UNIVERSITÀ E SCUOLA

Uno sguardo femminista, per il bene di tutti

“Il problema del genere è che prescrive come dovremmo essere invece di riconoscere come siamo. Immaginate quanto saremmo più felici, quanto ci sentiremmo più liberi di essere chi siamo veramente, senza il peso delle aspettative legate al genere”. Ripartiamo da qui, da dove ci eravamo lasciati l’anno scorso, dalle riflessioni di Chimamanda Ngozi Adichie raccolte nel piccolo e prezioso saggio Dovremmo essere tutti femministi (Einaudi). Un libro scelto un anno fa, per celebrare l’8 marzo, da Annalisa Oboe, docente di Letteratura inglese e Prorettrice alle Relazioni culturali, sociali e di genere dell’Università di Padova. Una lettura che non invecchia e ci invita a (ri)considerare il ruolo della donna oggi.

Professoressa Oboe, un anno dopo, torniamo a chiederci quale sia il significato profondo della parola “femminista”.

“Partiamo dalla considerazione più importante: io credo che dovremmo essere pari, ognuno dovrebbe poter accedere agli stessi diritti, come uomini e come donne dovremmo vivere in un mondo in cui sentirci liberi, rispettando la libertà degli altri. Partendo, per esempio, da un lavoro pagato in maniera equa, evitando la ‘femminilizzazione’ delle pratiche di assunzione e di precariato. Essere femministi vuol dire lavorare perché discriminazioni e iniquità vengano risolte per tutti. Lo sguardo femminista serve per capire le criticità nella vita delle donne, e serve affinché, in un mondo globale sempre più precario, le discriminazioni non si estendano anche agli anziani e ai giovani, a chi appartiene a una determinata classe sociale o a chi da migrante ha perso i diritti del Paese da cui proviene ed è diventato “nuda vita”, come direbbe Giorgio Agamben, nello scenario dei flussi globali. In questo senso, non è più solo la lotta delle donne per le donne, è una lotta globale per un mondo che deve cambiare e riconoscere una fruizione ampia dei diritti”.

Cosa sta accadendo a livello globale?

“C’è un movimento femminista che sta riacquistando forza e voce. Negli ultimi sei mesi sono successe moltissime cose: a partire dalla manifestazione delle donne argentine nell’ottobre scorso, per ricordare e chiedere giustizia per Lucia Perez, sedicenne stuprata e uccisa. Il motto Ni una menos è nato in quell’occasione e si è diffuso, arrivando anche in Italia come Non una di meno. E ancora, lo sciopero delle donne polacche per protestare contro la legge anti-aborto e la più recente marcia negli Stati Uniti contro Trump. Eventi da considerare con attenzione, perché da quando è morto il femminismo storico raramente le donne sono scese in piazza per far sentire la propria voce, per lottare. Quest’anno l’8 marzo in Italia si chiama Lotto marzo e prevede una giornata di sciopero delle donne, per protestare contro la violenza e la violazione dei diritti. Partendo da qui, mi sono chiesta: ma il nostro 8 marzo come deve essere? Ho quindi interpellato le colleghe che in ateneo si occupano di parità di genere, le rappresentanti delle studentesse nella Commissione per la parità che presiedo e una collega coinvolta nel comitato cittadino che promuove la manifestazione in città, in raccordo con i centri antiviolenza, per capire insieme come muoverci. Il clima è sensibilmente cambiato anche a Padova. Quale può essere la posizione dell’ateneo rispetto a queste trasformazioni? Come università non possiamo fare sciopero o scendere in piazza, perché sono i singoli a scegliere se aderire o meno, però non ritengo giusto scoraggiare l’iniziativa. Mi piace infatti l’idea di accogliere le istanze di molte delle nostre studentesse, perché nell’ultimo periodo sono nati dei collettivi interessati alle questioni di genere. In sei mesi il clima mondiale è cambiato e ha trasformato tutti. È straordinario. Rispetto all’8 marzo dell’anno scorso, quando l’affermazione ‘Dovremmo essere tutti femministi’ era sembrata una provocazione utopica, ora sembra tutto cambiato”.

