UNIVERSITÀ E SCUOLA

Very MePa

In genere gli interventi su ROARS si concentrano sulle assurdità burocratiche del MIUR e in particolar modo sui bizantinismi del suo braccio operativo, l’ANVUR. Ma c’è di peggio. Nel nostro Paese sembra non esserci limite di decenza al modo in cui vengono spensieratamente dissipate le finanze pubbliche. In questi giorni sulla stampa e su internet è stato ridicolizzato il nuovissimo prodotto del ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT) per promuovere la cultura italiana nel periodo dell’Expo. Si tratta di un sito web disgraziato già dal nome, Verybello.it, realizzato in modo dilettantistico, fuori da ogni standard e buona pratica informatica, e persino con palesi violazioni delle norme sul diritto di autore che lo stesso MiBACT è preposto a tutelare.

Non mi dilungo sul pasticcio, rimandando alla vasta letteratura che si è spontaneamente generata sul web e, in particolare, alla spietata analisi di Tomaso Montanari su Repubblica. Se qualcuno poteva pensare che l’immagine delle nostre istituzioni, l’ignoranza informatica e lo spreco sciatto di risorse pubbliche, avessero toccato il fondo con Italia.it, di rutelliana memoria, o con le Pillole del Sapere del Miur, adesso si deve ricredere di fronte al nuovo primato.

Ma perché parlo di Verybello.it su un sito che si occupa di università e ricerca? La ragione è che il MiBACT, sommerso dai tweet di protesta che chiedevano chiarimenti sulle procedure di affidamento, ha candidamente ammesso che la ditta responsabile del capolavoro è stata selezionata utilizzando il MePa, ovvero il Mercato elettronico della pubblica amministrazione. Da alcuni anni il MePa angustia burocraticamente l’esistenza di tutti coloro che lavorano nella pubblica amministrazione, ma in particolare modo di chi opera nelle università e negli enti di ricerca.

Si tratta di un sito web di commercio elettronico, emanazione del CONSIP (Concessionaria Servizi Informativi Pubblici), messo a disposizione delle pubbliche amministrazioni con il nobile scopo di facilitare e rendere più convenienti gli approvvigionamenti di beni e servizi di importo inferiore alla soglia comunitaria, in modo da risparmiare soldi pubblici.

Peccato che lo strumento informatico sia stato realizzato con criteri e logiche obsolete, che sia macchinoso e complesso, che non sia affatto “messo a disposizione” bensì imposto alla pubblica amministrazione, che non faciliti proprio niente aggiungendo straordinaria complessità alle cose semplici, che non si traduca in alcun risparmio o beneficio economico per la spesa pubblica poiché si presta ad ogni genere di truffa.

Non si tratta di una mia opinione: la trasmissione Report di Rai 3 ha dedicato agli sprechi del MePa un’intera puntata, scegliendo esempi di disservizi e assurdità anche in ambito universitario. Come troppo spesso succede, alla denuncia di Report non ha fatto seguito alcun provvedimento correttivo e nemmeno una parvenza di autocritica. Il Consiglio universitario nazionale, che ormai è l’unico soggetto dotato di ragionevolezza e spirito costruttivo nell’ambito del Miur, ha inserito il problema del MePa fra le tre priorità urgenti e indispensabili nel documento Semplifica Università: per cominciare.

Come troppo spesso succede, le richieste del Cun sono rimaste inspiegabilmente inascoltate.

Personalmente sono un convinto e assiduo utilizzatore degli strumenti web di commercio elettronico, in primis Amazon ed eBay. La loro convenienza è evidente, in termini di libertà di scelta, semplicità di utilizzo, prezzo e modalità di fornitura.

Si tratta di servizi che funzionano splendidamente e che si sono diffusi in tutto il mondo per due ragioni principali:

• sono semplici e immediati da usare;

• si basano su un rigoroso processo di feedback degli utenti che rende praticamente impossibili le truffe e i disservizi.

Il MePa non è un mercato elettronico perché è concepito in maniera burocratica e notarile, è tutt’altro che semplice da usare e non ha alcun meccanismo di feedback. Chiunque può iscriversi sul MePa, truffare la PA con clausole di servizio poco chiare, e la PA non può difendersi dalle frodi se non per vie legali. E allora perché il MePa viene utilizzato nelle università? Pare che qualcuno abbia deciso che il suo utilizzo è obbligatorio per tutti, e il bello è che non si sa bene chi sia questo qualcuno. Non certo la legge, che ha previsto esplicite esclusioni proprio per la scuola e l’università, per tenere conto delle specifiche esigenze del mondo della ricerca e dell’istruzione. Tutto nasce infatti, come al solito, da una legge finanziaria (quella del 2007) modificata in modo confuso e poco comprensibile da un’altra legge finanziaria (la legge di stabilità 2013).

