SOCIETÀ

Vita (e morte?) di una startup in Italia

Diventare imprenditori di se stessi costruendo, da zero, un vero e proprio mestiere. In un mercato del lavoro affaticato come quello italiano degli ultimi anni, sembra essere questa la nuova frontiera (almeno tra i giovani) del fare impresa. Stiamo parlando di startup, termine di origine anglosassone con cui si indica un’impresa appena costituita (o attiva da meno di cinque anni), legata alla produzione, sviluppo e commercializzazione di beni o servizi innovativi ad alto valore tecnologico, nata dal progetto di giovani imprenditori e finanziata da investitori. Un nuovo modo di fare impresa che comincia a fare la sua comparsa nel mondo del lavoro italiano di pari passo con il diffondersi degli effetti generati dalla crisi economica. Dopo un primo periodo di incertezza e confusione, a regolamentarne requisiti, vantaggi e agevolazioni è intervenuto anche lo Stato con il decreto legge n.179 del 18 ottobre nel 2012, detto anche ‘decreto crescita 2.0’ destinato a favorire la crescita di questo ‘ecosistema’. Ma non solo. Sono numerose anche le tipologie di finanziamento (a livello regionale, nazionale ed europeo) che si sono diffuse in questi anni e a cui i neo imprenditori possono appoggiarsi per muovere i primi passi verso la propria nuova impresa. E lo stesso vale per i cosiddetti ‘incubatori’ o ‘acceleratori d’impresa’, società di capitali o cooperative che accompagnano la neonata impresa nel processo di avvio fino alla realizzazione vera e propria dell’idea imprenditoriale, sempre più diffusi a vari livelli. E anche dal punto di vista normativo e fiscale, tanto è stato fatto. Dalla disciplina specifica sulle assunzioni, all’esonero dei costi camerali, ai crediti d’imposta, al fondo di garanzia, agli incentivi fiscali e molto altro ancora. Ma questa macchina economica fatica ancora a correre sulle sue gambe.

I dati forniti dal ministero dello Sviluppo mostrano una realtà in movimento, con 6.880 startup innovative (che hanno cioè i requisiti minimi in termini di personale con laurea magistrale, investimenti in ricerca e sviluppo o brevetti) iscritte a marzo di quest’anno nello speciale Registro delle imprese, il 31% in più rispetto al 2016 e il 112% in più rispetto a due anni fa (nel 2014 erano 2716).   Una tipologia di impresa, questa, diffusa sull’intero territorio nazionale e che è principalmente concentrata in Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Veneto. Le città considerate più ‘innovative’ sono Milano con 1.104 startup innovative, Roma con 562, Torino con 260, Napoli con 230. Sono per lo più attive nel settore tecnologico, manifatturiero, dell’energia, nel settore minerario e nel commercio. E se è cresciuto negli ultimi anni il numero di imprese, è salito di pari passo anche quello di soci e dipendenti: 8.669 è il totale dei dipendenti di startup nel 2016, 27.139 invece sono i soci di startup nel 2017. Per quanto riguarda la produzione, invece, secondo i bilanci del 2015 quella complessiva derivante dalle startup innovative si è attestata a 584 milioni di euro, riportando un aumento di 260 milioni di euro rispetto al 2014.

Nonostante i numeri lancino segnali interessanti, queste neo imprese però registrano ancora un alto tasso di mortalità. Secondo uno studio dell’Associazione artigiani di Mestre (CGIA) più della metà delle startup, il 55,2%, non sopravvive oltre i cinque anni (nel 2004, erano il 45,4%).  A pagare il prezzo più alto, sono soprattutto le imprese legate al settore delle costruzioni (62,7%), del commercio (54,7%) e dei servizi (52,9%) e, in particolare, nell’area centro-meridionale del Paese. Al primo posto la Calabria dove il 58,5% delle startup chiude dopo 5 anni di vita. Seguono Lazio, Liguria, Sicilia, Sardegna. E questo perché da una parte faticano ancora molto ad intercettare la domanda di innovazione di cui c’è grande bisogno nel nostro tessuto economico e dall’altra perché  stentano a trovare capitali che le sostengano, soprattutto nel momento in cui raggiungono il successo; ragione per cui sono molte le imprese che arrivate a questo punto, chiudono i battenti in Italia per riaprirle all’estero. Rispetto ai principali Paesi europei, infatti, resta ancora basso in Italia il capitale di rischio investito a favore delle startup che nel 2016 è stato di circa 180 milioni di euro (in Inghilterra nello stesso anno sono stati investiti 7,8 miliardi, 2,7 in Francia e 1,6 in Germania). ‘Perché in Italia la realtà delle startup possa diventare davvero un nuovo modo di fare impresa, c’è bisogno di stringere un legame più forte tra aziende e chi la ricerca e l’innovazione la fa di mestiere, ovvero le università e i centri di ricerca. A questi laboratori di idee, le nostre imprese devono saper attingere per poter trasformare progetti in veri e propri business anche attraverso gli incubatori o acceleratori d’impresa’ spiega Fabrizio Dughiero, prorettore al trasferimento tecnologico ed ai rapporti con le imprese dell’università di Padova oltre che fondatore di spinoff*.

Francesca Forzan

*L'intervista al professor Dughiero prosegue nel box

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