CULTURA

La nuova Primavera degli Uffizi con Eike Schmidt

di Daniele Mont D'Arpizio

Eike Schmidt nel 2019 lascerà la direzione delle Gallerie degli Uffizi, il più importante museo italiano, per andare a guidare l’altrettanto prestigioso Kunsthistorisches Museum di Vienna. Al momento però lo storico dell’arte tedesco – alle spalle esperienze alla National Gallery of Art di Washington, al Getty Museum di Los Angeles e alla casa d'aste Sotheby’s – non pensa ancora al nuovo passaggio che lo aspetta: “Mi sono alzato stamattina alle quattro e mezza per mettermi al lavoro e nel pomeriggio, invece di godermi i vostri capolavori di Giotto o al Santo, sarò già di nuovo nel mio ufficio a Firenze. Ci sono ancora tante cose che voglio fare prima di terminare il mio mandato”.

Lo studioso è a Padova  per partecipare, assieme al direttore generale Musei del MiBACT Ugo Soragni e alla docente di diritto amministrativo dell’università di Padova Patrizia Marzaro, al seminario organizzato nell’ambito del corso di alta formazione “La dimensione giuridica dei beni culturali. Temi del presente e prospettive”. Si tratta di un percorso di studi unico in Italia, che intende offrire agli operatori del settore un’opportunità di aggiornamento e di approfondimento dei profili giuridici dell’organizzazione, della tutela e della valorizzazione dei beni culturali.

“Lavorare in Italia e in particolare agli Uffizi è un’enorme privilegio, ma al tempo stesso anche una responsabilità – spiega Schmidt a Il Bo Live nel suo italiano perfetto –. Permette di lavorare in un contesto unico al mondo, ricco di beni culturali come nessun altro. D’altro canto, soprattutto da un punto di vista gestionale, si è constatata ormai da molti anni una certa disfunzionalità e una calcificazione delle strutture. Su questo abbiamo agito e stiamo agendo assieme ai nostri collaboratori, molti dei quali sono agli Uffizi da decenni e sono la nostra memoria storica”.

Dal 1° gennaio 2016, a seguito delle riforme del Ministro Enrico Franceschini, i grandi musei e i siti archeologici più importanti possono investire una parte dei loro utili secondo le proprie esigenze e senza passare necessariamente per il ministero. “Noi ad esempio stiamo lavorando ai giardini di Boboli, che non venivano restaurati dagli anni ’30, e abbiamo ripulito i bastioni di Palazzo Pitti: non ci si può limitare a reagire solo quando crolla qualcosa”. Eppure nel 2015 ci fu chi storse il naso quando, in seguito a una procedura di selezione internazionale, su 20 direttori dei principali musei italiani furono scelti sette stranieri (tre tedeschi, due austriaci, un britannico e un francese). Ci sono volute tre sentenze del Tar, due del Consiglio di Stato e un’adunanza plenaria del Consiglio di Stato per dire, dopo tre anni, che la procedure seguita era corretta. “All’estero questa è stata percepita come una polemica molto provinciale; d’altro canto ha colpito molto il fatto che sia venuta fuori due anni dopo la nomina, non prima che fosse aperto il bando. Se l’Italia si chiudesse in se stessa proprio nel campo della cultura e dell’arte, che fin dal medioevo è sempre stato internazionale, sarebbe senz’altro un autogol”.

Sulla nuova situazione politica comunque per il momento Schmidt non manifesta eccessivi timori: “Sono rimasto molto contento dell’annuncio del nuovo Ministro Alberto Bonisoli, che ha detto che bisogna continuare a investire ancora di più nella cultura. Il Ministro Franceschini è stato il primo a operare questa svolta, tornando dopo decenni a investire di più nella cultura, ma l’Italia spende ancora troppo poco. Ci sono Paesi più poveri di opere d’arte che investono molto di più: non solo Germania, Austria e Francia ma ad esempio anche gli stati baltici, che impiegano fino al 4% del Pil in cultura, educazione e ricerca”.

Per quanto riguarda Padova, lo studioso si congratula per la candidatura a entrare nel Patrimonio Mondiale Unesco come Urbs Picta: “Un’iniziativa che trovo giustificatissima; Padova merita questo status, che comporta una protezione del patrimonio ma anche una sua promozione, in Italia e all’estero, soprattutto presso un pubblico colto e qualificato”.

Questo non significa che musei e istituzioni culturali debbano rivolgersi solo alle élites culturali: “Agli Uffizi abbiamo due milioni e duecentomila visitatori all’anno e sicuramente la maggior parte non sono archeologi o architetti. Del resto sarebbe preoccupante se fosse così”. Il museo insomma come luogo di identità per tutta la società, uno spazio urbano dove educare ed educarsi, anche se magari si è arrivati in città con una nave da crociera o con un viaggio organizzato. Rientra ad esempio in questa visione l’allestimento di una nuova sala dedicata a Raffaello e a Michelangelo, a cui presto se ne aggiungerà un’altra incentrata sull’opera di Leonardo. Misure che hanno ricevuto anche qualche critica, ma che vengono difese dal direttore: “I visitatori non vengono solo a farsi la foto con il cellulare: i nuovi percorsi e allestimenti servono anche a cogliere i dialoghi e i rimandi tra i vari artisti, magari anche subliminalmente. Spesso in passato i musei erano allestiti per un pubblico che aveva già studiato, non erano un luogo per imparare ma per esaminare il pubblico, o per autoesaminarsi. Questi tempi sono passati: anche per lo specialista oggi è molto più interessante entrare in un posto dove si possono fare ancora nuove scoperte”.

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