Dunque quest’anno, in ateneo, la Giornata internazionale della donna verrà celebrata un giorno dopo, il 9 marzo, alle 17, in Aula Magna. Lei coordinerà l’evento “C’è del genere nella violenza?”.

“Sarà un’occasione di riflessione e dibattito aperto alla cittadinanza sulla mobilitazione globale dei movimenti delle donne contro la violenza e i diritti violati, un confronto a più voci tra diversi approcci al tema, anche in risposta alle istanze di giovani e meno giovani, studentesse e cittadine scese in piazza l’8 marzo. Cercheremo inoltre di comunicare quanto in università si sta facendo per promuovere i diritti”.

A tal proposito, come si sta muovendo il nostro ateneo?

“Esiste un Piano di azioni positive, un documento approvato nel marzo 2016 che risponde a una normativa nazionale che promuove la parità di genere o il contrasto alle discriminazione e al mobbing nelle istituzioni. Individuando quattro ambiti, abbiamo steso questo piano che prevede buone pratiche e interventi là dove vengano notate delle criticità. Sono azioni positive che hanno un tempo preciso, non si tratta di piani strategici decennali. Il primo punto riguarda la raccolta e l’analisi di dati per il bilancio di genere, strumento indispensabile perché solo raccogliendo dati precisi si può capire dove non c’è ancora parità di genere, e di conseguenza intervenire per ‘mettere a sistema’ la parità, per esempio nella progressione delle carriere, nella distribuzione dei fondi per la ricerca, nelle possibilità di condurre progetti internazionali. Altro ambito preso in considerazione è l’ambiente di lavoro, con relativi servizi per la salute, la sicurezza, la trasparenza nella selezione del personale. Poi, ci stiamo muovendo per la formazione e la sensibilizzazione sulla questione dell’accesso ai diritti e sull’utilizzo di un linguaggio gender-sensitive e non discriminatorio nei documenti, negli atti e nella comunicazione dell’università”.

Un lavoro ambizioso che, immagino, abbia trovato anche qualche resistenza…

“Su quest’ultimo punto c’è parecchia resistenza, un’opposizione che ritengo sbagliata e castigante: in molti faticano per esempio a chiamarmi prorettrice, ma noi siamo le parole che usiamo e, nel momento in cui non si segnala la componente femminile in una istituzione, particolarmente in ruoli apicali, si nascondono le donne. Quello che stiamo facendo è un lavoro enorme, perché implica la revisione di documenti, verbali, atti amministrativi, oltre che la stesura di linee guida e la necessità di fare massa critica intorno a questo progetto. Infine, il quarto obiettivo riguarda la conciliazione vita-lavoro, il cosiddetto work-life balance, e il sostegno alla genitorialità e al lavoro di cura. Sembrano azioni positive solo per le donne, ma in una società giusta diventano un sistema di welfare per tutti”.

È stato recentemente pubblicato un bel libro illustrato, nato da un progetto di due autrici italiane, lanciato dapprima negli Stati Uniti, poi arrivato in molti altri Paesi, e diventato un caso editoriale di successo. Si intitola Storie della buonanotte per bambine ribelli e raccoglie le vite di cento donne straordinarie: scienziate, artiste, partigiane, giornaliste, piratesse. Per cambiare le cose bisogna, dunque, partire dall’infanzia, dai sogni e dal talento delle donne di domani…

“Assolutamente sì. Questo bel libro riempie un vuoto con grande lungimiranza e creatività. Ci insegna a guardare le storie delle donne al di fuori di schemi precostituiti, e non solo a storie straordinarie. Se la mia esperienza personale può avere un senso in questo contesto, posso dire che sono cresciuta in una famiglia di quattro donne e un padre amatissimo, che ci ha sostenute con grande forza e convinzione. I miei genitori mi hanno insegnato a credere in me stessa, esortandomi a dare sempre il meglio. Non sono cresciuta con la sensazione di non poter fare quello che volevo solo perché donna. Ho avuto fortuna e non mi sono mai sentita discriminata. Ci sono però molte donne che hanno vissuto esperienze diverse e difficili, le incontro nel mio lavoro di oggi e mi ricordano che c’è molto lavoro da fare”.

Francesca Boccaletto

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