SOCIETÀ

Libertà e voglia di fedeltà: il sesso secondo i Millennials

Voglia di tenerezza in salsa postmoderna, da vivere in una relazione stabile ma non necessariamente preceduta dal matrimonio. I giovani italiani si allineano sempre più ai loro coetanei nordeuropei: aumentano le convivenze e le separazioni e si abbassa l’età del primo rapporto sessuale sia per le femmine che per i maschi. Verginità e procreazione non sono più considerati valori in sé ma per quasi tutti il sogno rimane quello di trovare l’anima gemella, mentre sono molti meno quelli che vogliono stare soli o passare da una relazione all’altra.

È un ritratto sfaccettato e ricco di sfumature quello che emerge da Piacere e fedeltà. I millennials e il sesso, appena pubblicato da Il Mulino, nel quale elementi postmoderni sembrano mischiarsi ad altri molto più tradizionali. Il libro si basa su una ricerca – denominata Selfy: Sexual and Emotional Life of Youth – condotta nel 2017 in 28 università pubbliche italiane su 8.000 studenti universitari iscritti ai primi due anni del corso di laurea in economia (nati quindi intorno al 1997-98). Termine di raffronto è uno studio analogo condotto nel 2000 su un campione simile, al quale furono poste esattamente le stesse domande.

Intervista di Daniele Mont D'Arpizio; montaggio di Elisa Speronello

“Nel titolo del libro sono riassunti due aspetti fondamentali emersi dalla ricerca: da un lato assistiamo a un’ulteriore sessualizzazione del comportamento dei giovani, dall’altro alla rivincita del cosiddetto amore romantico”, spiega a Il Bo Live Gianpiero Dalla Zuanna, demografo presso l’università di Padova e coautore del libro assieme a Daniele Vignoli. “C'è innanzitutto un abbassamento dell'età dei primi rapporti, che tuttavia non scende a 14 o 15 anni come a volte si legge – continua lo studioso –. L'età mediana, ovvero quella in cui metà dei ragazzi ha il primo rapporto sessuale, è oggi intorno ai 18 anni sia per i maschi che per le femmine, mentre nel 2000 era di 19 anni per i maschi e 20 per le femmine, con punte di 21 per le studentesse di alcune regioni meridionali”.

Rispetto a 17 anni fa sono dunque molto diminuite le differenze tra i diversi Paesi europei (con quelli nordici nel ruolo di apripista), tra regioni italiane e tra ragazzi e ragazze. Anche se alcune differenze rimangono: ancora nel 2017 ad esempio sono in stragrande maggioranza i maschi a chiedere di avere rapporti sessuali (54% contro il 10% delle ragazze, mentre nel 36% dei casi si arriva alla ‘prima volta’ senza l’iniziativa esplicita di uno dei due partner). La sessualizzazione è sempre più pervasiva e interessa una molteplicità di aspetti: “Se ne parla molto più frequentemente tra amici e amiche, inoltre è più comune scambiarsi video e immagini sessualmente espliciti, soprattutto perché un tempo non c’erano gli smartphone”.

Alla crescente centralità del sesso nella vita e nella psicologia degli young adults non è però finora corrisposto un aumento della promiscuità, intesa come resistenza a contrarre legami duraturi e soprattutto esclusivi. Magari il matrimonio non è più percepito come necessario, ma la coppia è ben lungi dall’essere considerata tomba dell’amore e chi ha una relazione stabile ha una vita sessuale oltre tre volte più intesa rispetto ai single. Secondo Dalla Zuanna “almeno a livello ideale la sessualizzazione trova la sua piena soddisfazione all’interno del rapporto di coppia. Il modello di chi ‘vola di fiore in fiore’ è intanto pochissimo praticato, in secondo luogo dà spesso luogo a insoddisfazione, tanto che in media le donne si dichiarano più soddisfatte degli uomini”. I giovani inoltre apprezzano sempre più la fedeltà: dal 2000 al 2017 è addirittura aumentata la percentuale di coloro che condannano il tradimento, sia tra le ragazze che tra i ragazzi.

Lo studio secondo gli autori è l’occasione per riflettere sulla situazione dei giovani tra i 19 e i 29 anni, ovvero la cosiddetta emerging adulthood formata da persone ormai adulte ma non ancora indipendenti economicamente. In quella che gli studiosi chiamano la Seconda transizione demografica si rimane legati molto più lungo alla famiglia di origine e passaggi come l’uscita dalla casa dei genitori, il matrimonio e il primo figlio vengono rimandati e non sempre vissuti in quest’ordine. Un contesto nel quale le prime esperienze amorose assumono un nuovo ruolo di esplorazione delle possibilità e di ricerca della propria identità nel cammino di crescita e di emancipazione personale.

Il problema non sono le aspirazioni ma i mezzi: avere bambini contrasta con una serie di opportunità Gianpiero Dalla Zuanna

Un processo che si accompagna a quella che il sociologo belga Ron Lesthaeghe definisce come una vera e propria ‘rivoluzione etica’: un rivolgimento culturale e valoriale, anticipato dai Paesi nordici ma che ora si sta diffondendo anche in quelli mediterranei, che si esprime nella de-stigmatizzazione di divorzio, aborto, eutanasia, suicidio e altri comportamenti un tempo condannati dalle religioni e dalle leggi dello Stato. La stessa omosessualità, oggetto di un apposito capitolo del libro di Dalla Zuanna e Vignoli, appare oggi sulla via della piena accettazione da parte dei millennials, con qualche resistenza soprattutto tra i maschi. Anche per quanto riguarda la sfera affettiva il lungo cammino della secolarizzazione della società – in realtà iniziato già nel Seicento – si mostra dunque oggi vicino al compimento: se nel 1995 erano oltre 620 i primi matrimoni ogni 1.000 donne nel 2018 essi sono scesi a 500, la metà dei quali civili, con un’età media di 35,4 anni per gli uomini e di 32,5 per le donne. Tendenze che con la pandemia sembrano aver subito un’ulteriore accelerazione.

In una situazione del genere, dominata dall’incertezza e da una baumaniana ‘liquidità’, avere figli rimane un obiettivo sia per i maschi che per le femmine, che spesso però entra in conflitto con altre modalità di autorealizzazione. Secondo Dalla Zuanna “è sbagliato pensare che nelle società postmoderne non ci sia posto per la famiglia: i figli continuano ad essere fondamentali, se vogliamo anche per l’acquisizione del proprio benessere individuale”. Mettere su prole fa insomma sempre più parte di uno stile di vita che si è liberi di scegliere o meno, tanto che alla diminuzione delle nascite fa da contrappeso il fatto che oggi si passa sempre più tempo con i figli. “Il problema non sono le aspirazioni delle persone ma i mezzi: avere bambini contrasta con tutta una serie di opportunità. In Italia – conclude il demografo – spesso manca la possibilità di conciliare i figli con gli altri obiettivi della vita”.

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