SOCIETÀ

Periscope, un mondo anonimo e senza filtri

Un periscopio che esce improvvisamente in camera tua, nella classe che frequenta tuo figlio, nella strada che percorri per andare al lavoro, e permette potenzialmente a chiunque di affacciarsi nella tua vita. Dall’interno. Si chiama, appunto, Periscope ed è la nuova applicazione per iPhone (lanciata ufficialmente il 26 marzo scorso) che sta facendo molto parlare di sé. Iniziare una diretta streaming in mondovisione non è mai stato così semplice: basta inquadrare con la fotocamera del telefonino e fare tap sullo schermo. Se conYoutube la condivisione di video è diventato un fenomeno di massa,Periscopepromette un passo ulteriore: ciò che prima era appannaggio dei grandi network oggi è virtualmente alla portata di tutti. La cosa bella? L’assenza di filtri. Il pericolo? Sempre l’assenza di filtri. Se la censura per ora è difficilissima (anche se virtualmente non impossibile), lo è allo stesso tempo anche il controllo per impedire la diffusione di contenuti protetti, violenti o eversivi. Per quanto riguarda il primo problema, i media hanno iniziato ad accorgersene lo scorso 2 maggio, in occasione dell’incontro di boxe, definito “del secolo”, tra Floyd Mayweather e Manny Pacquiao: un evento venduto a 90 dollari in pay-per-view. È bastato che alcuni utenti, con lo scopo di ottenere qualche like, inquadrassero il proprio televisore durante la diretta: “All’improvviso ho visto il futuro – ha raccontato la giornalista di Mashable Christina Warren – Ho assistito a metà dell’incontro in inglese e all’altra metà in spagnolo: è stato molto più social e interattivo che collegarsi a uno dei tanti siti di dirette pirata”. 

Per ora Periscopeè disponibile solo per iOs, ma per vedere le dirette streaming non è necessario installarla: basta andare su Twitter e cliccare l’hashtag #periscope. Il ritmo è di una nuova diretta ogni due-tre secondi, mentre in Italia in media si aspettano 2-3 ore: frequenza ancora non altissima, bisogna ancora capire se la app decollerà e soprattutto valutarla alla prova di qualche evento di massa. I primi streaming in cui ci si imbatte sono di utenti che parlano a ruota libera, seduti tranquillamente sul divano di casa o nei posti più improbabili. In un angolo dello schermo c’è il numero degli utenti che stanno visualizzando la diretta; questi a loro volta possono interagire chattando o inviando cuoricini (corrispondenti, più o meno, ai più conosciuti “mi piace” di Facebook). Continuando a scorrere, ecco un tipo che inquadra l’esterno di un tempio mormone in Idaho: 8 utenti collegati. Alcuni ragazzi turchi, visibilmente ubriachi: 15 utenti. È evidente che siamo ancora nella fase di sperimentazione: tanti usano la app giusto per provarla, senza sapere bene perché e senza ancora comprendere le potenzialità del nuovo strumento. A un certo punto, ci si ritrova di fronte una ragazzina, 14 anni al massimo, distesa su un letto. Parla in portoghese, in quel momento la stanno seguendo 19 utenti: altrettante identità anonime protette da nickname. Potrebbero essere chiunque. Gli utenti mandano cuoricini, uno chiede la sua età. Un altro le chiede di aprire la bocca. Insistentemente. Lei dice di no, ma lui continua a postare ossessivo la stessa richiesta. Finché alla fine il collegamento viene chiuso. Chi sarà mai la persona che si nasconde dietro quel profilo virtuale: un coetaneo o un adulto? I pericoli non mancano, soprattutto per gli adolescenti che, spesso, sfruttano l’app per il semplice gusto di esibirsi, di mostrarsi agli altri. Senza aver nulla da dire, senza aver la percezione del rischio. Molti già usano Periscope in classe, uso che potrebbe aprire la strada a insidie ben più gravi, come il cyberbullismo, con le vittime esposte a umiliazioni in diretta, senza filtro, davanti agli occhi di un pubblico incredibilmente vasto. Secondo Telefono azzurro, si stanno moltiplicando le segnalazioni di giovanissimi ripresi a loro insaputa, da coetanei o adulti, in luoghi pubblici, a scuola, per strada. Nella quasi totalità dei casi senza alcuna autorizzazione, calpestando così ogni diritto alla privacy. Dunque chi controlla, chi si prende la responsabilità? Sempre Telefono azzurro nei giorni scorsi ha lanciato un appello per chiedere a Twitter chiarezza sulla policy e su ciò che ne costituisce una violazione e al Garante per una protezione dei dati personali al fine di vigilare sui diritti dei soggetti più deboli. Si è rivolto, poi, anche ai genitori ricordandone le responsabilità: “Hanno il compito-dovere di informarsi su questi strumenti e di educare i propri figli a un uso attento e rispettoso della rete, anche attraverso il proprio esempio. Non lasciamo i ragazzi da soli con uno strumento che non possono essere in grado di gestire, anche se cattura la loro attenzione e accende la loro curiosità”.

Daniele Mont D'Arpizio

Francesca Boccaletto

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