SOCIETÀ

Sostenibilità: le sfide politiche e istituzionali

Se dovessimo scegliere cinque parole chiave che hanno caratterizzato il dibattito politico dell’ultimo decennio, non potremmo fare a meno di includere il termine ‘sostenibilità’, che, nella sua più comune accezione, si associa alla necessità di salvaguardare l’ambiente, valorizzare le risorse naturali e preservare gli ecosistemi.

Oltre ad alimentare un vivace dibattito accademico, il concetto di sostenibilità è diventato oggetto di riflessione politica, specie in binomio con ‘sviluppo’. Come cita il noto Rapporto Our Common Future (o Rapporto Brundtland), pubblicato dalla Commissione per l’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite nel 1987, “lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che permette di soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”.

Sottolineando la centralità della componente ambientale, ivi inclusi la protezione della biodiversità, la limitazione delle emissioni nocive, la tutela delle acque, del suolo e delle foreste, il rapporto riconobbe l’esigenza di cambiare il tradizionale modello di sviluppo, modificando i modelli di produzione e di consumo, investendo nelle energie rinnovabili, limitando l’uso delle sostanze chimiche pericolose (come pesticidi e fertilizzanti) e riducendo i rifiuti. Accanto agli aspetti legati all'ecosostenibilità, il rapporto evidenziò come lo sviluppo e la crescita economica fossero legati al benessere sociale, che si indentifica con le condizioni di equità, inclusione e non discriminazione. Seppure i princìpi contenuti in quel documento abbiano ispirato molteplici iniziative a tutti i livelli (globale, nazionale e locale), i progressi compiuti sono stati ben lungi dal raggiungere le trasformazioni in esso auspicate. Secondo molti studiosi che si sono occupati del tema, questo successo molto limitato è da imputare prevalentemente alla mancanza di un solido quadro politico-istituzionale che avrebbe dovuto sostenere l’attuazione della strategia. Nonostante alcuni aspetti come la centralità del ruolo delle città e dei governi locali, la partecipazione dei cittadini, la cooperazione o il partenariato fossero state evocate tra le condizioni necessarie per assicurare una buona riuscita delle azioni, la governance dell’agenda globale per la sostenibilità si è rivelata fragile, fortemente asimmetrica e caratterizzata da una leadership debole delle organizzazioni internazionali, nonché dalla mancanza della volontà politica e della capacità di molti Paesi di allinearsi alle linee guida per la sostenibilità.

Lo sviluppo sostenibile permette di soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere le possibilità di quelle future Rapporto Brundtland, 1987

L’Agenda 2030, approvata dalle Nazioni Unite nel 2015, ha rilanciato gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, offrendone una visione più articolata rispetto a quella delineata nell’originario rapporto Brundtland. Sono stati inoltre definiti una serie di target e traguardi allo scopo di concretizzare le azioni necessarie per raggiungere i 17 obiettivi che racchiudono le molteplici sfaccettature della sostenibilità. Tali obiettivi sono perseguiti attraverso un ampio ventaglio di azioni: dalla lotta alla povertà alla tutela degli ecosistemi, dal contrasto al cambiamento climatico allo sviluppo tecnologico atto a favorire la trasformazione industriale. In continuità con quanto dichiarato decenni fa dal Rapporto Brundtland, l’Agenda 2030 ribadisce che il raggiungimento di questi obiettivi tematici è condizionato all’esistenza di un’adeguata cornice politico-istituzionale ancorata ai criteri di coordinamento, coerenza politica e istituzionale, competenze e capacità, partenariato, decisioni basate sui dati, monitoraggio e responsabilità. La rilevanza di questi criteri è stata ampiamenti discussa nella letteratura accademica, che ne ha al tempo stesso evidenziato la carenza negli assetti di governance esistenti.

Nello specifico, il concetto di coordinamento si riferisce alla necessità di garantire il raccordo e il dialogo tra e nelle istituzioni, in modo da consentire il confronto tra i diversi livelli di governo e l’allineamento degli obiettivi nella direzione delle priorità e dei target condivisi trasversalmente ai settori coinvolti. Lo stesso criterio si applica all’interazione tra le istituzioni pubbliche (governi e amministrazioni) e altri soggetti (imprese private, organizzazioni non governative e le comunità locali), il cui impegno è vitale per il raggiungimento degli obiettivi. Allo stesso modo, occorre assicurare la coerenza e la complementarietà di azione dei governi che operano sui diversi livelli territoriali, unitamente alla capacità di disegnare interventi che rafforzino sinergie e spillover tra i settori, limitando possibili ricadute negative. Il partenariato e l’apertura dei processi politico-decisionali ai portatori degli interessi economici e sociali sono considerati indispensabili per assicurare l’efficacia della strategia, perché permettono di mobilitare le conoscenze, le competenze, le tecnologie e le risorse finanziarie richieste per la sua realizzazione.

Il problema rimane quello di una governance efficace, senza la quale ogni agenda è un colosso dai piedi d'argilla

Come facilmente intuibile, questi imperativi rappresentano molteplici sfide per le politiche e le istituzioni tradizionali, in quanto richiedono di superare i confini settoriali, di rinunciare ai processi decisionali di tipo gerarchico e centralizzato, ristrutturando assetti organizzativi fortemente frammentati e dominati dalla ‘mentalità a silos’. Va da sé che cambiamenti di questa portata necessitano di un ampio consenso da parte dell’opinione pubblica, il quale, tuttavia, non può essere dato per scontato, considerata la complessità dell’agenda per lo sviluppo sostenibile e i potenziati conflitti legati ai costi economici e sociali delle trasformazioni da essa auspicate. La necessità di assumere impegni a lungo termine insieme alla mancanza di conoscenze tecniche e di capacità istituzionali specifiche completano questo quadro sfidante.

Il Green Deal europeo, che si prefissa di raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica (ovvero il raggiungimento di un equilibrio tra le emissioni e l'assorbimento di carbonio) entro il 2050, si annovera tra i più recenti e ambiziosi tentativi di misurarsi con le sfide sopraindicate. Il complesso e articolato pacchetto di provvedimenti compresi nel Green Deal coniuga le componenti economica, ecologica e sociale della sostenibilità, cercando di appianare gli inevitabili conflitti e di rafforzare le sinergie tra le diverse linee di intervento. A titolo esemplificativo, le azioni per la lotta al cambiamento climatico, tradizionalmente incentrate sulle politiche per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, ora prevedono misure a sostegno di una transizione giusta, che include compensazioni e aiuti finanziari per la riconversione industriale e l’occupazione nelle aree dipendenti dall’utilizzo dei combustibili fossili (in particolare dal carbone), soprattutto nelle regioni colpite da un elevato livello di disoccupazione e con un PIL pro-capite inferiore alla media comunitaria.

Pur presentando un insieme organico e tendenzialmente completo di strumenti legislativi e finanziari, che plasmano le basi per un impegno concreto di lungo periodo, al Green Deal sembra tutt’ora mancare un comprensivo assetto di riferimento politico-istituzionale, entro il quale definire le responsabilità per l’attuazione del pacchetto a livello europeo, nazionale e locale. Sembra, dunque, ancora una volta palesarsi la sfida della governance, alla quale le precedenti strategie per lo sviluppo sostenibile dell’UE non sono riuscite a rispondere, con il rischio di far ripetere alla nuova agenda il destino di ‘un colosso dai piedi d’argilla’ – metafora che sembra ben rispecchiare anche i pericoli che si trova ad affrontare l’agenda globale.

La crisi (e le sfide) della democrazia

In collaborazione con il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali - SPGI

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