SOCIETÀ

Taiwan al voto: una sfida dai risvolti internazionali

L’elezione del prossimo presidente di Taiwan è uno dei passaggi più cruciali e delicati del 2024, con un’altissima posta in gioco. Dal voto di domani, 13 gennaio, dipenderà anzitutto il futuro dell’isola, 80 miglia dalla costa sud-est della Cina, divenuta baluardo d’indipendenza e di democrazia dell’intera Asia, 23 milioni di abitanti, ventunesima economia mondiale e leader indiscussa nella produzione di microchip: se proseguirà nel suo legittimo percorso di autonomia, che va avanti dal 1949, dal termine della dominazione del Giappone (che si ritirò da Taiwan dopo la sconfitta nella seconda Guerra Mondiale, lasciando l’occupazione “legale” dell’isola agli Stati Uniti) o se invece accetterà di fare un passo verso Pechino, che ormai da anni proclama e minaccia l’annessione di Taipei “con le buone o con le cattive”, come se fosse un passaggio dovuto (e non è così: qui la ricostruzione storica di quanto avvenne e la successione dei trattati che ne decretarono l’indipendenza). Il presidente cinese Xi Jinping continua invece a battere sul punto, come se la ripetizione ossessiva di un concetto bastasse a renderlo legittimo. E nel suo discorso di fine anno ha ribadito: «La riunificazione della madrepatria è un’inevitabilità storica». Assai più prudente la posizione ufficiale degli Stati Uniti, che restano in attesa: «La nostra forte aspettativa e speranza è che queste elezioni siano libere da intimidazioni o coercizioni, o interferenze da tutte le parti», ha dichiarato l’ambasciatore degli Stati Uniti in Cina, Nicholas Burns. «Gli Stati Uniti non sono coinvolti e non saranno coinvolti in queste elezioni». Prudenza giustificata proprio dall’altissima posta in gioco. Il voto di domani potrebbe in teoria precedere, o al contrario disinnescare, l’uso della forza da parte di Cina e Stati Uniti, due tra le più attrezzate, e potenzialmente letali, superpotenze militari al mondo.

Un conflitto minacciato, ma che nessuno vuole

La strategia di Pechino è chiara: sta tentando apertamente di condizionare il voto per “mettere le mani” (anche economicamente) sull’isola e ampliare il proprio dominio sul Mar Cinese Meridionale. Funzionari del Partito Comunista Cinese hanno definito le elezioni come «una scelta tra la guerra e la pace» attraverso lo Stretto, avvertendo che «qualsiasi tentativo di spingere per l’indipendenza di Taiwan significherebbe scatenare un conflitto». Conflitto che in realtà nemmeno Xi Jinping vuole, perché sa perfettamente che avrebbe costi altissimi e conseguenze inimmaginabili. Le minacce sono gratis, mentre un’esplicita azione unilaterale cinese non potrebbe che innescare una reazione della Casa Bianca (Biden l’ha promessa), che già sostiene militarmente Taiwan, al punto che nel marzo dello scorso anno il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha approvato un’ulteriore vendita di armi e attrezzature per 619 milioni di dollari, compresi missili aria-aria. E difatti, dopo anni di “rivendicazioni”, di manovre di disturbo e di minacce più o meno velate, la situazione è ancora in una fase di stallo: un braccio di ferro sostanzialmente verbale, al netto di qualche scaramuccia più d’immagine che di sostanza. L’Economist, pochi giorni fa, fotografava così la situazione attuale: «La Cina comunista non ha mai governato l’isola democratica, ma la rivendica ancora come suo territorio e si rifiuta di escludere un attacco militare. Quasi ogni giorno la Cina invia aerei da guerra nello Stretto di Taiwan. Mentre l’America sta intensificando le esercitazioni militari con i suoi alleati in tutto l’Indo-Pacifico. Il prossimo presidente di Taiwan sarà al centro di rivalità tra superpotenze». Perciò l’obiettivo primario per Xi Jinping, oggi, sarebbe favorire l’insediamento a Taipei di un governo “favorevole al dialogo”, aprendo la strada per una riunificazione più o meno rapida, magari inizialmente più blanda di quanto minacciato (sul modello Hong Kong, per intenderci: ma al prezzo della rinuncia di tutte le libertà proprie della democrazia). Il massimo del risultato senza correre rischi militari. E intanto, a poche ore dal voto, intensifica la pressione minacciando nuove restrizioni commerciali nei confronti dell’isola.

