CULTURA

Cosa si nasconde dietro al successo di un romanzo autopubblicato

Mentre il cielo sopra di noi sembra implacabilmente destinato a tingersi di cinquanta sfumature di grigio, tanto è poderosa, anche in Italia, la promozione del pornoromantico romanzo di E.L. James (uscito qui per Mondadori), vale la pena di ripercorrere la vicenda dei suoi non lontani esordi, prima che diventasse il più fulmineo bestseller mai registrato dalla storia dell'editoria (trentuno milioni di copie nell'arco di pochi mesi) e battesse il record all'apparenza ineguagliabile di Harry Potter. E anzi, proprio da un confronto con Harry Potter, è il caso di prendere le mosse per osservare più da vicino questo ennesimo “fenomeno” editoriale e capire quanto è cambiato il mondo del libro in quindici anni.

Tutti ricordiamo la meravigliosa “fiaba” di J.K. Rowling povera mamma single e disoccupata: le lunghe ore trascorse in un caffè a scrivere il primo libro della saga, l'acquisizione del testo da parte di un agente letterario lungimirante, Christopher Little, il rifiuto di dodici editori, poi l'uscita – era il 1997 – per la (allora) piccola casa editrice Bloomsbury e infine l'asta a sei cifre per la pubblicazione negli Stati Uniti. Il copione del perfetto bestseller, che da allora editori e agenti di tutto il mondo hanno cercato, quasi sempre invano, di imitare. Ma anche, imprevedibilmente, una storia che potrebbe appartenere a un passato ormai chiuso.

Come è diversa, infatti, la vicenda delle Cinquanta sfumature di grigio! In principio non abbiamo più, come nel caso di Rowling, una “geniale” intuizione (“ero su un treno per Londra quando mi venne in mente una storia ambientata in una scuola per maghi” avrebbe raccontato in seguito l'autrice di Harry Potter), bensì un'altra saga ipervenduta, Twilight, e una delle migliaia di fan fiction da essa scaturite e pubblicate a puntate su siti specializzati. Nulla inizialmente lasciava pensare alla quarantaseienne casalinga (ex funzionaria televisiva, però) E.L. James, nom de plume  “Snowqueens Icedragon”, che il suo Master of the Universe, rivisitazione in chiave soft-erotica della storia del vampiro Edward Cullen e della sua Bella, si sarebbe trasformato in una gallina dalle uova d'oro. Sono stati i commenti dei lettori, tutti concentrati sugli aspetti erotici del testo, a far intuire alla scrittrice che questa sua (fan) fiction avesse potenzialità non disprezzabili. Eppure, anche a questo punto, James non ha cercato un agente o un editore. No, dopo avere trasferito il romance in un sito tutto suo, FiftyShades.com, lo ha riscritto nella forma attuale, una trilogia, attribuendo ai protagonisti i nomi che avrebbero poi mantenuto (Christian Grey e Anastasia Steele). E in questa versione definitiva ha pubblicato nel maggio 2011 il primo dei tre “capitoli” come ebook e come tascabile da stampare a richiesta (print-on-demand) con una casa editrice “virtuale” australiana, The Writers' Coffee Shop, che ha diffuso lo scorso settembre la seconda parte (Fifty Shades Darker) e nel gennaio di quest'anno la terza (Fifty Shades Freed). Segue il successo planetario che tutti ormai conosciamo.

Per quanto clamoroso, il caso di Cinquanta sfumature di grigio è preceduto da altre storie di successo nell'ambito del self publishing. Secondo Eugenia Williamson, autrice di un documentato reportage sul tema per Phoenix, “tutto è cominciato con Still Alice”: nel 2008, dopo essersi vista sbattere la porta in faccia da una marea di agenti,  Lisa Genova, neuroscienziata laureata a Harvard, ha autopubblicato il suo romanzo (storia di una docente universitaria cinquantenne che scopre di avere l'Alzheimer) ed è finita dritta dritta al quinto posto dei bestseller del “New York Times”, passando poi a un editore titolato come Simon and Schuster (in Italia il romanzo è uscito da Piemme con il titolo Perdersi). Casi simili sono sempre più frequenti, tanto che, scrive Williamson, “gli agenti letterari avveduti oggi setacciano le pagine di Amazon in cerca di autori autopubblicati che mostrino di avere un buon livello di vendite”.

In meno di cinque anni, però, e il caso di E.L. James è sintomatico, sono sempre più numerosi gli autori che non vedono l’autopubblicazione come un ripiego in attesa del riconoscimento della grande editoria. Nella sua inchiesta Williamson cita il giallista J.A. Konrath che già nel 2009 aveva fatto rumore, affermando di essere in grado di mantenersi grazie alle vendite dei suoi romanzi, tutti rigorosamente self- published. Oggi Konrath è diventato il profeta di una rivolta degli scrittori contro le case editrici “di carta”, da lui descritte come sanguisughe pronte a tutto, pur di sottrarre agli autori il frutto del loro sudore. In realtà, argomenta Eugenia Williamson, le cose non stanno così. Anche senza considerare l’utile filtro operato (si auspica) dai lettori esperti di una casa editrice, per uno scrittore autopubblicato che emerge, ce ne sono migliaia che restano nell’ombra, dopo avere investito tempo, energie e denari per far circolare il loro libro. E soprattutto, la “vecchia” industria editoriale – grazie ai libri di maggior successo – poteva permettersi di mettere in vendita e promuovere anche titoli più difficili, lenti nell’affermarsi o rivolti a un pubblico meno generalista. Nel nuovo regime auspicato da Konrath e  all’apparenza sempre più diffuso, “blogger non pagati scrivono iperboliche recensioni di libri pagati dagli autori. Di tanto in tanto uno diventa ricco, gli altri ravvivano le loro speranze e il ciclo continua. Chi ne profitta? Qualche fortunello e Amazon, la più grande di tutte le corporations”.

Un bel paradosso, in effetti.

 

Maria Teresa Carbone

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