SOCIETÀ

Contro la cultura della violenza

"Le donne hanno un ruolo crescente e sempre più importante nella società indiana. Ma questo progresso, che pure sta avvenendo, non è immune dal dolore delle discriminazioni e delle violenze di genere".

Con queste parole Nirupama Rao, Ambasciatrice indiana negli Stati uniti affronta sul Wall Street Journal del 31 gennaio.un tema sgradito, che affligge il suo paese da troppo tempo, ma di cui si è cominciato davvero a parlare solo da un paio di mesi, grazie alle manifestazioni di protesta sempre più grandi che a New Delhi e a Mumbai hanno chiesto una svolta immediata. Nirupama Rao afferma: "Noi, il popolo indiano, siamo impegnati nella realizzazione di questo cambiamento".

Le statistiche sono allarmanti e impietose: il National Crime Records Bureau (agenzia governativa indiana di statistica criminale) riporta, solo nel 2011, 24.206 casi di stupro, con un aumento del 9% rispetto al passato. Un passato che però ha sempre portato con sé quest'onta. Varie sono le interpretazioni, sociologiche e antropologiche, che hanno attribuito il fenomeno alla storica suddivisione per caste, o alla dimensione pseudo-rurale di villaggi periferici, in cui pagano la propria inferiorità sociale i Dalit, ossia i fuori casta. Gli 'intoccabili'. Se da un lato anche Arundhati Roy, scrittrice indiana e autrice di 'Il dio delle piccole cose' (1997), afferma che il sistema delle caste ('vigente' appunto lontano dai grandi centri urbani) “legittima”, seppur inconsciamente, la violenza contro il genere femminile, dall'altro i recenti avvenimenti che hanno attirato l'attenzione dei media mondiali sembrano però andare in direzione opposta.

Solo nell'ultima settimana di dicembre, infatti, due casi conclamati nelle città più popolose e moderne: a Mumbai (che con Navi Mumbai e Thane conta in totale circa 21 milioni di abitanti), dove il giorno di Santo Stefano Payal Balsara, 21 anni, muore per le coltellate all'addome di un compagno di studi che aveva respinto; e a New Delhi (quasi 14 milioni), durante il veglione di fine anno, quando a una studentessa di 17 anni viene somministrato un sedativo da due ragazzi prima di essere violentata.

Ma a scatenare manifestazioni pubbliche di dimensioni e determinazione mai viste prima - la voce del cambiamento - è stato il delitto di cui è stata vittima a New Delhi Jyoti Sinch Pandey, 23 anni, picchiata e stuprata su un bus privato da cinque adulti e un minore il 16 dicembre. La studentessa, a causa delle gravi lesioni riportate, è morta il 28 dicembre , e al momento è aperto il processo per i cinque maggiorenni, mentre il ragazzo è sotto la giurisdizione del Tribunale dei minori. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza anche nelle città di New Delhi, Bangalore, Calcutta per ricordare la ragazza e pretendere una seria presa di posizione da parte della polizia e del governo indiani. 

In materia di pena, il massimo previsto era l'ergastolo fino a pochi giorni fa: domenica 27 gennaio infatti, l'emanazione delle nuove leggi anti-stupro, firmate dal Presidente Pranab Mukherjee dopo l'approvazione dal gabinetto, modifica il codice penale indiano e stabilisce che, per i casi in cui la vittima è in uno stato di coma prolungato o muore a causa dell'aggressione, verrà applicata al criminale la pena di morte. Le nuove misure prendono in considerazione anche lo stalking, un fenomeno che soltanto da pochi anni è stato riconosciuto come reato nel mondo occidentale (in Italia, giurisprudenza e Cassazione lo hanno introdotto tra i “Delitti contro la libertà morale” del nostro codice penale solo nel 2009), il voyeurismo e le ferite lesioni provocate dall'acido, con cui vengono spesso punite le donne che rifiutano avances indesiderate. 

Alla pena di morte, così come alla castrazione chimica dei responsabili, si è però opposto il giudice della Suprema Corte di Giustizia indiana J.S. Verma, esortando il governo a porre maggiore attenzione all'educazione al rispetto della figura femminile. Dubbi anche da parte di Kavita Srivastava, segretaria per l'Unione dei Popoli per le Libertà Civili, che ha dichiarato: "Ogni paese ormai si muove verso l'abrogazione della pena di morte. L'India non può rimanere al dettame: occhio per occhio". 

Questi nuovi provvedimenti non soddisfano nemmeno i movimenti femministi indiani, che in una lettera aperta al Primo Ministro Manmohan Singh avevano chiesto l'annullamento del decreto, considerato come un umiliante imbroglio. Per le donne indiane, ciò che manca è la lotta reale e preventiva alla violenza: la sensibilizzazione sociale, azioni concrete per cambiare il loro status, l'abbattimento di una barriera persistente che le subordina agli uomini, e che quasi legittima i continui abusi. (1 – continua)

Vittoria De Lutiis

 

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