SOCIETÀ

Ue, per salvarla non bastano i fiori sulla tomba di Spinelli

Il Regno Unito non ha mai amato l’UE, tanto meno l’euro. I suoi rapporti con le istituzioni sopranazionali europee sono sempre stati deboli e conflittuali. Nel più ampio ambito della politica internazionale, la posizione del Regno Unito è da sempre filo atlantica più che europea.

Crisi economica, crisi migratoria, spinte per una maggiore integrazione economica e politica sono tutti fattori che hanno fatto crescere le tensioni all’interno del Regno Unito, tra questo e i paesi europei e le istituzioni sopranazionali europee.

Il referendum del 17 giugno ha segnato il passaggio da una diffusa posizione euroscettica, di separati in casa, al definitivo divorzio dall’UE, nonostante le straordinarie (e improbabili) concessioni che il primo ministro Cameron aveva ottenuto con gli accordi approvati dal Consiglio europeo dello scorso febbraio. I partiti e i movimenti inglesi che hanno voluto la Brexit sono anche quelli che sperano che il progetto di unificazione europea non solo subisca una battuta d’arresto, ma prenda la strada della definitiva disgregazione. Loro alleati sono i partiti xenofobi di estrema destra che si stanno affermando in altri stati membri dell’UE e mettono in discussione i tre pilastri fondamentali della tradizione giuridica europea, e cioè la democrazia, i diritti umani, lo stato di diritto.

A portare acqua al mulino della disintegrazione del progetto europeo ci sono i muri anti-immigrati che i governi di vari stati membri dell’UE vanno costruendo. Da quello ungherese lungo il confine con la Serbia e la Croazia a quello della Bulgaria e della Grecia lungo i rispettivi confini con la Turchia; dalla barriera del Brennero, lungo il confine italo-austriaco, a quello della Slovenia lungo la frontiera con la Croazia, fino a quello che il governo britannico ha annunciato di costruire a Calais con l’accordo del governo socialista francese.

Tra i più devastanti fattori di crisi all’interno del sistema UE c’è anche la politica dell’austerity portata avanti dalla “ideologia del rigore” e dal pensiero unico neoliberista che vede nel governo tedesco e nella Commissione europea i suoi principali protagonisti. Una politica che provoca povertà, emarginazione sociale, disuguaglianze, violazione dei diritti economici e sociali internazionalmente riconosciuti. Una politica che contrasta con i principi dell’economia sociale di mercato sanciti nel Trattato di Lisbona e sui quali si è fino a ieri sviluppato il processo di integrazione economica nel vecchio continente.

Non basta deporre fiori sulla tomba di Altiero Spinelli a Ventotene per salvare il grande progetto europeo. La situazione attuale richiede leader che abbiano la lungimiranza e il coraggio di fare scelte forti, assumendosene tutta la responsabilità. Un segnale in questa direzione viene dal Comitato delle Regioni dell’UE che, con il suo recente parere su “Gli enti locali e regionali e la protezione multilivello dello stato di diritto e dei diritti fondamentali nell’Unione Europea”, sottolinea con forza che “i diritti umani in quanto diritti fondamentali legati al rispetto della dignità della persona umana vengono prima di qualsiasi architettura istituzionale e, nella sostanza, la precedono”. Il Comitato, per sua natura sensibile al principio di sussidiarietà, prende una posizione netta anche sul tema dell’immigrazione quando afferma che “gli enti regionali e locali (...) hanno a che fare con gli individui e i gruppi che risentono per primi delle violazioni dei principi dello stato di diritto o delle restrizioni dei diritti fondamentali. In questo contesto, una particolare attenzione deve essere riservata alla garanzia dei diritti fondamentali universali a tutti gli abitanti, indipendentemente dai diritti e dai servizi che spettano specificamente ai cittadini dell’Unione”. Il parere inoltre parla di un concetto dinamico di stato di diritto “in cui i diritti fondamentali devono assumere anche una dimensione sociale grazie alle politiche che vengono messe in atto”.

Scelte forti e coraggiose sono anche quelle volte a promuovere il completamento dell’integrazione dell’Eurozona con l’Unione politica. Questo significa portare a termine la costruzione dell’unione bancaria, realizzare l’unione fiscale ed economica, creare un sistema sopranazionale di sicurezza e difesa attraverso le cooperazioni strutturate permanenti, approvare un piano straordinario di investimenti per l’Africa e i paesi del vicinato europeo, colmare il persistente deficit democratico della stessa UE.

Per raggiungere questi obiettivi è fondamentale creare nei paesi membri le condizioni necessarie al rilancio del progetto di unificazione europea su basi democratiche, con particolare attenzione alla formazione di nuove leve di leadership politica. E qui entrano in gioco i partiti politici nazionali che sembrano non vedere al di là del loro naso elettoralistico. Sono loro che detengono il “potere reale”. La loro influenza è trasversale alle varie fasi del processo decisionale UE fino ai più alti livelli istituzionali, se è vero che i destini dell’Unione sono nelle mani di leader di partito i quali, per il fatto di essere tali, sono divenuti capi di stato o di governo e quindi, automaticamente, membri del Consiglio europeo. L’influenza partitica’ è presente dentro la stessa Commissione europea, stante la designazione formalmente governativa, sostanzialmente partitica dei suoi membri. E naturalmente essa lo è, in maniera ancora più visibile, nei gruppi politici del Parlamento europeo. I candidati al PE sono selezionati dai partiti politici nazionali, non dalle confederazioni partitiche europee (PPE, PSE). Questa pervasività dell’influenza partitica nelle istituzioni europee è la trasposizione, spesso rozzamente meccanicistica, della dimensione sotto-sistemica nazionale del partito politico, che si fa carico in via primaria della difesa di interessi settoriali o addirittura corporativi prima ancora degli interessi “nazionali”. E non si dimentichi che il ruolo di una UE democratica ed efficiente è indispensabile per fronteggiare, senza soccombere, i danni provocati dal disordine mondiale.

Marco Mascia

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