CULTURA

Christian Greco: "Musei siano centri di ricerca o moriranno"

Ricerca, valorizzazione, tutela, educazione, compartecipazione. Ma soprattutto dialogo, tra chi lavora nel settore dei beni culturali e chi invece si occupa di diritto. Sono queste le parole che rimbalzano più frequentemente al tavolo dei relatori, in una sala gremita, durante l’incontro organizzato nell’ambito del corso di alta formazione dell’università di Padova La dimensione giuridica dei Beni culturali, diretto da Patrizia Marzaro. Ospiti Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, e Cristina Videtta, docente di diritto dei beni culturali dell’università di Torino.

“Il diritto – sottolinea in apertura il rettore Rosario Rizzuto – è una parte indispensabile di una società civile che sa guardare alla relazione delle persone, alla tutela dei patrimoni, alla tutela della grande bellezza presente in Italia. La tutela del nostro patrimonio artistico è importante per il nostro Paese e richiede l’apporto di tante voci e tante competenze. Per questo è necessario formare e dare nuove visioni a chi opera a diversi livelli in questo settore. È importante dunque che chi lavora nelle soprintendenze, i giuristi, gli storici dell’arte discutano insieme forti delle loro competenze per dare una visione congiunta di alta qualificazione”.

Nel settore dei beni culturali il diritto ha una funzione strumentale, un ruolo funzionale allo sviluppo della cultura sancito, quest’ultimo, dall’articolo 9 della Costituzione: la Repubblica ha il compito di tutelare il patrimonio storico e artistico della Nazione. Si tratta tuttavia di un concetto che è necessario rileggere alla luce delle convenzioni Unesco, che introducono nuovi significati nel settore dei beni culturali. A spiegarlo è Cristina Videtta: “La Costituzione del 1948 intendeva sviluppare un’autocoscienza dei cittadini in uno Stato che per la prima volta era pluralista e la promozione della cultura sembra diventare strumentale a un richiamo all’unità nazionale in un Paese che usciva dal dissesto dell’epoca fascista”. Già dal preambolo dell’atto costitutivo Unesco si fa strada l’idea che la cultura serva a favorire il dialogo per implementare processi di pace. “La seconda guerra mondiale ha chiaramente dimostrato che le alleanze fondate su relazioni economiche e politiche sono alleanze deboli. Quindi la cultura diventa un importante strumento neutrale di promozione di pace”. Altro passo avanti viene compiuto a Parigi nel 1972 con la Convenzione sul patrimonio dell’umanità con cui si mira a individuare e proteggere quel patrimonio culturale il cui valore sia riconosciuto come tale in modo trasversale da tutti i popoli della terra. La cultura supera i confini politici. Negli anni intanto inizia a emergere anche l’attenzione verso il rispetto delle differenze culturali e dunque la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale che di quelle diversità è espressione (convenzione del 2003). Si tratta di un percorso che arriverà a compimento nel 2005 con la Convenzione sulla protezione della diversità delle espressioni culturali. La diversità culturale, dunque, diventa essa stessa bene da proteggere. “Promuovere la cultura non significa più solo promuovere la nostra cultura a nostro favore, ma significa promozione della cultura verso tutti perché di tutti è il patrimonio culturale, in modo trasversale e in modo apolitico”. Nel 2013 (conferenza Unesco La cultura, chiave dello sviluppo sostenibile) si riconosce che la cultura gioca un ruolo centrale anche nella formazione di società inclusive. “Siamo passati, dunque, da una cultura garante della pace tra Paesi a una cultura che è anche garante di pace sociale”.  Il Museo Egizio di Torino, conclude Cristina Videtta, fornisce un esempio concreto di tutto questo.

Giovane, preparato e determinato, Christian Greco tocca questioni di primo piano nella gestione di una struttura museale. “Quando presentai domanda per la direzione del Museo Egizio e mi chiedevo, nel caso avessi assunto il ruolo, quale sarebbe stata la mia priorità assoluta, la risposta è stata: ricerca”. Secondo Greco un museo non può essere considerato solo l’insieme della cultura materiale contenuta all’interno delle vetrine. Un museo dev’essere concepito come centro di ricerca. “L’articolo 9 della Costituzione parla di patrimonio culturale e di ricerca tecnico-scientifica. Un museo non esiste senza ricerca. La tutela nemmeno. La ricerca dovrebbe essere l’elemento primario, perché senza conoscenza non posso salvaguardare la cultura materiale. Senza ricerca non posso avere dei contenuti da comunicare, senza ricerca il museo muore”. Da queste premesse parte qualsiasi processo di valorizzazione e in questo modo il museo diventa entità dinamica, perché un museo deve continuamente rinnovarsi e produrre contenuti.

Spesso si contrappone la tutela alla valorizzazione e si separa la ricerca dalla valorizzazione. “In realtà la dicotomia tra tutela e valorizzazione non esiste e io la vorrei declinare con una parola: ricerca (e conoscenza). Chi ha il dovere di custodire il patrimonio culturale ha il dovere di fare ricerca”.

Sul concetto di valorizzazione si sofferma anche Cristina Videtta. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio (art. 101) parla di museo come di struttura che acquisisce, cataloga, conserva (parla dunque di tutela in senso generale), ordina ed espone ai fini dell’educazione e dello studio, come se nel momento in cui i reperti vengono esposti e il pubblico entra nel museo la funzione di valorizzazione fosse conclusa. “Valorizzare – sottolinea la docente – significa avvicinare il visitatore a una cultura che può conoscere a vari livelli (da studente, da archeologo etc.), significa soprattutto educare, colmare quel gap che esiste tra un bene culturale e chi ne deve fruire. Questo mi induce a pensare a una valorizzazione a più livelli e si aggancia alla realizzazione di quel principio di uguaglianza contenuto nell’articolo 3 della Costituzione, che rappresenta una delle grandi rivoluzioni della Costituzione del 1948. Si tratta, dunque, di una educazione che si traduce in un impegno considerevole per un’istituzione come il museo, dato che richiede una serie di politiche e di scelte che devono essere rivolte a un pubblico molto diversificato”.

Non sempre, però, il visitatore viene coinvolto in maniera attiva nel contesto museale. “Continuiamo a peccare di autoreferenzialità – sottolinea Greco –. Se le università riescono a stimolare il dialogo con gli studenti e tra colleghi e hanno ormai superato l’idea del docente depositario di un sapere indiscutibile, i musei italiani (e il Museo Egizio in primis) hanno raggiunto questo obiettivo solo in maniera parziale”. I musei americani hanno introdotto il concetto di museo compartecipativo e i livelli di visita sono molto maggiori rispetto ai nostri. Il fruitore non è passivo, ma partecipa alla vita museale. “Serve alzare il sipario e far vedere quali sono le nostre fragilità, essere onesti su ciò che si sa e non si sa, cercando di stimolare un dialogo”. I musei vengono visti spesso come luogo di conservazione, ma c’è una spinta sempre maggiore soprattutto all’estero a considerarli invece come luogo di innovazione e di sperimentazione sociale, così da consentire al museo di diventare un luogo di incontro e di dialogo.

Un tema, quello del dialogo, su cui insiste il direttore del Museo Egizio. Si dovrebbe avviare un dialogo maggiore anche tra chi gestisce i beni culturali e chi scrive le leggi e definisce le norme, che riesca a far percepire di più le esigenze del settore. E non si esime nemmeno dal lanciare la sfida della valutazione anche in ambito museale, come del resto già avviene in altri settori tra cui quello universitario.

Monica Panetto

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