CULTURA

I tre volti della Cina

Quando visitiamo il villaggio abbandonato di Guanzhou nella piazza principale troviamo il segno dei botti del capodanno cinese, la carta rossa dei petardi è dappertutto. Ci sono cani da guardia e il pesce di stagno lasciato ad asciugare al sole, appeso tra i panni. Vicino al laghetto che chiude uno dei lati della piazza troviamo i recinti con le oche; i polli vanno da tutte le parti e non temono la nostra presenza, le radici aeree del caucciù disegnano dei tendaggi sull'acqua.

Di quelli che furono quattro templi, o dimore degli avi - questo non sono in grado di comprenderlo - uno solo raccoglie ancora le volute dell'incenso. L'odore intenso fa dilatare le narici. Lo spazio è rischiarato solo da due piccoli lucernari ingialliti dalla patina del fumo, è un luogo buio e umido, capace di dare ristoro – la luce del sud della Cina è lattea ed è diffusa uniformemente dalla perenne foschia. Ogni suono, da quello dell'autostrada poco distante ai cantieri dei nuovi compound a quello degli animali e degli uomini, si ferma sulla soglia, non entra in questo edificio. Due templi, quelli vicini alla sommità della collina, sono del tutto abbandonati – i pannelli di legno decorato giacciono a terra, tra le felci e le piante dalle radici aeree; dove erano gli altari e le effigi del Buddha il volto di Mao si sta scolorendo, sono le memorie della Rivoluzione culturale che abbandonano questo Paese. La farmacia della medicina tradizionale cinese ora è invasa dai rampicanti, c'è ancora l'armadio dei farmaci e c'è paglia nei circa quaranta cassetti, i flaconi di vetro soffiato sono ancora disposti sui ripiani. La polvere copre tutto, sbiadisce. Brillanti, invece, sono i colori degli innumerevoli pezzi che i writer cinesi hanno lasciato in questi luoghi, questa è una hall of fame per la Street-art di Guangzhou, la megalopoli che gli europei chiamavano Canton e che non dista molto. Sulle pareti interne del tempio ci sono grandi murales rossi e argentati e qualche tag, non so quale writer abbia dipinto un volto rosso alto due metri accompagnato dalla didascalia “class action”.

Gli studenti delle scuole d'arte della vicina Xiaozhou vengono da queste parti per trovare ispirazione, i fotografi di moda usano spesso questa cornice per i loro servizi; oggi ce n’è uno che sta facendo delle foto a una ventenne vestita da angelo, tra uno scatto e l'altro dà un tiro a un grosso sigaro. I ragazzi del centro vengono qui a giocare a soft-air, a rincorrersi per i ruderi giocando alla guerra, si sparano con pistole e fucili a pallini di plastica.

Il tempio più grande vede i suoi cortili trasformati in orti – c'è la lattuga, la menta, ci sono i fiori dell'aglio e della cipolla. Tra le sue colonne sono state tirate delle corde per appendere i panni ad asciugare e poste, per lo stesso motivo, delle strutture di bambù.

Il villaggio abbandonato di Guanzhou, in realtà, ha ancora un residuo di popolazione, in tutta l'area risiederanno tre, quattro famiglie – la loro vita è sobria e segue il ritmo delle stagioni, sono cordiali e sorridenti. In mezzo al bosco che chiude uno dei lati del villaggio hanno ricavato degli spazi per far crescere la papaia, ogni porzione di terra che non sia ricoperta da macerie e che, allo stesso tempo, non disti troppo dall'acqua, viene coltivata. Circa dieci anni fa il governo ha espropriato e abbattuto le costruzioni più moderne di quest'area, e la popolazione originaria di Guanzhou si è trasferita nei villaggi vicini.

Guanzhou, a detta del pittore che ci sta facendo da guida, ha un'origine remota nel tempo, il primo insediamento pare risalga alla dinastia Song (960-1279 d.C.); ora le macerie delle case abbattute dalla benna riempiono i vicoli, in certe zone arrivano all'altezza dei balconi del primo piano. Alcune costruzioni sono irraggiungibili, la vegetazione subtropicale è dilagata piantando le sue radici anche nei luoghi più bui. I tetti lobati dei templi cantonesi sono ricoperti da fiori arancioni, sulle mura di quella che fu una scuola rurale e uno studio medico è cresciuta la felce. Dirigendoci verso la fermata della metropolitana, che passa vicino, abbiamo modo di vedere la città di Guangzhou. Si sta avvicinando, Guangzhou: i suoi grattacieli, alcuni alti più di 200 metri, sono avvolti dalla foschia, alcuni di loro hanno, meno di dieci anni fa, sostituito la campagna con la modernità imponendo il loro profilo a tutto il territorio circostante. I cantieri sono dappertutto, è un processo di urbanizzazione che non conosce sosta; da un giorno all'altro, l'aspetto di tutto ciò che ci circonda cambia.

Francesco Terzago

Nuova e vecchia Guangzhou. Foto di Francesco Terzago

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