La scelta, per gli oltre 19 milioni di elettori taiwanesi, è tra tre candidati. Il più forte, stando anche agli ultimi sondaggi(proibiti per legge nei 10 giorni che precedono il voto) è Lai Ching-te, un ex medico noto anche con il nome di William Lai, del Partito Democratico Progressista (DPP), e vice della presidente uscente Tsai Ing-wen, eletta nel 2016 e non più candidabile per un terzo mandato, stando alle regole fissate dalla Costituzione. William Lai Ching-te, già bollato dai cinesi come un “piantagrane e pericoloso separatista”, proseguirebbe nel solco tracciato dalla presidente uscente: difesa strenua dell’autonomia dell’isola, respingimento delle pretese della Cina, legame sempre più stretto con gli Stati Uniti. Il suo rivale più accreditato è Hou Yu-ih, un ex poliziotto (nel 2006 era a capo dell’Agenzia nazionale di polizia di Taiwan), leader del partito nazionalista Kuomintang (KMT), da sempre contrario all’indipendenza dell’isola e sostenitore dell’identità cinese degli abitanti. Hou Yu-ih, ex sindaco di New Taipei City, si presenta come “moderato”: sostiene di voler consolidare i colloqui con il Partito Comunista Cinese e si propone di ridurre le tensioni tra le due sponde dello Stretto. «La pace è la nostra direzione e la democrazia la nostra bussola», ha più volte dichiarato. È lui “l’uomo del dialogo” che Pechino cerca di spingere alla presidenza di Taiwan. Il terzo candidato, infine, è Ko Wen-je, fondatore del Partito Popolare di Taiwan (TPP). Anche lui ex medico ed ex sindaco di Taipei, sta tentando di assumere una posizione intermedia rispetto agli altri candidati: senza “provocare” la Cina ma anche senza sottomettersi completamente all’ingerenza di Pechino. «Non si può solo continuare a dire no alla Cina, perché dopo il no non c’è un altro passo», ha dichiarato Ko Wen-je. «Ma non si può essere solo obbedienti al grande vicino: ci vuole un presidente che sappia stare nel mezzo». Come possa essere attuata, nel concreto, questa “terza via” non è ancora chiaro, ma le posizioni del TPP appaiono sostanzialmente simili a quelle del Kuomintang. Tra i due partiti c’era stato anche un tentativo di alleanza, unire le forze per sconfiggere il partito Progressista, ma le trattative sono naufragate sulla scelta di chi dovesse essere il presidente e chi il vice.

Le “manovre” di Pechino per far perdere i progressisti

I sondaggi, per quanto fluttuanti, dicono che al momento è in testa il progressista, e indipendentista, William Lai Ching-te, con il 36% delle preferenze, davanti a Hou Yu-ih, con il 31%, e a Ko Wen-je, accreditato di un 24% dei voti. Bisogna anche tener conto che le elezioni presidenziali a Taiwan si basano sul sistema diretto definito “first-past-the-post”: vale a dire che chi prende più voti è eletto, senza ulteriori ballottaggi. Oltre al presidente e al vicepresidente (il mandato dura quattro anni), saranno eletti anche i 113 membri dello Yuan legislativo, la Camera unica della Repubblica di Cina (nome ufficiale di Taiwan). Gli scenari sono definiti: se a prevalere sarà Lai Ching continuerà il braccio di ferro tra Cina e Taiwan (e Stati Uniti). Se invece dovesse vincere il candidato del Kuomintang, Hou Yu-ih, Pechino vedrebbe la realizzazione del primo tassello che, con i tempi necessari, potrebbe/dovrebbe portare Taiwan sotto la diretta influenza del PCC, il Partito Comunista Cinese. Pacificamente. Democraticamente.

Tutto sta a capire quanto “democratico” sarà il voto di sabato prossimo, o quanto invece sarà condizionato dall’ingombrante vicino. Secondo i servizi segreti taiwanesi, come riporta l’agenzia Reuters, alti dirigenti cinesi hanno tenuto una riunione all’inizio di dicembre per “coordinare” gli sforzi del governo per influenzare le prossime elezioni, al fine di spingere gli elettori verso i candidati che propongono legami più stretti con la Cina. Sempre la Reuters scriveva, il mese scorso, che Pechino aveva sponsorizzato viaggi a prezzo ridotto in Cina per centinaia di politici taiwanesi, proprio come elemento di una “strategia della pressione”. Che peraltro la legge di Taiwan vieta esplicitamente: al punto che alcuni pubblici ministeri nel sud di Taiwan hanno avviato indagini su 22 persone, e tra di loro ci sono anche politici, per sospette violazioni delle leggi elettorali e sulla sicurezza. Pochi giorni fa il ministero degli Esteri taiwanese ha annunciato che sta raccogliendo prove e documentazioni in merito ai tentativi della Cina di interferire nelle elezioni, e che dopo il voto il dossier sarà reso pubblico. Lo scorso ottobre la Cina aveva lanciato un razzo verso Taiwan per spingere in orbita un satellite di telerilevamento, lo “Yaogan-39”, abitualmente usato per scopi militari. Mentre è di poche ore fa la denuncia del ministero della Difesa relativa a quattro palloni aerostatici cinesi che hanno sorvolato l’isola, in violazione dello spazio aereo. I funzionari del governo taiwanese hanno definito gli incidenti “una seria minaccia” per le rotte aeree e “una forma di molestia”. Nel febbraio dello scorso anno gli Stati Uniti arrivarono ad abbattere un gigantesco pallone aerostatico cinese sorpreso a sorvolare il Nord-America, sostenendo che stava spiando, e dunque raccogliendo informazioni sensibili, dai principali siti militari.