Provo di seguito a ricostruire la versione finale del comma 450 dell’art.1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007), scompigliato da diverse successive modificazioni, fra cui quelle introdotte dalla legge 24 dicembre 2012, n. 228 (cosiddetta legge di stabilità 2013):

“Comma 450. Dal 1 luglio 2007, le amministrazioni statali centrali e periferiche, ad esclusione degli istituti e delle scuole di ogni ordine e grado, delle istituzioni educative e delle istituzioni universitarie, per gli acquisti di beni e servizi al di sotto della soglia di rilievo comunitario, sono tenute a fare ricorso al mercato elettronico della pubblica amministrazione di cui all’articolo 328, comma 1, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207. Fermi restando gli obblighi e le facoltà previsti al comma 449 del presente articolo, le altre amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, per gli acquisti di beni e servizi di importo inferiore alla soglia di rilievo comunitario sono tenute a fare ricorso al mercato elettronico della pubblica amministrazione ovvero ad altri mercati elettronici istituiti ai sensi del medesimo articolo 328 ovvero al sistema telematico messo a disposizione dalla centrale regionale di riferimento per lo svolgimento delle relative procedure. Per gli istituti e le scuole di ogni ordine e grado, le istituzioni educative e le università statali, tenendo conto delle rispettive specificità, sono definite, con decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, linee guida indirizzate alla razionalizzazione e al coordinamento degli acquisti di beni e servizi omogenei per natura merceologica tra più istituzioni, avvalendosi delle procedure di cui al presente comma. A decorrere dal 2014 i risultati conseguiti dalle singole istituzioni sono presi in considerazione ai fini della distribuzione delle risorse per il funzionamento”.

Il risultato finale non brilla certo per chiarezza e infatti, nell’incertezza, è in genere interpretato in modo restrittivo. È chiaro tuttavia che l’iniziale formulazione del comma 450 disponeva l’obbligo del ricorso al MePa per le amministrazioni statali centrali e periferiche ad esclusione, fra le altre, delle istituzioni universitarie. Il ricorso al MePa è stato poi genericamente esteso a tutta la PA, tuttavia lo stesso comma tratta esplicitamente le università statali, riconoscendone le particolari specificità e rimandando a delle linee guida da adottare con decreto del Miur.

Poiché la norma prevede una disposizione specifica sulle università, come tra l’altro previsto dalla legge sull’autonomia universitaria, la prescrizione generale – e piuttosto generica – non si dovrebbe applicare. Quindi pare che non sussista affatto l’obbligo per l’università al ricorso al mercato elettronico, finché ciò non sarà disciplinato dallo specifico decreto del Miur.

Invece qualcuno, non si sa chi, ha deciso che siamo obbligati: sarà stata la Crui, o forse il Codau, o magari gli stessi atenei coordinati all’unisono nell’espletamento della propria autonomia? Chi lo ha stabilito proprio non si sa, forse non è stato nessuno e la cosa è andata avanti da sé nel caos regolamentare e normativo che tormenta da tempo l’università.

Di conseguenza, in questi ultimi anni, gli approvvigionamenti sono diventati surreali:

- Vorrei comprare un computer, l’ho trovato in offerta a 300 euro al negozio sotto il dipartimento.

- Non si può professore, lo stesso computer c’è sul MePa, guardi qua.

- Sì ma lì costa 500 euro e chissà quando me lo spediscono, i termini di consegna non sono chiari. Nel negozio di sotto me lo danno subito e mi serve ora, non tra due mesi.

- Professore non si può, per carità. Siamo obbligati. È la legge. Anche se una legge è sbagliata bisogna applicarla lo stesso, pure se facciamo danno a noi stessi e alla pubblica amministrazione.

- Ma veramente il comma 450 così come modificato …

- Aspetti professore, dia retta a me. Ho un’idea per risolvere tutto. Vada dal negoziante di sotto e gli dica di iscriversi sul MePa, così possiamo acquistare da lui. Questo è il sito su cui si deve registrare, deve compilare solo questa ventina di moduli.

Così trascorriamo allegramente il tempo nelle nostre segreterie dipartimentali.

E c’è anche chi è seriamente convinto che tutti i mali delle università si risolveranno con la razionalizzazione e il coordinamento degli acquisti di beni e servizi omogenei per natura merceologica tra più istituzioni, avvalendosi delle procedure di cui al succitato comma 450, tanto da prevedere addirittura che i risultati conseguiti dalle singole istituzioni saranno presi in considerazione ai fini della distribuzione delle risorse per il funzionamento. Altro che valutazione della ricerca e dei corsi di studio! Altro che costi standard della formazione! Fra un po’ anche gli studenti dovremmo acquistarli rigorosamente sul MePa in un’apposita categoria merceologica. Qualcuno, non si sa chi, ha anche deciso che l’obbligo di approvvigionamento sul MePa sussiste addirittura in presenza di un’offerta economicamente più conveniente fuori MePa. L’assurdità dell’intera vicenda è stata a un certo punto segnalata alla Corte dei Conti che ha provvidenzialmente risposto con le deliberazioni 151/2013/PAR (sezione della Toscana) e 286/2013/PAR (sezione dell’Emilia-Romagna). Tali deliberazioni denunciano la pesantezza e la perentorietà dei vincoli posti a carico della PA in tema di acquisti attraverso il MePa e ribadiscono, con chiarezza e buon senso, le condizioni derogatorie legate al sacrosanto principio di economicità ovvero, a parità di condizioni, si può comprare dove costa meno.

Elementare no? Ciò dimostra come ormai la ragionevolezza risieda più nella magistratura contabile, che nei nostri confusi amministratori.

Nicola Casagli

Articolo originale tratto da roars.it

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