterizzata dal sopravvento della quantità rispetto alla qualità per una considerazione di carattere generale: penso che le fasi storiche abbiano tempi lunghi e modalità lente per esprimersi, e trovo discutibile la tendenza che oggi è molto diffusa a dichiarare aperte o chiuse fasi storiche come fossero delle porte che facilmente si possano spalancare. Credo piuttosto che alcuni elementi possano essere colti di differenza tra una fase storica e l'altra ma con una prospettiva di lungo periodo e quindi con uno sguardo che sia meno schiacciato sull'attualità. Sarei anche portato a evitare generalizzazioni che per lo più non corrispondono a una realtà che spesso è molto più ricca, articolata e diversificata di quanto invece alcune generalizzazioni autorizzino a pensare”.

Possibile che i meccanismi della nostra società, influenzati in primo luogo dal progresso tecnologico, abbiano davvero causato una perdita dell'attenzione dedicata al valore delle relazioni? D'altro canto, come nota anche il professor Curi, “da qualche decennio a questa parte, il fenomeno della digitalizzazione dell'informazione, in particolare, ha posto le premesse per una forte affermazione di aspetti quantitativi rispetto ad aspetti qualitativi”.

È anche vero, però, che ogni società affronta delle difficoltà. La storia, infatti, ci insegna che ogni epoca ha i suoi limiti e i suoi problemi. Possiamo anche credere che il progresso tecnologico sia il grande ostacolo della realtà in cui viviamo, ma questo non è abbastanza per giustificare un'eccessiva miticizzazione del passato.

“Credo che molto dipenda da un approccio generale che abbiamo nell'analisi di taluni fenomeni”, sottolinea Curi, “nel senso che si può essere portati a valorizzare le differenze che emergono rispetto a scenari del secolo scorso o di alcuni decenni fa, oppure a sottolineare gli elementi di continuità. Credo che se si svolge un'analisi non pregiudizialmente orientata dei fenomeni si possano rilevare sia aspetti di continuità sia di innovazione, se non di propria rottura”.

Questo significa che le innovazioni tecnologiche hanno di certo offerto strumenti che ci permettono, tra le altre cose, di allontanarci. Sta a noi decidere però se è questo l'uso che vogliamo farne.

“Tutto sta nel capire che cosa si cerca. Ho sempre diffidato da interrogativi del tipo: com'è cambiato l'amore nella società di oggi rispetto al modo col quale l'amore era concepito e vissuto in precedenza? Io credo che le cose che riguardano la condizione umana si ripropongano sostanzialmente con gli stessi termini da quando abbiamo testimonianze culturali tramandate, fino ai giorni nostri. Se uno legge il testo di una tragedia di Sofocle o di Euripide e vede che cosa si dice a proposito di alcuni grandi sentimenti quali l'amore, l'odio, l'amicizia, o la lealtà, come fa a dire che la situazione è cambiata fino a diventare irriconoscibile?”

Molte sono le cose straordinarie, eppure non esiste nulla di più straordinario dell'uomo Antigone, Sofocle, v. 333

Ci sono alcune costanti, insomma, che hanno a che vedere specificamente con la condizione umana e che non sono soggette a grandi cambiamenti. Cosa ci vieta realmente di intessere legami profondi nonostante i social? Perché dovrebbe essere per noi impossibile innamorarci grazie a un'app di incontri? È facile, in questo caso, confondere lo strumento con il risultato. Perché il mezzo che ci ha permesso di intessere legami autentici dovrebbe minare quella stessa autenticità?

“Noi spesso tendiamo a dare enfasi ad alcuni aspetti che sono però esteriori, superficiali, sono fenomeni di costume. Il costume è uno degli aspetti in perpetua trasformazione”, aggiunge il professor Curi. “Ma i fenomeni di costume restano per l'appunto in superficie e non toccano invece la sostanza dei sentimenti e del modo di essere delle persone”.

Da cosa nascono, insomma, preoccupazioni di questo genere? In che misura la paura del sopravvento della quantità sulla qualità ricade nel mero luogo comune?

“È segno di una inadeguata lettura dei fenomeni del presente e di eccessiva e abusiva enfasi su aspetti di differenza e discontinuità che certamente ci saranno, ma con ciò stesso trascurando, mettendo tra parentesi, quegli aspetti di continuità e di durata che pure hanno a che fare con la realtà di oggi”.

Non dovremmo, dunque, aver paura che i rapporti perdano di sincerità e profondità, temendo che la nostra sia una cultura della sostituzione, di cui si sente talvolta parlare? La quale deriverebbe proprio dalla smisurata quantità di possibilità che si ha a disposizione, e dalla relativa facilità con cui si possono intrattenere nuovi legami, invece che approfondirli.

“Un grande filosofo contemporaneo, ovverò Derridà, sottolinea come molte cose possano essere considerate sostituibili, ma ciò che va rilevata è l'insostituibilità della morte. È una delle caratteristiche per cui ciascuno di noi è insostituibile. Se, invece di soffermarsi su dettagli di scarsa importanza, ci si affida a un'analisi di cose più importanti, cioè quelle che riguardano la vita e la morte, ci si accorge che non c'è poi questa abissale differenza tra la condizione dell'uomo contemporaneo e quella dell'uomo a cui si riferiva Sofocle”.

“Per restare in tema di citazioni, forse, a questo approccio corrisponde un passaggio dell'Amleto”, suggerisce il prof. Curi.

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia Amleto, Shakespeare, atto I, scena IV

L'invito di Shakespeare, in questo caso, è proprio quello di ricordarci che il mondo è molto più complesso di quello che ci sembra di intendere.

“Bisogna evitare di assumere un atteggiamento pregiudiziale, ovvero chiudersi rispetto alla realtà dei fenomeni per quello che sono, proiettando su questi fenomeni delle categorie già precostituite, ma cogliere nei fenomeni e nella realtà che viviamo elementi di differenza e di continuità, di qualità e di quantità, per come si presentano, senza la pretesa di giungere a conclusioni definitive e generalizzate che urtano contro una realtà che è molto più sfaccettata di quanto non pensiamo”, aggiunge Curi.

Insomma, è fin troppo facile accusare la realtà attorno di averci privati della capacità di assegnare a ogni cosa il suo valore. Il rischio di condannarci a una vita quantitativamente sproporzionata e qualitativamente irrilevante dipende esclusivamente da noi.

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