La Casa Bianca sceglie, per ora, la prudenza

Gli Stati Uniti, nel frattempo, restano in attesa. In una situazione che si potrebbe descrivere come “neutralità interessata”. Perché è vero che la Casa Bianca potrebbe “tifare” (e probabilmente, sotto traccia, lo fa) per il candidato progressista, che garantirebbe la prosecuzione dello status quo. Ma è vero anche che il voto non sarà comunque un plebiscito. Il candidato che sarà eletto alla presidenza non avrà la maggioranza dei voti. Quindi gli Stati Uniti non vogliono schierarsi con una sola parte, proprio per non rischiare di rimanere “tagliati fuori” in caso di vittoria, ad esempio, del candidato del Kuomintang. Ryan Hass, analista politico, direttore del China Center presso il centro di ricerca Brookings Institution, con sede a Washington, ha appena scritto un articolo per il Taipei Times: «I membri dell’amministrazione Biden riconoscono che dovranno lavorare con chiunque gli elettori di Taiwan eleggano», scrive Hass. «Non sanno chi vincerà le elezioni di Taiwan. Sanno semplicemente che dovranno costruire una relazione ad alto funzionamento con chiunque vinca. Questo imperativo è un fattore chiave negli sforzi di Washington per sostenere l’imparzialità nel processo elettorale. Inoltre a Washington non c’è molta convinzione nel considerare le elezioni di Taiwan come una scelta tra guerra e pace o tra democrazia e autocrazia. L’approccio di Washington a Taiwan è guidato da diversi interessi chiave a lungo termine, il principale dei quali è il desiderio di sostenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan. L’interesse di Washington non è quello di partecipare emotivamente, o al contrario di porsi come variabile critica nell'esito elettorale di Taiwan. Si tratta di fare un passo indietro, di respingere qualsiasi interferenza esterna da parte di altri, di dare al popolo di Taiwan lo spazio per decidere, e poi di portare avanti il rapporto con chiunque essi eleggano. Anche se restano i rischi reali di un incidente militare o di un'intensificazione della pressione militare cinese contro Taiwan».

La parola passa ora agli elettori taiwanesi. Per i quali la questione dell’indipendenza, pur fondamentale, non è l’unico elemento sul tavolo, per preferire un candidato all’altro (anche se permane un forte sentimento di appartenenza, con il 62% dei cittadini che si dichiara “soltanto taiwanese”, e non cinese). Come dire: l’elezione del futuro presidente non può essere ridotta a un semplice referendum pro o contro Pechino. Ci sono anche questioni economiche, assai importanti, che il candidato vincente dovrà affrontare. A partire dall’inflazione in aumento: non enorme rispetto ad altre nazioni, +2,48% su base annua nel 2023, ma con conseguenze più marcate su determinati prodotti, come le uova, molto richieste sul mercato (e la domanda interna è superiore alla produzione nazionale). Poi il calo generalizzato dei salari, l’aumento del costo degli alloggi, ma anche la qualità dei servizi di assistenza a favore degli anziani e dei bambini. Un altro dei temi sui quali si sono confrontati i candidati è la pena di morte, tuttora in vigore a Taiwan, anche se dal 2016, anno d’insediamento dei progressisti al governo, ne sono state eseguite soltanto 2. Il candidato del Kuomintang, Hou Yu-ih, apertamente favorevole alla legge capitale, ha accusato lo sfidante Progressista Lai Ching-te di aver assunto una posizione opportunistica, non cancellando la legge ma di fatto non applicandola. E definendola «l’ultima linea di difesa contro il crimine». I nazionalisti del Kuomintang hanno accusato apertamente il governo uscente di corruzione, anche se Taiwan, nell’ultima rilevazione di Transparency International, ha mantenuto il suo 25° posto su 180 paesi al mondo. Se i Democratici Progressisti dovessero vincere, sarebbe la prima volta che il partito indipendentista conquista la guida del paese per il terzo mandato consecutivo, dal 1996, da quando Taiwan ha scelto di abbracciare la democrazia.

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