UNIVERSITÀ E SCUOLA

ChatGPT entra in classe: quale futuro per l'istruzione?

Discutere argomenti di tesi o chiedere degli spunti per progettare le lezioni: sono conversazioni che di solito si tengono, rispettivamente, con docenti e colleghi, e che invece, in un contesto laboratoriale, sono avvenute con dei bot che utilizzano la stessa tecnologia di chatGPT, anche se i partecipanti all’esperimento voluto dallo psicologo educativo Ronald Beghetto hanno reputato questi bot più efficaci di quello più famoso. In molti temono che l’intelligenza artificiale possa avere sul mondo della scuola solo un impatto negativo. È vero che gli studenti potrebbero usare i grandi modelli linguistici (LLM) per evitare buona parte del lavoro che fino a oggi veniva richiesto loro come compito per casa, ma bisogna ricordare che questa tecnologia è un mezzo, e sta a chi la utilizza farlo in un modo che non si riveli controproducente, e che le stesse perplessità erano venute a galla con l’introduzione di altri strumenti, come la calcolatrice e il computer.

Vogliamo essere chiari: ChatGPT può essere un utile strumento educativo, ma non può sostituire l'interazione e la guida di insegnanti qualificati. La sua utilità dipende dalla corretta integrazione all'interno di un approccio didattico più ampio, e proprio di questo si occupa Nicola Bruno, giornalista ed esperto di cultura digitale, che negli ultimi anni ha lavorato molto nelle scuole italiane.

Servizio e montaggio di Anna Cortelazzo

Se ci fossero ancora dei dubbi, l’intelligenza artificiale può fare cose molto più utili di una ricerca sulla barbabietola da zucchero e la schematizzazione della lezione del giorno dopo.
L'avvento dell'intelligenza artificiale generativa ha aperto nuove frontiere nell'ambito educativo, ridefinendo il modo in cui docenti e studenti affrontano il processo di apprendimento.
Secondo Bruno, i primi approcci a ChatGPT hanno riguardato riassunti di testi, temi, risoluzione di equazioni e scrittura di codice, anche perché sono stati gli utilizzi per certi versi più pubblicizzati (anche dal sistema stesso, perché per ora se gli si chiede come può essere usato in un contesto scolastico restituisce proprio questi output). ChatGPT però può andare molto oltre la semplice automazione di compiti convenzionali e infatti poi ci si è posti il problema più ampio di come integrare queste tecnologie negli ambienti educativi senza compromettere l'integrità e la qualità dell'istruzione.

“Usarli come strumenti di outsourcing per i compiti – dichiara Bruno –spesso risponde alle logiche con cui sono assegnate le attività da fare in classe e a casa. Con la community di docenti con cui lavoriamo da anni nel progetto Open the box, che vuole portare i temi delle competenze digitali nelle scuole e anche fuori dalle scuole, abbiamo visto che cambiando le modalità con cui venivano dati i compiti e progettate le attività il problema del plagio veniva superato è così abbiamo progettato nuove attività da testare con gli studenti e le studentesse”. Bruno suggerisce che il problema del plagio non è intrinseco alla tecnologia, ma piuttosto alle attività proposte. Cambiare il modo in cui vengono strutturati i compiti può superare le sfide associate all'uso di ChatGPT e simili.

Se non si andasse oltre il problema del plagio, si rischierebbe di concentrarsi su un aspetto sbagliato, ovvero quello di cercare di capire chi, per esempio, ha consegnato una ricerca elaborata studiando con fatica e chi l’ha fatta fare a ChatGPT. È vero, esistono anche programmi anti-plagio, ma come fa notare Bruno la loro percentuale di successo si aggira intorno al 25%, e soprattutto programmi diversi restituiscono risultati diversi a partire dallo stesso lavoro. Il rischio quindi è accusare ingiustamente uno studente di aver fatto ricorso all’intelligenza artificiale, con l’inevitabile conseguenza di scoraggiarlo e spingerlo proprio al comportamento stigmatizzato.
Come ha dichiarato in una recente intervista sul nostro giornale Chris Dede, uno dei massimi esperti delle compenetrazioni tra didattica e AI, “la maggior parte dei lavori avrà dei partner AI”. Forse avrebbe più senso insegnare come gli esseri umani possano integrare il loro lavoro e quello delle macchine, visto che studenti e AI hanno delle competenze diverse e complementari (ancora Dede: “dobbiamo preparare gli esseri umani più al judgement e meno al reckoning. In altre parole è necessario cambiare non solo i processi, ma anche gli obiettivi formativi).

