CULTURA

Cinema: lo sguardo degli altri che ci spiega chi siamo

La vita di Boris Robič è quieta e stinta. Sulla cinquantina abbondante, assistente tecnico all’università, passa i giorni tra lavoro, letture, pochi amici, la moglie Alenka e il figlio Mitja, ai quali parla poco e senza entusiasmo. Ma gli va bene così. Finché una sera, mentre legge nel suo studio un racconto di Karel Čapek, qualcuno prova a sparargli. Due colpi attraverso il vetro della finestra, che mancano il bersaglio. Boris non capisce, non può concepirlo. Come spiega alla polizia, non ricorda nemmeno l’ultima volta che ha litigato con qualcuno: chi potrebbe volerlo morto? Andrej, l’agente che coordina le indagini, gli chiede un elenco. Dovrà indicare tutte le persone con cui è in contatto, non escludendo nemmeno i familiari più stretti. Perché nessuno, spiega il poliziotto, può essere escluso dai sospettati.

Boris esegue, la polizia ricerca: ma, dopo qualche tempo, gli comunicano che l’indagine è chiusa, nessun indizio, nessun colpevole. Boris non lo accetta, la sua visione del mondo non contempla l’assenza di logica. Deve esserci un colpevole, deve esserci un motivo: un errore? Uno scambio di persona? Andrej lo invita a rassegnarsi: non tutto è nel nostro controllo. Ma Boris non ci sta, vuole cercare a tutti i costi un senso in ciò che è avvenuto. Costringendosi, così, a passare in rassegna tutte le persone dell’elenco, e quindi la sua vita: un “inventario” che lo porta a incontrare tutti, traendo sensazioni molto lontane da ciò che si attendeva. Se i colleghi iniziano a guardarlo con inquietudine, convinti che nessuno possa ricevere dei colpi di pistola da innocente, con amici e parenti la prospettiva si ribalta: è lui che, per la prima volta, li osserva con occhio diverso, li interroga, cercando di intuirne la colpevolezza da mezze frasi, confidenze, espressioni del viso. Ma questo inventario di relazioni personali, questa sfilata di affetti, porta a Boris un risultato del tutto diverso da quello atteso, che lo costringe a stravolgere la sua immagine di sé: davvero lui è così buono e mite come pensa di essere, e chi gli ha sparato è mosso da malvagità o interesse? O potrebbe essere che qualcuno abbia delle buone ragioni per fargli del male? Ma soprattutto, se il colpevole non si trova, come capire di chi fidarsi e chi no? Le certezze di Boris sembrano franare, è la sua percezione di sé uomo perbene circondato da persone affidabili a dissolversi: almeno fino a quando, all’improvviso, i sospetti sembrano convergere su qualcuno, e il mondo pare ricomporsi…

Inventory, visto recentemente al Bergamo Film Meeting, è il primo lungometraggio dello sloveno Darko Sinko, che ne ha curato anche la sceneggiatura. Il soggetto trae spunto da un racconto del ceco Karel Čapek (il libro che il protagonista sta leggendo mentre gli sparano, un omaggio allo scrittore ma anche al gusto del metacinema). Sinko trasferisce l’azione ai giorni nostri coinvolgendo un uomo senza qualità, kafkianamente costretto a confrontarsi con un avversario di cui non conosce l’identità né, soprattutto, il movente, perché sembra non esistere. A Sinko interessano poco toni e sviluppi da thriller: il film è, piuttosto, un dramma psicologico, che segue l’improvvisa rovina dell’impalcatura logica e affettiva in cui Boris ha ingabbiato la sua vita e i rapporti che la contraddistinguono. Boris non può sopravvivere con il dubbio di un tentato omicidio immotivato, perché questo infrange la rassicurante razionalità nella quale ha sempre creduto di essere immerso. A poco valgono i moniti del poliziotto Andrej, agente-confessore-filosofo, che invita Boris ad accettare che vi siano cose non conoscibili e non governabili, e che questo costringe a scegliere e rischiare. Il mondo è (anche) caos e guerra di tutti contro tutti, e le relazioni umane si spiegano con la teoria del vantaggio reciproco, come spiega il professore agli studenti mentre Boris, perplesso, controlla le riprese della lezione; ma allora, se è così, nessuno è insospettabile, perfino moglie e figlio che sono beneficiari di una polizza che verrà liquidata se Boris muore.

Sinko costruisce una sceneggiatura efficace, al servizio della prova di Radoš Bolčina, un popolare attore teatrale sloveno che dà vita al personaggio di Boris come meglio non si potrebbe: accompagnandone la metamorfosi psichica senza mutarne l’apparenza silente, timida, esitante, un po’ noiosa, solo lasciandone intravedere lo sconcerto e l’angoscia con mimiche, sussulti, gesti accennati. Se il casting per Boris è perfetto, qualche riserva c’è invece per il poliziotto Andrej, interpretato da Dejan Spasić, bravo attore che però, dovendo interpretare un personaggio complesso, non viene aiutato dalla sua classica fisicità da duro col cuore tenero: laddove Andrej, con le sue indagini e le apparenti svolte, è il primo motore dell’azione ed enunciatore del pensiero che sottende la storia, un fatalismo amaro che ci ammonisce a non cercare ordine in un mondo dominato dall’indifferenza e dall’interesse. Molto credibili, invece, gli altri interpreti, a cominciare dai familiari di Boris: la moglie Alenka (Mirel Knez), costretta a passare da un tedioso ménage alle nevrosi del marito, e il figlio Mitja (Žan Koprivnik), la cui avida indifferenza è la vera spia dello stato delle relazioni familiari. Passo falso per le musiche di Matija Krečič, un coacervo all’insegna di un eclettismo un po’ invadente che alterna sonorità anni ’70 a lirismi fuori luogo. Ma la sceneggiatura è solida, i dialoghi lividi, gli esterni adeguatamente asettici. In Inventory lo spettatore viene guidato passo passo, insieme a Boris, a prendere atto di un mondo ben più complesso e spietato di quanto ciascuno è disposto a riconoscere. Suggerendoci che chiudere gli occhi è da stolti, ma molto più consolante.

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