CULTURA

Facebook, rifugiati e identità

Nei giorni del crudele aprile in cui la vicenda Cambridge Analytica porta un Mark Zuckerberg incravattato e col completo blu Facebook in audizione al Senato (a "human feed with news" la definizione sagace di Natahan Heller del New Yorker), si riaccendono i timori sulla sicurezza di dati personali e identità. Ingenui, legittimi? Cambiando punto di vista diciamo: averceli, dati e personali e identità ufficiale. Già, perchè mentre una fetta della popolazione mondiale si dibatte su questo tema (magari con gli amici su what's app inviando - mentre chiacchiera - altre informazioni e dati diritti a Menlo Park) un sesto dei terrestri lotta per essere identificato come persona esistente e titolare di doveri nonchè di  diritti basilari come cure mediche e istruzione.

La questione è dramma dentro il dramma per le popolazioni di rifugiati e migranti che quando lasciano casa loro abbandonano non solo proprietà, lavoro, ma spesso anche un'identità legale difficilissima da ricomporre. Il che comporta esclusione da servizi sociali o incapacità di accedere a conti e fondi finanziari che fanno capo a istituti con sede nel Paese d'origine. Farsi emettere nuova documentazione dai governi ospiti è spesso questione costosa e complessa; e la schiera degli invisibili aumenta: secondo la polizia tedesca è senza identità certa 80% dei rifigiauti siriani, per non parlare delle centinaia di migliaia bloccati nei Paesi confinanti con la Siria. L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ne registra 654.887 solo in Giordania: si può avere un'idea chiara circa la disperazione della loro ricerca di identità (che significa documenti regolari) grazie agli  attivisti dell'organizzazione italiana Intersos e al  progetto multimediale Relocated Identities sulle condizioni di vita dei rifugiati siriani sulla sponda orientale del fiume Giordano; l'iniziativa ha portato alla raccolta di video testimonianze inedite sul rischio di trasferimenti forzati e deportazioni a causa della mancanza di documentazione legale. Le Nazioni Unite gestiscono già registri ID esistenti, come un sistema biometrico per i rifugiati in Senegal, e un sistema di scansione dell'iride per i rifugiati siriani in Giordania ma non sono sistemi infallibili.

Il problema dell'identità non riguarda solo i rifugiati: in India ad esempio, nei bassifondi di Delhi, ci si imbatte in storie come quella di Siddharth Singh, bambino di cinque anni che non riesce ad iscriversi alla scuola pubblica perchè i suoi genitori non riescono ad avere la meglio su  Aadhaar: non si tratta di una divinità induista ma il sistema di identificazionee digitale più ambizioso al mondo, che comporta l'assegnazione di un numero identificativo univoco di 12 cifre che può essere ottenuto dai residenti in India, in base ai dati biometrici e demografici. I dati sono raccolti dalla Unique Identification Authority of India (UIDAI), un'autorità legale istituita nel gennaio 2009 dal governo indiano e potenzialmente dovrebbero riguardare ciascuno degli 1,3 miliardi di cittadini della nazione. Di fatto non tutti riescono ad accedervi, specialmente, come prevedebile, la stragrande maggioranza di poveri, analfabeti e malati, peraltro i soggetti che hanno più bisogno dei servizi essenziali. Come fa un malato di lebbra (in India ce ne sono oltre 86.000) a fornire dati biometrici? Ovvero dimostrare la propria identità con impronte digitali o scansioni dell'iride? Inoltre anche una volta ottenuto il benedetto numero Aadhaar la vita può essere complicata, ad esempio perchè per aprire un conto in banca serve un indirizzo, un'abitazione, e non tutti ce l'hanno. Tutti i nuovi conti bancari, poi, devono essere collegati con i numeri di Aadhaar, ma gli errori di pagamento sono comuni.

Insegnanti delle scuole governative, ONG, associazioni dei genitori indiani si sono spesso coalizzati negi ultimi nove anni contro la decisione goverativa di legare l'accesso a servizi essenziali di welfare alla registrazine di Aadhaar, ottenendo, l'ultima volta tre anni fa, l'accoglimento della querela dalla Corte Suprema ma nei fatti scarsa applicazione del disposto dei giudici. Eppure al sistema di identità Aadhaar diversi Paesi cominciano a guardare come a un modello; la storia dell'identità garantita è sempre stata travagliata, ben prima della creazione, nel Cinquecento, dei primi ufficiai,  intricati sistemi amministrativi per registrare l'identità degli individui, ed è ovvio che l'evoluzione nel prossimo decennio sarà quella di una forma di identità certificata sempre più digitalizzata, centralizzata e integrata con le nostre vite online. Esiste già un'iniziativa globale chiamata ID2020, frutto della collaborazione tra agenzie delle Nazioni Unite, ONG, aziende tecnologche (Microsft e Accenture) e banche: obbiettivo del progetto è quello di  offrire a un miliardo di persone prive di documenti d'identità in tutto il mondo la possibilità di identificare se stessi mediante blockchain.

Una blockchain è un registro aperto e distribuito che può memorizzare le transazioni tra due parti in modo sicuro, verificabile e permanente, una lista in continua crescita di record, chiamati blocks, che sono collegati tra loro e resi sicuri mediante l'uso della crittografia

Una blockchain è un registro aperto e distribuito che può memorizzare le transazioni tra due parti in modo sicuro, verificabile e permanente, una lista in continua crescita di record, chiamati blocks, che sono collegati tra loro e resi sicuri mediante l'uso della crittografia: sono proprio i blockchain ad aver contribuito per primi ad autenticare la criptovaluta di bitcoin, e sono considerati sicuri perché tutti i computer coinvolti devono verificare e approvare ogni transazione nel momento in cui viene eseguita; i sistemi di identificazione blockchain inoltre possono invertire il modo normale in cui viene stabilita l'identità che non verrebbe più conferita da un governo nazionale, ma creata da ciascun individuo e memorizzata su reti di computer che nessuna persona fisica o giuridica deve avvallare; i rifugiati non dipenderebbero più dai governi nazionali per i loro diritti di identità e ciascuno potrebbe reclamare il proprio documento di identità ovunque.

Un sistema di identità decentralizzato potrebbe anche avere un enorme valore economico, il che, ha spiegato Patrick Spens a FastCompany, consulente di blockchain per la società di contabilità e consulenza PwC di Londra, è dimostrato dal fatto che 120 aziende hanno partecipato al summit ID2020 apresso le Nazioni Unite a New York. "Un sistema simile permetterebbe alle persone senza conti bancari di unirsi al sistema bancario tradizionale, dando alle tecnologie e alle società finanziarie l'accesso a una nuova zattera di clienti. Probabilmente, la spinta a creare un servizio di mobile banking nel mondo in via di sviluppo ha preceduto l'obiettivo più fondamentale di stabilire l'identità".

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