CULTURA

Storia sentimentale della scienza

Quando si pensa a poeti e scienziati, si immaginano mondi distanti. Il poeta a caccia di ispirazione e parole forbite da imprimere sulla carta, lo scienziato stretto in un camice da laboratorio tra formule e provette. Mosso dalle passioni il primo, guidato dal raziocinio il secondo. Eppure poeti e scienziati hanno in comune più di quel che si pensi. E i poeti forse intuiscono, o forse “pre-vedono”, le leggi della natura ancor prima degli scienziati.

Marco Malvaldi, scrittore e chimico di formazione, ne parla diffusamente nel suo ultimo libro, L’infinito tra parentesi. Storia sentimentale della scienza da Omero a Borges (Rizzoli 2016). “Ben prima degli studi di Maxwell sul tempo di rilassamento dei liquidi, Lucrezio intuì che molecole di lunghezza differente scorrono con tempi differenti. Anche Gozzano, in una delle sue poesie più belle, descrive con precisione l’imprevedibilità di una crepa… E questo molto prima che i matematici dimostrassero l’assoluta impossibilità di predire l’evoluzione di alcuni sistemi”. E gli esempi potrebbero continuare. 

Malvaldi comincia sempre dalla poesia. Ognuno dei dieci capitoli in cui è articolato il testo è preceduto di volta in volta da una manciata di versi tratti dall’Odissea di Omero o dall’Inferno di Dante, o da interi componimenti, come la Ballata di Ernesto Regazzoni, Un lettore di Jorges Luis Borges,Vento e bandiere di Eugenio Montale.

Su questi componimenti l’autore indugia per qualche momento, ma non per vezzo stilistico. Quasi senza accorgersene il lettore saltella dalla poesia alla scienza e viceversa, come se l’una fosse intimamente legata all’altra. Così ci troviamo a camminare nel deserto, in mezzo alla sabbia, a scorgere il “volto smangiato”, le “ciglia aggrottate” il “labbro corrugato” della statua di Ozymandias nella poesia di Percy Bysshe Shelley, ci scopriamo a riflettere sullo scorrere inesorabile del tempo. Una pagina dopo siamo all’università del Queensland in Australia, dove John Mainston segue uno degli esperimenti più lunghi della storia, la dimostrazione che la pece pur sembrando solida è in realtà liquida. E impariamo che ad alcuni liquidi serve molto tempo per muoversi. Sull’argomento, si è visto, ha ragionato James Clerk Maxwell nel 1867, ma ben prima di lui l’autore del De rerum natura e il cerchio si chiude: “Vediamo il vino traversare il filtro in un istante, / mentre il pigro olio non passa che lentamente; / perché formato da elementi più grandi o più uncinati e tra loro intricati, / che non possono separarsi abbastanza rapidamente / per scorrere ad uno ad uno separatamente”. Il concetto di tempo fa da filo conduttore, si affaccia, cambia strada, ritorna.

La poesia dunque introduce, intuisce, anticipa, in un gioco di rimandi con la scienza. A partire da L’acqua della poetessa polacca Wisława Szymborska, Malvaldi racconta del biochimico Jacques Benveniste che, con un articolo pubblicato su Nature nel 1988, introduce il concetto di “memoria dell’acqua” per spiegare i presunti effetti dell’omeopatia. Ma per farci capire quanto ci sia di realmente fondato in questa storia, l’autore comincia dall’inizio e spiega cosa sia l’acqua partendo da atomi e molecole. Il lavoro di Benveniste ebbe vita breve, nonostante non manchi chi ancora sostiene le sue teorie. “Per coloro che pensano che l’opinione di uno scienziato così autorevole debba essere trattata con rispetto – sottolinea l’autore – mi corre l’obbligo di ricordare come il conferimento di un premio Nobel non impedisce al premiato di dire stronzate aberranti sulla materia specifica per cui è stato insignito”. 

Da ciò, secondo Malvaldi, deriva l’importanza che la storia del pensiero scientifico assume per la scienza stessa: il passato e la tradizione certo contano poco nello studio materiale della realtà, ma diventano fondamentali per imparare dagli errori compiuti da altri scienziati. Ed è necessaria, a chi fa ricerca, quanto la ricerca stessa. 

Leggendo L’infinito tra parentesi, si percorrono molte strade e si conosce qualcosa in più sulla genetica, sulla scienza dei materiali, sulla chimica, sulla neurologia. Ma anche su scrittori che hanno fatto la storia della letteratura italiana ed estera. Non ha importanza che il lettore sia digiuno di questi argomenti: Malvaldi lo accompagna, con uno stile a tratti sfrontato, irriverente e sempre senza fronzoli, a scoprire personaggi, luoghi, ingranaggi. Il filo del suo ragionamento è preciso e puntuale, come quello dello scienziato, e partecipato, “sentimentale”, come ogni poeta che si rispetti, perché i due aspetti sono comunque essenziali: “Rifiutarci di usare il ragionamento matematico, la geometria, il numero, significa costruire nel nostro cervello strutture ambigue, se non addirittura sbagliate. Rifiutarci di usare le emozioni significa costruire con lo sputo, invece che col cemento. Credere di poter fare a meno di uno di questi due elementi, a mio modesto avviso, sarebbe allo stesso tempo triste e cretino”. 

Monica Panetto

 

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