CULTURA

Venire alla luce, il racconto della vita

Il miracolo della nascita. Scegliamo sempre volentieri queste parole per descrivere la prima luce che accoglie il bambino invitato alla vita, dopo nove mesi trascorsi nel ventre materno. Un miracolo che è scienza. Il concepimento, la trasformazione del corpo della donna in gravidanza, l’evoluzione del feto (che alla quarta settimana ha le dimensioni di un seme di papavero) e l’atteso evento del parto vengono svelati come intimi segreti in Venire alla luce, dal concepimento alla nascita (fino al 10 giugno). La mostra del Musme, il Museo di Storia della medicina di Padova, presenta la collezione dei modelli ostetrici didattici in cera, cristallo e terracotta risalenti alla seconda metà del Settecento – un secolo fecondo per il rinnovamento della materia ostetrica a livello europeo -, conservati nella Clinica ginecologica dell’università di Padova ed esposti al pubblico per la prima volta. Fu il medico Luigi Calza (1737-1784), fondatore del primo gabinetto ostetrico a Padova nel 1765, a volerli realizzare, attorno al 1769, commissionandoli al ceroplasta Giovan Battista Manfredini e allo scultore Pietro (o Giovan Battista) Sandri.

 

Foto: Andrea Avezzù

Della collezione originaria restano oggi quaranta cere policrome e ventidue crete colorate, il Musme ospita una selezione di ventinove cere e tredici modelli in terracotta: le cere rappresentano l'apparato riproduttore femminile e il feto e alcune tappe cronologiche della gravidanza e del parto, le crete raffigurano le presentazioni fetali e originariamente erano costituite da componenti mobili, ora ancorate, indispensabili per gli allievi medici e le levatrici per esercitarsi sui meccanismi del parto.

Tra storia e tecnologia, Venire alla luce propone inoltre installazioni multimediali e video in 3d, con una postazione interattiva dedicata alle opere d’arte che hanno raccontato la nascita attraverso i secoli. E ancora, una raccolta di strumenti chirurgici (tra cui il forcipe, utilizzato per almeno due secoli e mezzo) iniziata da Rodolfo Lamprecht, che nel 1819 avvia la clinica ostetrica dell’Ospedale civile di Padova, preparati anatomici, tavole didattiche realizzate a mano tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento e il primo ecografo acquistato in Italia, a Padova, nel 1969.

Foto: Andrea Avezzù

Promossa dalla Fondazione Musme, nel ricordo di Marina Cimino, che ha lavorato per anni alla biblioteca universitaria padovana contribuendo a inventariare i reperti settecenteschi ora proposti, l’esposizione è curata da Giovanni Battista Nardelli, direttore della Clinica ginecologica e ostetrica di Padova (dipartimento di Salute della donna e del bambino), e dallo storico della medicina Maurizio Rippa Bonati del dipartimento di Scienze cardiologiche toraciche e vascolari (che ha messo a disposizione molti materiali della sua collezione privata), con la collaborazione di Raffaele De Caro e il dipartimento di Neuroscienze, il contributo di Andrea Cozza e la supervisione del comitato scientifico del museo, presieduto da Vincenzo Milanesi.

Foto: Andrea Avezzù

“Educare alla tolleranza e all’accoglienza, questo è lo spirito che ci ha animato fin dall’inizio”, Giovanni Battista Nardelli fa riferimento al significato profondo della nascita, al principio di accoglienza che è filo rosso d questa mostra. “Venire alla luce è qualcosa di universale e trasversale, che supera i confini e le barriere tra i luoghi, non conosce distinzioni etniche, è qualcosa di unico che riguarda tutti – spiega Nardelli -. I reperti settecenteschi dell’università di Padova costituiscono lo strumento per riattivare la nostra memoria storica. Sono serviti come modelli per l’insegnamento dell’ostetricia, oggi ci insegnano che la nascita è un collante comune, indipendente dal luogo di origine”. Per Vincenzo Milanesi: “Le mostre temporanee del Musme ci permettono di valorizzare le collezioni universitarie, che sono il segno dell’importanza della scuola medica padovana nella storia della medicina moderna. Questa, in particolare, vede esposte per la prima volta le meravigliose cere ostetriche che sono parte di una delle più belle collezioni tra quelle conservate nei dipartimenti universitari di area medica, una collezione che altrimenti il grande pubblico non avrebbe potuto conoscere e ammirare”.

Francesca Boccaletto

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