Ed è proprio in questa direzione che si sta cercando di andare con i progetti come quelli di Open the Box. Per fare un esempio, ChatGPT può essere usato come un mentore, in modo che i discenti possano avere un supporto personalizzato. Oppure si possono creare degli scenari impossibili (che rimandano alle classiche interviste impossibili che andavano in onda sulla Rai negli anni Settanta) che diano nuovi spunti di apprendimento: “Uno dei nostri docenti – racconta Bruno – durante la lezione di filosofia ha pensato di usare ChatGPT per chiederle come Marx come avrebbe commentato l’avvento di un’intelligenza artificiale come ChatGPT stessa.
Ci abbiamo provato anche noi, ed ecco la risposta: “Se fossi Karl Marx, potrei considerare l'avvento di tecnologie come ChatGPT da una prospettiva critica. Marx era un teorico sociale e economico noto per la sua analisi critica del capitalismo, e probabilmente esaminerebbe come queste nuove tecnologie influenzano le dinamiche di potere e le relazioni di produzione.
Potrei commentare che, se da un lato le tecnologie avanzate come ChatGPT offrono nuove possibilità di comunicazione e accesso alle informazioni, dall'altro potrebbero anche sollevare questioni sulla concentrazione del potere nelle mani di coloro che controllano e regolano tali tecnologie. Marx potrebbe esplorare come la proprietà e il controllo dei mezzi di produzione delle informazioni influenzano la struttura sociale e economica. Inoltre, potrei considerare come l'automazione e l'intelligenza artificiale, di cui ChatGPT è un esempio, impattano sul lavoro umano. Marx si sarebbe interessato alle implicazioni per la classe lavoratrice e a come la tecnologia può essere utilizzata per migliorare o minacciare il benessere delle persone”. Da questo esempio emerge come chatGPT possa essere usato con una prospettiva fuori dagli schemi: collegando il pensiero di Marx alle tecnologie contemporanee un docente potrebbe trarre spunto dalla risposta dell’AI per spiegare la filosofia di Marx calandola nell’attualità, eliminando quindi quel fattore di distanza che può risultare respingente per alcuni studenti.

Se fossi Karl Marx, potrei considerare l'avvento di tecnologie come ChatGPT da una prospettiva critica ChatGPT

C’è quindi bisogno di sviluppare la consapevolezza di cosa sia l’intelligenza artificiale non solo negli studenti, ma anche nei docenti, perché entrambe le categorie devono conoscere i punti di forza e di debolezza degli strumenti di cui parliamo. “Ci sono – aggiunge Bruno – una serie di attività che spingono sulla creatività, ma anche sul pensiero laterale, e che usano questi strumenti per far uscire tematiche e modalità di pensiero che non sono quelle convenzionali”.
Insomma, l’AI non è nemica dell’apprendimento, esattamente come non lo era la calcolatrice, ma anzi può potenziare proprio quelle abilità che ci differenziano dalle macchine. Alla luce di tutto ciò, e tenendo anche a mente le parole di ChatGPT-Marx, possiamo chiederci se il rischio non sia, viceversa, quello di creare disparità sociali tra le scuole che sanno usare l’AI e quelle che non sono attrezzate in tal senso e che quindi rimarrebbero indietro, tanto più che la scuola ha già presentato diverse criticità da questo punto di vista (in questo articolo, per esempio, abbiamo parlato del divario tecnologico tra diverse scuole della Lombardia).

