SCIENZA E RICERCA

Le tante popolazioni denisovane d’oriente

Un gruppo internazionale di ricerca, guidato da Fahu Chen della Lanzhou University in Cina e da Jean-Jacques Hublin del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, ha diffuso il primo maggio 2019 in una lettera pubblicata su Nature i risultati dello studio anatomo-morfologico e molecolare effettuato su una mandibola rinvenuta nel 1980 da un monaco nella grotta Baishiya Karst, situata sull’altopiano tibetano nella contea cinese di Xiahe a una quota di 3.280 metri, e conservata presso l’università di Lanzhou. La presenza di un dente ancora in fase di eruzione indicava che quel mascellare inferiore era di un individuo adolescente e sebbene non sia stato possibile estrarre il DNA dal fossile, l’analisi del collagene presente nella dentina dei denti ha dimostrato che si trattava di un reperto denisovano, perché sia noi che i neandertaliani abbiamo geni diversi per quella proteina. La datazione infine ha fissato l’età del reperto a 160.000 anni fa.

Il primo resto fossile denisovano è venuto alla luce nel 2008 nella grotta Denisova, nei monti Altai in Siberia. Si trattava di una falange risalente a 48.000-30.000 anni fa. E due anni dopo, i risultati dello studio del DNA mitocondriale (mtDNA) hanno chiarito che quel genoma era al contempo alternativo ai neandertaliani e all’uomo moderno, che in quell’epoca convivevano nell’area. Infatti, il genoma mitocondriale di Neandertal differisce dal nostro in media in 202 posizioni nucleotidiche mentre quello del reperto di Denisova mediamente in 385. E una simile differenza implica che la linea evolutiva dell’antenato siberiano si sia separata molto prima della divergenza tra l’uomo moderno e i neandertaliani. Non poteva che trattarsi quindi che di un ominino ormai estinto e finora sconosciuto, i cui antenati dovevano aver lasciato l’Africa nell’intervallo temporale successivo all’uscita dell’Homo ergaster, avvenuta circa due milioni di anni fa, e antecedente sia a quella dell’Homo heidelbergensis che della nostra specie, avvenute rispettivamente 500.000-300.000 e 70.000-60.000 anni fa. Il sito archeologico di Denisova ha successivamente restituito un molare – e poi altri due denti – con lo stesso profilo mitocondriale della falange ma una morfologia diversa da quella dei molari neandertaliani.

La filogenesi ricostruita a partire dal DNA mitocondriale è stata poi confrontata con quella definita mediante l’analisi del DNA nucleare e il quadro evolutivo è divenuto più complesso. I denisovani e i neandertaliani sarebbero stati due specie o gruppi fratelli (sister groups), che hanno condiviso un antenato comune per poi sviluppare a partire da 390.000 anni fa storie evolutive distinte. E ancora prima quel ramo ominino – composto dai neandertaliani e dai denisovani – si sarebbe separato dall’antenato della nostra specie. Lo studio del DNA nucleare ha inoltre svelato che nel patrimonio genetico di popolazioni isolane del Sudest asiatico e dei Papua Nuova Guinea ci sono tracce di due rami filogenetici denisovani distinti da quello siberiano: il primo chiamato D1, geneticamente più vicino ai denisovani dell’Altai e presente solo nei Papua, e il secondo chiamato D2, geneticamente più distante e con una diffusione geografica assai ampia che dall’Asia arriva all’Oceania. Il D1 si sarebbe separato dal ramo dei denisovani dell’Altai circa 363.000 anni fa e poi il D2 dal D1 circa 283.000 anni fa. Ci sarebbe poi una terza discendenza denisovana indicata come D0, di origine molto più recente e presente nei genomi dei siberiani moderni, dei nativi americani e degli asiatici orientali. I denisovani quindi avevano occupato gran parte dell’area orientale del continente asiatico e almeno alcune loro popolazioni si erano adattate a vivere in altitudine come i tibetani attuali. Il ramo D1 sarebbe sopravvissuto fino a 30.000 anni fa e forse anche fino a 14.500 anni fa. E si tratterebbe quindi dell’ominino arcaico sopravvissuto più a lungo tra quelli finora noti.

Il rinvenimento nel 2012, sempre nella grotta Denisova, di una piccola porzione di un osso di un braccio o di una gamba di un’adolescente femmina di circa 13 anni ha fortemente acceso la curiosità dell’ambiente antropologico internazionale. E non già per il frammento osseo in sé, reperto decisamente modesto, ma per il risultato delle indagini molecolari svolte sullo stesso. Il DNA mitocondriale, che come si sa è trasmesso solo dalla madre ai figli, proveniva da una donna neandertaliana: la mamma della fanciulla quindi era neandertaliana. E fin qui nulla di particolarmente singolare, perché poteva semplicemente testimoniare che dei neandertaliani si erano spinti tanto a oriente. L’interesse e lo stupore invece hanno fatto seguito ai risultati delle analisi sul DNA nucleare, perché la linea genealogica paterna era geneticamente denisovana. Inoltre, la variabilità genetica riscontrata nella giovane era molto elevata e ciò testimoniava che i genitori appartenevano a specie diverse. Insomma, una donna neandertaliana e un uomo denisovano si erano incrociati e la piccola ne era stato il frutto. Un frutto ibrido. Ma ancora è importante notare che il padre denisovano mostrava tracce genetiche neandertaliane, a testimonianza forse della non eccezionalità di quegli incontri. Un tale fatto, e cioè lo scambio di geni tra neandertaliani e denisovani, ovvero tra specie diverse, non deve sorprenderci più. Dopo l’uscita dall’Africa infatti la nostra specie si è incrociata in Medio Oriente con i neandertaliani, tanto che circa il 2-4 per cento, se non più, del genoma degli europei e asiatici è neandertaliano. Non c’è traccia di DNA neandertaliano invece negli africani, proprio perché l’incrocio è avvenuto successivamente alla nostra uscita da quel continente. E ancora, come già abbiamo visto, tracce di DNA denisovano sono presenti in molte nostre popolazioni attuali.

Il tardo Pleistocene – 126.000-11.700 anni fa – ha rappresentato la cornice temporale all’interno della quale è convissuto nell’area euro-asiatica un vero e proprio cespuglio di specie ominine del nostro genere HomoH. neanderthalensis (vissuto fra circa 450.000 e 40.000 anni fa in Europa, Medio Oriente e Asia Occidentale), H. sapiens(nato in Africa circa 200.000 anni fa e migrato in Asia a partire da circa 80.000 anni fa, o forse addirittura prima, e in Europa da circa 45.000 anni fa), H. floresiensis (vissuto nell’isola di Flores in Indonesia fra circa 100.000 e 60.000 anni fa), H. luzonensis (vissuto nell’isola di Luzon nelle Filippine fra circa 67.000 e 50.000 anni fa.) e la specie per la quale non è stato ancora definito il nome e a cui ci riferiamo come denisovani, che hanno occupato l’intera Asia Orientale. Mentre la conoscenza della storia evolutiva dei neandertaliani e nostra data a partire dall’ottocento, quella degli altri ominini appartiene alla ricerca antropologica del nuovo millennio. E il quadro dell’evoluzione umana che oggi possediamo ci dice che siamo gli unicisopravvissuti ma non abbiamo ancora risposta al perché solo noi.

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