Per fortuna le istituzioni si stanno muovendo: “Quello che sto notando – afferma Bruno – è che rispetto ad altre rivoluzioni o micro rivoluzioni che ci sono state a livello digitale negli ultimi decenni, questa volta le istituzioni stanno reagendo in maniera più pronta. L'Unesco per esempio ha già pubblicato una serie di linee guida su come introdurre in maniera consapevole il tema dell’intelligenza artificiale generativa nei contesti educativi, mentre l'Unione Europea propone il quadro DigCom, che è il quadro delle competenze digitali, e l'ultima versione, la 2.2, è stata già integrata con le competenze di intelligenza artificiale generativa che sono richieste dal nuovo scenario digitale. In Italia con il PNNR è partita una massiccia campagna di formazione dei docenti da parte del Ministero dell'istruzione, e molti corsi che oggi vengono fatti su Scuola Futura, così si chiama la piattaforma del Ministero, oggi riguardano proprio l'intelligenza artificiale generativa”.
Certo, rimane ancora una grossa sfida, anche perché, se ai piani alti è chiara l’esigenza di questo cambio di approccio, non si può ancora dire come verrà presa dal basso, e soprattutto se si riuscirà a diffondere le competenze in modo capillare senza creare disparità tra scuola e scuola, perché tutto questo richiede sforzi coordinati tra istituzioni, organizzazioni no profit e le stesse piattaforme tecnologiche.

La campagna di formazione dei docenti è un passo importante. Tuttavia, è essenziale progettare programmi di formazione che vadano oltre la mera comprensione tecnica di strumenti come ChatGPT. Gli insegnanti devono essere guidati nella progettazione di attività innovative e stimolanti che incorporino tali tecnologie, anche perché, come notava Dede, il successo nei test che vengono somministrati è troppo spesso basato sulle capacità mnemoniche, terreno in cui le macchine ci batteranno sempre. Certo, in Italia test di questo tipo sono meno utilizzati, ma a vari livelli il mondo della scuola è ancora legato a un nozionismo talvolta sterile, mentre a questo punto sarebbe meglio concentrarsi per incentivare quelle capacità che le macchine non hanno, come, appunto, creatività e pensiero critico.

E c’è da dire che gli strumenti come ChatGPT offrono l’opportunità di farlo, perché ci fanno riflettere sulle nostre modalità di ragionamento, e ci spingono ad andare oltre. Alcune scuole per esempio li utilizzano in attività di gruppo, inserendo ChatGPT come membro del team. Altre la impiegano come tutor personalizzato per fornire feedback più mirati su ciò che lo studente dovrebbe approfondire o ripassare.
Uno strumento di questo tipo, molto utilizzato in America, è Khanmigo, sviluppato grazie a una partnership tra OpenAI e l'organizzazione senza scopo di lucro Khan Academy a Mountain View, in California. Mentre lo studente fa un esercizio, Khanmigo può fornire dei suggerimenti in tempo reale, con più efficacia di un’insegnante che deve seguire in quest’attività un’intera classe, ma soprattutto è in grado di porre domande che, come dimostra la filosofia classica, possono migliorare l’apprendimento e sviluppare il senso critico dello studente. Il problema è che ha un costo non accessibile per tutti (i distretti scolastici devono pagare 60 dollari l’anno per l’accesso di ogni studente), quindi torniamo alla questione spinosa dell’accesso democratico all’AI.

Per concludere, l'intelligenza artificiale generativa è arrivata per restare, e ha una notevole forza trasformativa nel settore dell’educazione. La flessibilità e la prontezza al cambiamento sono oggi ancora più importanti per preparare gli studenti a un mondo in rapida evoluzione, ma per garantire un'adozione equa e consapevole è essenziale un approccio collaborativo a livello globale. Il dialogo in corso tra docenti, istituzioni e tecnici rappresenta un passo verso un futuro promettente, perché c’è bisogno di una profonda rivisitazione dei metodi di insegnamento e degli obiettivi formativi per sfruttare appieno le potenzialità delle tecnologie emergenti per formare i cittadini del futuro grazie a un utilizzo creativo, critico e non passivo.

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